“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Sabato, 09 Aprile 2022 00:00

Rezza/Mastrella. Quanta crudeltà, quanta verità

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Dopo lo slittamento dello spettacolo previsto per lo scorso gennaio, finalmente Antonio Rezza ritorna a Pagani al Teatro Centro Sociale con Flavia Mastrella, cui va il Premio Scenari Pagani 2021-2022, diretto da Nicolantonio Napoli, attribuitole come riconoscimento – “tardivo”, ammettono – per la creazione dei suoi quadri-tessuti, che compongono gli spettacoli di Rezza, già premiato in passato, ma senza nominare la Mastrella, riconoscendole dunque oggi un ruolo alla pari con il performer che invece tutti conosciamo in scena.

La sala è piena, con alcuni spettatori in piedi. Sul palco si vede montata una struttura rettangolare di tubi di metallo disposti su tre livelli di fronte al pubblico su cui, stesi in verticale, fissati oppure solo poggiati ai tubi, sono appesi tessuti di diversi colori e di varie forme che presentano dei tagli, aperture più o meno strette, circolari o irregolari, che a breve diverranno le ‘scene’ dello spettacolo. Al centro della struttura, un passaggio che conduce al retro della quinta di servizio dove avverranno i cambi di scena e da cui Antonio Rezza entra sul palcoscenico: indossa un tutino rosso stretto, larga maglia nera sbracciata e, avanzando solitario tra le stoffe, si ferma e comincia a tirare un filo da un tubo, facendo appositamente cadere una corda sospesa sul metallo: “So’ stato io! So’ stato proprio io!”, esordisce rivolgendosi agli spettatori. L’“Io” (“figlio di noi”) che dà il titolo allo spettacolo è un magma polimorfo costruito sull’incontro tra Rezza e gli habitat creati da Flavia Mastrella. Il corpo dell’attore, instancabilmente in azione, entra ed esce, quadro per quadro, dagli squarci dei tessuti, da cui emergono solo il volto e le mani, come il contrario di una maschera, che nasconde tutto e lascia scoperto il volto, accentandolo espressionisticamente. Gli habitat della Mastrella infatti più che scenografie sono campi cromatici e tattili che il corpo e la voce di Rezza attraversano, formando quadri di colori e forme diverse, animati dalle smorfie dei volti contorti, nervosi, come le voci, di figure strampalate, tracce di personaggi, creature caricaturali e grottesche, parossistiche fino al mostruoso. E di fondo, onnipresente, un ghigno gigante, sfrontato, rivolto esplicitamente e direttamente al pubblico nei costanti fuori scena.
I quadri che si succedono, alternandosi, ritornando e dialogando – si fa per dire – tra loro, mostrano tipi, diciamo, comuni: la sposa, una compagnia che veglia il sonno, il radiologo che fa le lastre al cappotto, il pedofilo, l’appassionato di calcio e di “Mazzoola”, frammenti di stereotipi deliranti che si denudano in confessioni e riflessioni personali, elementari ed oscene, spezzate, contorte, contraddittorie. Figure talvolta orribili, altre dolcissime (spesso le due cose insieme), sempre spietate, profondamente ciniche e schiette, squarci appunto di un mondo assurdo che chiama in causa lo spettatore, colpendolo forte oppure cercando con lui una complicità, almeno temporanea. Più che raccontarsi (talvolta anzi ammettendo di non avere proprio niente da dire, in provocatori momenti in cui non accade nulla), esse si espongono allo sguardo del pubblico, lo cercano, come mosse dal desiderio di una confidenza, di denudarsi così scarnite come sono, lontano da ogni pudore e senza alcun senso, in tutto il loro semplice orrore. Di quell’energia febbrile che li anima come una febbre da cavallo che rende pazzi, assumendo le forme parossistiche di questi ‘tipi’, non rimane alla fine più niente che uno sforzo: bravo o meno che uno possa giudicare – sottolinea un personaggio – non si può certo dire che non si sia sforzato; ma si tratta di uno sforzo teso unicamente a stancare, continua il personaggio, sdraiandosi dolcemente sul palco a riposare, ammettendo di essersi stancato molto, anzi di essere “davvero spossato”, minacciando il pubblico di rimanere sdraiato così chissà quanto tempo.
Le parole giocano con i suoni e con i significati, contraffatti e deformati come i volti nervosi e ghignanti e le voci stridule e altrettanto contraffatte, seminando tracce sospese che vengono sapientemente riprese con effetti comici irresistibili; si defilano dal senso, ripiegano nei sensi nascosti, nei controsensi e nei non sensi, in un gioco spiazzante e corrosivo che scarnifica sino all’osso, con freddure spietate che non si pongono nessun limite di sorta e ci portano a ridere dell’assurdo, del niente, o addirittura dell’orribile, scavato in quel campionario di frammenti di vita quotidiana. Il teatro di Rezza e Mastrella ci restituisce il nostro mondo, spersonalizzato e delirante, in forme semplicemente portate all’estremo, ridotte all’essenza, riflettendo il grottesco come in uno specchio deformante puntato sugli spettatori. E la risata del pubblico cade nel ‘tranello’ del teatro e rivela il riconoscimento, la corrispondenza cercata tra la scena e il pubblico, manifestando la altrettanto cattiva e cinica complicità degli spettatori che riconoscono e ‘condividono’ l’assurdo che si mostra, anzi lo vengono volontariamente, e voyeuristicamente, ad osservare, persino pagando un biglietto, come ci dice il performer, mostrando in sostanza che “siete dei porci anche voi!”.
Il pubblico infatti, con le sue reazioni, è parte costitutiva dello spettacolo, giocando quasi un ruolo di ‘spalla’: evocati anche esplicitamente all’interno dei quadri, gli spettatori sono il suo obiettivo, nel senso propriamente di bersaglio. Rezza si rivolge di continuo ad essi, cercandoli con forza e senza alcuna adulazione, anzi spesso per insultarli e persino sputargli addosso palline di carta; ne individua alcuni e li richiama più volte, scherzosamente o anche provocatoriamente, non senza l’effetto di una certa tensione in sala, come un annuvolarsi che precede il tuono di un fulmine che si scaricherà nell’imminente risata. E la risposta del teatro del Centro Sociale di Pagani non manca, divertita ed entusiasta, paziente nel subire le cariche dell’attore oppure, in qualche caso, addirittura intervenendo dalle poltrone direttamente a rispondere, con Rezza che di gusto riprende a sua volta. Alla fine, vista l’accoglienza ricevuta, il ghignante performer non può esimersi dal concedere anche il bis che annuncia e, così, spuntando di nuovo dal retro, si affaccia ancora al pubblico, su cui improvvisamente sputa le ultime palline di carta rimaste e saluta.





Io
di Flavia Mastrella, Antonio Rezza
(mai) scritto da Antonio Rezza
con Antonio Rezza
quadri di scena Flavia Mastrella
assistente alla crezione Massimo Camilli
produzione Rezza/Mastrella, TSI, La Fabbrica dell’Attore, Teatro Vascello
foto di scena Stefania Saltarelli
durata 1h e 15’
Pagani (SA), Teatro Centro Sociale Casa Babylon, 12 Marzo 2022
in scena 12 marzo 2022 (data unica)

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