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Mercoledì, 11 Maggio 2022 00:00

Il qui e il lì

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Una casetta che sembra disegnata da un bambino, un quadrato con un triangolo a fare il tetto, è la scenografia di Villino bifamiliare di Fabrizia Ramondino, portato in scena con la regia di Arturo Cirillo. I profili della casetta sono illuminati a disegnare i due interni di questa casetta divisa a metà, che nel corso della pièce si muoverà su se stessa per portare in primo piano l’ambiente protagonista.

Sulla scena aperta senza sipario, i due interni sono visibili da subito al pubblico che entra in platea, uno a sinistra di un soggiorno elegante, essenziale, con una poltrona dalle linee di design e un grande mappamondo bianco e nero. La parete sullo sfondo è una grande mappa di un paese russo su cui si stagliano in rilievo dei carri armati. A destra invece l’interno è più intimo, è una cucina semplice, una cucina economica di una volta, le presine leziose che l’addobbano, due sedie tirolesi di legno, un cervo dalle ampie corna che occhieggia sulla parete, un tappeto. La semiotica degli oggetti racconta di due diversi status sociali, oltre che di due ambienti diversi, probabilmente anche due culture diverse, ma posizionate parallelamente, sullo stesso piano.
Questo villino è abitato da due famiglie, quella a sinistra da un ex capo di stato tedesco in esilio, Hans Hogger, spesso chiamato affettuosamente Hoggi dalla moglie Gretel, e a destra da un alto dirigente di un partito italiano, Giuliotti, con la moglie Lucrezia. La porzione destra del villino per buona parte iniziale della pièce è in penombra e sembra ascoltare e partecipare silenziosamente a quanto accade nell’appartamento a fianco, un vero e proprio pubblico che assiste alla messa in scena nella parte sinistra dove tiene banco Hogger in evidente stato di esaltazione, accudito da Gretel, affascinate ed elegante, ma stanca di fargli da infermiera e badante. Lo segue nei momenti di eccitazione e di prostrazione, porgendogli le medicine, assecondandolo e interrogandolo sulla battaglia di Stalingrado mentre lui muove i carri armati sulla parete, in un lavoro incessante di contenimento della evidente follia del marito. Lucrezia ascolta avvicinandosi alla parete della cucina, mentre Giuliotti, sulla sedia a rotelle entra ed esce di scena, talvolta commentando con gesti della mano le battute di Hogger. Le sedie tirolesi e il cervo indicano il luogo dove si svolge la scena, cioè nel Sud Tirolo, o Alto Adige, terra più tedesca che italiana come i due personaggi maschili.
Le due coppie hanno due guardie del corpo vestite con una divisa bianca e un berretto poliziesco blu che nella gestualità e nei movimenti sembrano più dei carcerieri che li tengono sotto controllo, infatti interverranno ogni qualvolta le dinamiche interpersonali sembrano degenerare, specie nel finale.
Arturo Cirillo è ovviamente Hogger, che investe il protagonista della sua abilità attoriale, con il suo lessico spesso immaginifico, di tagliente e sferzante ironia, a suo agio nel ruolo paradossale di questo ex capo di Stato della Germania dell’Est, che vive ancora in mondo cancellato dalla Storia, preparato sulla battaglia di Stalingrado che fa rivivere nelle pareti o nella preparazione di un discorso politico che sembrerebbe autentico se non fosse che è sull’apicoltura o, in modo ancora più schizofrenico sulla scarsità delle mutande da donna. Eppure sembrerebbe lucido perché Hogger sembra aver chiaro quale sia stato il ruolo del socialismo e quale sia la dimensione spaziale di ciò che appartiene al mondo ripetendo che il Patto di Varsavia abbia stabilito in modo chiaro il qui e il lì, il sopra e il sotto e che questi rimangano ancora i suoi punti cardinali. Gretel lo asseconda, ma sembrerebbe piuttosto che sia lei quella più ancorata ad un passato con il quale non ha fatto i conti e nei deliqui verbali del marito diventa compagna e segretaria; insomma i due personaggi si alimentano reciprocamente delle proprie malinconie socialiste.
Nella seconda parte Lucrezia esce in giardino e dialoga con Gretel e sebbene sia evidente che penda dalle labbra di Hogger, più tardi confessa candidamente il suo innamoramento per quest’uomo alla moglie con una gioia e una reticenza quasi adolescenziale. L’italiana Lucrezia incarna un modo di concepire più utilitaristico, sembra amica di Gretel, ma anche rivale e non solo per il trasporto sentimentale per suo marito. Giuliotti segue da lontano sulla sedia a rotelle queste conversazioni, sembrerebbe sbuffare, accelera e rallenta manifestando in questo modo il suo disappunto, non parla, non dirà mai una parola, eppure non è assolutamente una presenza invisibile. Gretel chiederà a Lucrezia, come solo una madre può fare, di poter rivedere la figlia attraverso i buoni uffici del figlio della coppia italiana, ma il colpo di scena finale, ideato dallo stesso Cirillo per rendere teatralmente l’opera della Ramondino, chiude e svela le reali personalità del quartetto, soprattutto di Giuliotti, mefistofelico come un nostro politico italiano che ha guidato la scena politica italiana fin quando è durata la Democrazia Cristiana.
Arturo Cirillo ha accettato di buon grado il progetto del Direttore del Teatro Nazionale Roberto Andò di portare sulla scena l’opera teatrale semisconosciuta di Fabrizia Ramondino, iniziando con la messa in scena di quest’opera dove l’autrice infonde la sua storia politica impegnata in un socialismo attivo, nell’attivismo civico che ha perseguito per tutta la vita. Il testo in versi liberi e senza segni di punteggiatura è stata una bella sfida per il poliedrico regista e attore che da sempre ha portato in scena con una maestria indiscussa opere narrative di spessore come ha fatto ultimamente con Tennessee Williams, o testi teatrali come quelli di Annibale Ruccello, di Copi, di Molière, e di molti altri. La sua visione originale, ironica e rigorosa fa del testo Villino bifamiliare un’opera “intellettuale”, impegnata e impegnativa scegliendo attori che hanno già recitato con lui da anni come Sabrina Scuccimarra, nel ruolo di Gretel, molto brava nella caratterizzazione delle sfumature di un personaggio forte e complesso e Rosario Giglio, che questa volta non recita una sola battuta, ma lo fa solo esclusivamente attraverso la sua fisicità e il suo viso altamente espressivo. Franca Penone è Lucrezia, in una grande prova attoriale. Complice una scenografia meccanica di grande effetto, Cirillo è riuscito a creare l’atmosfera apocalittica della fine di un’epoca tra delirio e ironia.





Villino bifamiliare
di
Fabrizia Ramondino
regia Arturo Cirillo
con Arturo Cirillo, Rosario Giglio, Sabrina Scuccimarra, Franca Penone, Roberto Capasso, Francesco Roccasecca
scene Dario Gessati
costumi 
Gianluca Falaschi, Nika Campisi
luci Camilla Piccioni
musiche originali Francesco De Melis
insieme a Zaccaria Barraco, Angelo Beltrame, Enrico Zanisi
regista assistente
Roberto Capasso
assistente alle scene 
Eleonora Ticca
assistente alla regia tirocinante Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” 
Andrea Lucchetta
direttore di scena 
Sandro Amatucci
datore luci 
Fulvio Mascolo
macchinista Marco Di Napoli
fonico Alessandro Innaro
sarta
 Roberta Mattera
foto di scena
 Marco Ghidelli
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale
lingua italiano
durata 1h 10’
Napoli, Teatro San Ferdinando, 6 maggio 2022
in scena dal 28 aprile all’8 maggio 2022

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