“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Giovedì, 20 Giugno 2013 02:00

Tra due fuochi

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Si prende posto in Sala Assoli e la scena, illuminata fiocamente, è già apparecchiata. La stessa, per tutta la rappresentazione, l’uso sapiente delle luci farà apparire ai nostri occhi l’una o l’altra cosa, facendola esistere al nostro sguardo, dandole consistenza di realtà, una parte da giocare nella rappresentazione. Ogni dettaglio è curato, ogni dettaglio evoca un’atmosfera, un personaggio, una situazione. Al centro un altare, solo più tardi ci renderemo conto che la mensa poggia su dei grossi bidoni blu, a giudicare dal simbolo si tratta di rifiuti speciali. Sull’altare, in piedi, una statua vivente della Madonna, scopriremo più tardi che è la Madonna di Lourdes (anzi della piccola Lourdes, a Pianura). Ai lati due labari, con Cristo e Padre Pio. Un banco con le candele e l’offertorio.

Due supporti per sedersi in primo piano, al buio, vedremo dopo che si tratta di una sorta di puf rivestito di stoffa colorata e specchietti (a sinistra) e di una pesante poltrona di pelle nera, con frange dorate (a destra). Due fuochi, due uomini, due mondi, lo stesso cattivo gusto declinato in due forme diverse. Accanto alla poltrona c’è un passeggino, di foggia antiquata, muto testimone in scena di una infanzia mai vissuta. Un bambino che non doveva nascere, che sarebbe stato buttato nell’immondizia appena nato, ma la madre non compì il delitto, perché morta dandolo alla luce (il primo omicidio per giusta causa). Un bambino fuggito da un orfanatrofio all’altro, protetto, a suo dire, dalla Madonna di Lourdes, nella cui grotta (a Pianura, la piccola Lourdes) si rifugiava, diventando invisibile. Per questo, diventato ricco, aveva preso la Madonna, la sua Madonna, e l’aveva portata nella sua casa di Castel Volturno, le aveva comprato una chiesa e donato la chiesa al paese. Avrebbe voluto fare il cantante, voce e spavalderia non gli mancavano, ma le circostanze avevano fatto di lui n’omm’ e conseguenz’, quando aveva scoperto il talento per sparare.
Dall’altro lato un politico, facili i riferimenti, ma potrebbe essere chiunque. Ha il fazzoletto verde nel taschino, un marcato accento lombardo, si agita, promette, sciorina slogan falsi in perfetta mala fede, suda, sorride. Ha venduto il paese, ma ora vuole fare il colpaccio, presentarsi come il liberatore della città dall’immondizia (quale occasione migliore per svoltare nella carriera politica?!). Questa immondizia del resto, a chi sa guardarla con l’occhio del conoscitore, non è altro che un caveau, pieno di lingotti a forma di ecoballe. Gli difetta l’eloquio tuttavia, gli mancano gli argomenti. La sua trita retorica non farebbe presa sulla gente. Meglio il discorso che l’altro gli prepara, in cui si promette l’epurazione della mala pianta e la persecuzione dei colpevoli passati. Gli difetta un po’ anche la presenza scenica, ma con qualche prova il boss lo farà migliorare, lo renderà credibile.
E la Madonna? La Madonna tifa Napoli e commenta la partita con una foga degna di Raffaele Auriemma (del resto l’azzurro è l’unico colore che si intona col suo abbigliamento... NdR). È innamorata di Cavani e della gioiosa umanità che ruzzola attorno ad un pallone (naturalmente un SUPER SANTOS). È stanca la Madonna di gente che si flagella e prega senza gioia. È stanca di questa storia sacra, è fortemente tentata di non tornare più a Lourdes e perlomeno chiede al suo divino figliolo, se dovesse rifare il mondo, di farlo rettangolare, a misura di campo di calcio, verde, con le porte e le strisce laterali.
E noi? Varia umanità affannata tra una emergenza e l’altra, a dar retta all’uno o all’altro che proponga una soluzione al problema, o magari solamente un’illusione, che plachi la nostra cattiva coscienza. Un po’ sbilenchi e traballanti, come la Madonna, spogliata, caracollante su tacchi troppo alti, col volto graffiato, ingravidata dal suo pallone, finalmente felice mentre scrosciano gli applausi, lunghi, sentiti, meritati. Un lavoro denso, forse leggermente dilatato nei tempi, ma godibilissimo. Si ride e si pensa e si ride tanto pensando, o forse si pensa molto ridendo. Lontano dalla facile retorica, dalla facile polarizzazione tra buoni e cattivi, che semplifica la realtà e rifugge dalla complessità. Tutto si tiene, il testo e la recitazione. Tutto è intenso e calibrato. Si esce contenti nel caldo della città, per oggi sgombra da rifiuti, nei limiti del possibile.

 

 

 

 

Fringe E45
Edipo a Terzigno. Quanno ‘a furmicula mette ‘e scelle è segno ca vo’ murì
scritto e diretto da
Fortunato Cerlino
aiuto regia Ester Tatangelo
con Lino Musella, Fortunato Cerlino, Emanuela Ponzano, Massimo Zordan
scene Angelo Gallo
musiche Peppe Bruno
luci Samuele Ravenna
direttore di produzione Lindo Nudo
presentano Teatro RossoSimona, Hermit Crab, Fortunato Cerlino
in collaborazione con E45 Napoli Fringe Festival e Fondazione Campania dei Festival
foto locandina Angelo Maggio
lingua italiano, francese
durata 1h 40’
Napoli, Sala Assoli, 16 giugno 2013
in scena 16 e 17 giugno 2013

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