“La sofferenza, il dolore sono l’inevitabile dovere di una coscienza generosa e d’un cuore profondo. Gli uomini veramente grandi, credo, debbono provare su questa terra una grande tristezza”

Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Giovedì, 20 Giugno 2013 02:00

Il "gioco" itinerante di EgriBianco Danza

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Il 2013 è per l’E45 Napoli Fringe Festival un anno di cambiamenti.
Diventato appuntamento biennale, presenta un programma più ricco di creazioni site-specific delle compagnie giovani ed emergenti. Si aprono all’utenza i luoghi culturali della città, ambienti perfetti dove poter respirare drammaturgie in un melange di arte e storia. Ampio spazio per Tersicore nel cartellone (mai abbastanza, considerando che a Napoli nel corso dell’intera stagione coreutica scarseggiano spettacoli di buon livello culturale e performativo) ove mi ha colpito la presenza di un gruppo che non è poi tanto emergente se si conosce la storia della danza contemporanea italiana.
Mi riferisco alla Compagnia EgriBianco Danza, ex Balletti di Susanna Egri, fondata nel 1999 da una delle coreografe di spicco della danza teatrale e televisiva degli anni ’60 e ‘90, la quale porta in scena Itinerario − Per una possibile salvezza.

Lavoro coreografico del discepolo e co-direttore Raphael Bianco (già danzatore della compagnia Carte Blanche), Itinerario è uno spettacolo che si snoda tra i suggestivi cunicoli del Tunnel Borbonico di Via Morelli, per il quale è stato ideato in occasione del Festival.
I cancelli del monumentale viadotto sotterraneo (percorso militare voluto da Ferdinando II di Borbone e ideato dall’architetto Errico Alvino nel 1853) si spalancano in una afosa sera di giugno ad un piccolo pubblico di trenta persone che entrando nella location avverte il brusco abbassamento di temperatura, quasi ad anticipare l’ esperienza fisica che lo attende. La performance infatti, si rivela fin dai primi suoni di percussioni interattiva ed avvincente, rompendo tutte le barriere che esistono tra interprete e spettatore.
Due danzatori si avvicinano lentamente in maniera selvaggia ed animalesca da direzioni opposte di un grande corridoio verso il gruppo di persone situate nel mezzo. Entrambi iniziano a scrutare i volti dei presenti come a scegliere delle prede o forse degli alleati, strisciando sul suolo polveroso con qualità differenti di movimento: uno in maniera aggressiva e minacciosa, l’altro (giovane danzatore dall’espressione intimorita ed incuriosita al tempo stesso) in modo sinuoso ed elegante.
Il pubblico, me compreso, rimane congelato in questa azione di suspance iniziale che porta all’immediato contatto fisico coi danzatori che quasi ci “rapiscono” dividendoci in due gruppi. Nel mio gruppo, anche la signora Susanna Egri che con orgoglio ed emozione vive la performance per la prima volta.
Risulta difficile descrivere da mero narratore qualcosa che inevitabilmente coinvolge il corpo dell’interlocutore rendendolo esecutore, ancora di più in quanto in prima persona pratico la disciplina coreutica da diversi anni. A tal proposito mi urge riportare fra le righe quanto sia rimasto sbalordito di come gli artisti abbiano subito riconosciuto in me una familiarità col gesto, confermando la mia idea che il linguaggio universale della danza possiede un forte richiamo.
Le dinamiche che si creano quando questi ragazzi sfiorano e sollevano le tue braccia e la possibilità di entrare in maniera ravvicinata nei loro sguardi persi, vaganti in un mondo interiore primitivo e primordiale, capaci di osservare il tuo corpo intuendo come esso può rapportarsi a movimenti puri, eliminano ogni inibizione.
L’interpretazione dei performer costruisce intorno a noi un luogo sempre più trascendente e gli spazi del tunnel coi loro aspri odori di terra bagnata e di muffa diventano gli scenari perfetti per la lotta fra questi due “capibranco”. La bravura dei membri della compagnia è indiscussa e si conferma nei momenti danzati di scontro-repulsione nei quali si adoperano sospensioni, cadute, urti e scivolamenti propri delle tecniche di contact-improvisation, o ancora nei richiami sonori (simili a versi di uccelli selvatici) che questi emettono con impressionante potenza vocale sfruttando l’eco delle gallerie per annunciare l’ingresso sulla scena di altri due interpreti.
Il filo che si segue all’interno del labirinto è sicuramente il tema della fuga. Il titolo della pièce oltre ad indicare uno spettacolo itinerante, evidenzia questo leitmotiv che percorre tutta l’azione. I ballerini fuggono da una presenza invisibile ma incombente, alla ricerca di un proprio spazio, di un territorio sicuro in cui ripararsi e difendere le due “tribù” di spettatori. Le note improvvisate dai sassofonisti e dal percussionista (sensuali sonorità jazz miste a ritmi tribali incalzanti) evocano acusticamente ombre inquietanti che sembrano sorgere dalle porosità delle pareti e dalle profondità degli anfratti. Suggestiva soluzione teatrale, appunto, mi è parsa quella di occultare i musicisti negli angoli più scuri e riparati del percorso, spingendo spesso i partecipanti a guardarsi le spalle con un po’ di timore.
Evidente il rimando drammaturgico di questa situazione al periodo bellico compreso tra il 1939 ed il 1945, quando il tunnel era utilizzato dai cittadini napoletani come rifugio dai bombardamenti che scomponevano le folle risuonando nel sottosuolo.
Scappare, seminare le paure che ci rincorrono nel corso dell’esistenza, affrontarle, perdere per poi vincerle, è questo l’itinerario che percepisce il pubblico prendendo parte attivamente allo spettacolo.
Nell’ultima scena, i due gruppi di spettatori vengono ricongiunti e fatti sedere. I danzatori iniziano una sequenza molto sincrona ed intensa nella quale a turno l’uno sovrasta o domina l’altro. Salti, spinte, prese in cui tutti cadono e tutti si rialzano, ove non si riconosce più un “debole” (la legge del più forte viene smentita, in quanto l’uomo con le sue paure è di per se debole) e si giunge ad un’alleanza tra i quattro, sottolineata da una lanterna accesa che sollevano verso l’alto quasi come segno di solidarietà e di speranza.
Questa stessa luce è il fulcro degli ultimi minuti della performance: viene infatti adoperata dagli artisti per illuminare il tratto finale del percorso e condurre il pubblico verso l’uscita (il che mi richiama un’atmosfera da tipico videogioco arcade). È questa parte conclusiva la più emozionante di tutta l’esperienza, che personalmente mi ha toccato artisticamente e come individuo.
La ricerca si conclude alla base di una grande scalinata che porta alle gallerie superiori del viadotto. Qui il significato misterioso dell’idea coreografica si manifesta sul viso luminoso dei quattro danzatori, i quali, lasciata delicatamente la lanterna in mia custodia, si avviano danzando verso la salita simbolo di salvezza per il gruppo.
Entusiasta, rimango ad applaudire con la luce della candela tra le mani, auspicio (mi auguro) di possibilità per me.

 

 

Fringe E45
Itinerario – Per una possibile salvezza
di
Compagnia EgriBianco Danza
ideazione e coreografia Raphael Bianco
danzatori Alberto Cissello, Vincenzo Criniti, Vincenzo Galano, Cristian Magurano
improvvisazione sonora a cura di Ivan Bert
musicisti Ivan Bert, Paolo Porta, Luca Biggio, Adriano De Micco
produzione Fondazione Egri per la Danza, con il sostegno di MIBAC, Città di Torino, Studio Rolla S.R.L.
co-produzione Fondazione Campania dei Festival – E45 Napoli Fringe Festival
durata 30'
Napoli, Tunnel Borbonico, 16 giugno 2013
in scena 16 e 17 giugno 2013

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