"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Domenica, 02 Giugno 2013 02:00

In silenzio e in punta di piedi

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Sarbadori Loi. Questo è il mio nome. Il nome che mi è stato dato. Questo è il nome che ho trovato in fondo alla tasca dei miei calzoni. I calzoni che mi sono stati dati. Alessandra Asuni è l’accabbadora. Ci accoglie tutti insieme, consegnandoci un pezzo di carta da musica (il pane azzimo sardo), il corpo di Cristo.

Il suo abito e l’atmosfera ci trasportano indietro nel tempo e lontano nello spazio. Nero l’abito, lunga la gonna, pulito il viso, scintillante il sorriso, unica nota di colore nel nero che la ricopre da capo a piedi, nudi come le mani. La donna parla sardo, ci invita a sedere, e noi silenziosi e deferenti poggiamo con delicatezza a terra l’ombrello, le borse, come ospiti un po’ impacciati che si trovino in una terra straniera, di cui non conoscono la lingua e gli usi, ospiti che si sono ritrovati a casa di qualcuno di cui sentono il calore, un calore che scioglie le resistenze, amalgama quelle anime, unite dalla condivisione del cibo, e le trasforma in una collettività. Ci offre il pane e il vino, il salame, il formaggio. Accogliamo curiosi e impacciati, con risolini nervosi, i calzoni che consegna a ciascuno di noi, come scegliendoli. Ciascuno trova un nome nella tasca, ciascuno di noi è quel nome. Lei conosceva quelle persone, noi, convenuti lì per trovare pace, anime inquiete, così come aveva fatto trovare pace ai nostri corpi, quando ci aveva storditi e accompagnati nel viaggio estremo. Morte vuole purificazione, acqua purificatrice, violenta e tonante come la voce della donna. Quasi tremanti obbediamo alle sue parole. Mefitis, antica divinità italica del passaggio, della mediazione, era legata al culto delle acque. La Sardegna nuragica è costellata di pozzi sacri, perché nelle società antiche, in cui gli individui sono consapevoli di appartenere all’universo, l’acqua è sacra. L’acqua è vita e la vita è donna. Forse per questo i pozzi sacri, visti dall’alto, sembrano delle vagine. Ogni rito di passaggio ha bisogno di acqua. Anche la morte è un rito di passaggio. Forse è un’altra faccia della vita, forse per questo in molte culture la morte è femmina. Forse per questo l’accabbadora è donna: solo colei che ha in sé il potere di generare la vita può somministrare la morte. Ma ogni transito vuole un pedaggio. Non si compie un rito a cuor leggero. Non si accompagna un’anima senza lasciare qualcosa di sé agli Inferi, senza gravarsi della sofferenza di quel corpo e di quell’anima. Solo quando l’acqua avrà lavato il passaggio dalla vita alla morte ritorneremo liberi, in piazza, mentre intorno la vita scorre senza tangerci, miracolosamente, mentre i ragazzi continuano a giocare a pallone ignorandoci, fortunatamente. Solo allora potremo restituire i nostri panni e andare in pace, con un bacio, una parola o un sorriso.
Accabbai non è uno spettacolo, è un rito. Per una volta il taccuino non serve, è fuori luogo. Per una volta lo sguardo non può essere fuori, ma dentro. Per una volta lo spettatore non può essere tale, ma catalizzatore di energie. Energie forti, ataviche, ancestrali. È difficile parlarne, perché dei misteri non si parla. Bisogna essere iniziati. Bisogna aver mangiato di quel pane e bevuto di quel vino, condiviso quell’energia. Bisogna spogliarsi del proprio abito occidentale del ventunesimo secolo e infilare i calzoni dei pastori, dei contadini, di chi per secoli e millenni ha praticato forme di culto collettive, sopravvissute al cattolicesimo, finché secolarizzate non si sono trasformate in superstizione, magia e l’accabbadora, pietosa signora della morte, è diventata un’assassina da processare. E così è sparita dalla società sarda, così come spariva dalla casa del morto dopo avere esplicato la sua funzione. Il rito non è uno spettacolo, per questo se ne può parlare solo fino ad un certo punto, restando sulla soglia e uscendo in silenzio e in punta di piedi, come l’accabbadora.

 

 

 

 

Accabbai
di e con
Alessandra Asuni
collaborazione allo studio e alla drammaturgia Marina Rippa e Massimo Staich
produzione f. pl. femminile plurale
lingua sardo
durata 40’
Napoli, Il Pozzo e il Pendolo, 31 maggio 2013
in scena dal 28 al 31 maggio 2013

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