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Lunedì, 04 Aprile 2022 00:00

Il Binasco di Ionesco

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Valerio Binasco torna al Bellini di Napoli, stavolta non in qualità di attore (come in The Spank) ma come regista. Sceglie di portare in scena Le sedie di Ionesco. Grazie a un gioco di prospettiva la scenografia di Nicolas Bovey (bellissima), altra grande protagonista assieme ai soli due attori che monopolizzano il palco, sembra traslare e piombare addosso agli spettatori.

È uno scenario postapocalittico, una casa brulla, solo interni, pareti screpolate di calce tirata via e una torre, appoggiata su un fianco, di sedie accatastate che ricordano irrimediabilmente le sedie di Casa Saporito de Le voci di dentro di Eduardo. La luce è lividissima, per costruire quell’artificio che a tutto conferisce un tono crepuscolare e staglia, sulla parete di destra, come fosse uno schermo ritratto, le ombre dei protagonisti, in una mixure che combina la caverna di Platone, l’ombra di Plutone, Il gatto nero di E.A. Poe. Ma la polvere livida non copre solo le macerie della casa dirupata. Col suo alone semantico, infatti, inguaina anche i visi degli attori, i nostri secondini per questo paio di ore, i quali ci terranno segregati nelle maglie del loro chiacchiericcio paranoideo e labirintico, in un eloquio tantalico, da cui non c’è uscita, il cui fraseggio ci tiene asserragliati come una morte laocoontina. La stessa calce viva che viene sparsa sulle fosse comuni, infatti, sembra appestarne i volti impastandone i tratti, dal trucco cinereo, tirati e smorzati, come grigi prigionieri tornati a incerta vita. Le loro maschere funebri viventi − calchi decomposti su cadaveri impazienti − sembrano ricordare sia le suggestioni di Olivier de Sagazan (le cui opere proprio al Bellini torneranno, dal 5 di maggio, con Hand Will Not Touch Your Precious Me) che i fetentissimi racchi di Guido Buzzelli, rievocando il suo stesso tratto compiaciutamente grottesco, che con la sua rievocazione parodistica ed eccessiva, la sua apparente insensatezza, sembrava portarci altrove solo per restituirci, con più cognizione, alla nostra realtà, surreale e fantasmatica.
Il Vecchio di Michele Di Mauro è goffo, imbolsito, storpiato dall’età. Maschera fedele di quel doppiopetto eteroborghesista, spande spleen a ogni passo. Mentre immalinconico contempla un mare inesistente, mentre si arruffiana inesistenti ospiti o rimarca, con fierezza, la sua mancanza di ambizione. Il volto sfigurato da due clownesche sopracciglia disegnate ad ali di gabbiano felliniane, è l’archetipo del clown triste e bianco.
Michele Di Mauro è bravissimo nel reggere la scena, nell’animare l’inanimato e, non a caso, in modo proprio clownesco, riempie il vuoto di moti riflessi, quei moti che percuotono il suo viso, rendendocelo amico, e passandoci sottobanco le emozioni che lo attraversano, e che attraversano noi di conseguenza. La sua recitazione poetica riesce a riempire da sola il vuoto della scena. Gigioneggia e strappa risate, da buon mattatore navigato. Solo che sulla scena non è solo. Anzi. Del par suo spicca forte la Vecchia di Federica Fracassi, bravissima nell’imitare gli acciacchi dell’età tardiva: il suo personaggio contende lo scettro incontrastato all’altro, riuscendo a variare lo spettro delle emozioni, grazie alla sua complessità sfiorita, al conflitto che l’attraversa. Contemplarli mentre duettano, alzando il tiro, in un gioco al massacro, vale da sé tutta l’impresa.
Il testo di Ionesco è solo apparentemente scarso e criptico come la scena che lo ospita: in un non-tempo, in un non-luogo, due personaggi non-vivi-ma-nemmeno-morti, languono in un limbo stanco, insieme nella loro solitudine, un maresciallo di alloggio innominato dà un ricevimento assieme alla sua altrettanto innominata consorte, demandando a un oratore in affitto il suo discorso di intrattenimento. Due vite sbiadite e smoccolate, due solitudini inebetite in un’unica esistenza, stemperate alla ricerca di un grande progetto di discorso all’umanità incompiuto. Due personaggi coi quali sarebbe difficile empatizzare, dato il loro grigiore scialbo, non fosse per la loro umanità meschina stemperata da una certa autoironia, come sempre salvifica, che un po’ li redime, un po’ ne appanna la scarsità di chiarore.
È proprio, infatti, l’archeologia, il disseppellimento di questa fragilità umana in due personaggi in fuga che Binasco vuol eleggere a chiave di volta della sua rappresentazione come egli stesso ci rivela: “Il mio segreto intento di regista: fare di questo testo una storia di tenerezza umana”. Trovare leggerezza laddove la speranza è estinta. Ridere e sorridere di due personaggi che, solitari come lune in un universo vuoto e privo di vita, ridono e sorridono delle loro disavventure e disgrazie, tamponandosi e spalleggiandosi a vicenda, rendendosi l’uno stampella per l’altro. Da borghesi giudicano e da borghesi sono giudicati. E il pubblico borghese ride di loro e insieme con loro, ma loro ridono del pubblico e il pubblico ride insieme di sé. Perché si ride, in questo spettacolo, anche se è una risata amarostica, che poi risale alla gola come una tosse cattiva, e lascia uno spiacevole strascico, come le atmosfere cupe di un brutto sogno dal quale ci si risveglia a fatica e al quale non si riesce di non ritornare ad abbandonarsi.
Bello ritrovare Di Mauro che, durante questi due anni di vuoto, ci ha tenuto compagnia regalandoci le sue interpretazioni, ritagliando sprazzi di bellezza nel silenzio monotonico di questa sindemia da cui sembriamo sempre esser strappati, per tornare a impaludarci in una farsa di cui solo Ionesco avrebbe potuto consigliarci e il cui seguito ci sta rivelando a noi stessi tutti più rinocerontici di quanto credessimo, specie nelle periferie est di questo nostro impero occidentale in decadenza libera.
Dagli occhi di Federica Fracassi invece siamo sferzati con mondi emotivi che ci si affacciano addosso. Da sotto le sue palpebre calate un personaggio centenario, intrappolato e devastato dal tempo passato, riesce a rinfocolarci. Per godere appieno e meglio ancora di questo spettacolo è possibile vedere il docubackground in streaming online per poter tornare a quei personaggi, a quelle emozioni e a quel fine pena mai nel quale languiamo, con loro, fatto di banali fraseggi e chiacchiericci insensati, dove ogni tanto balugina un sorriso e qualcosa di post-speranza cui non ci è dato sapere ancora quale nome dare.





Le sedie
di
Eugène Ionesco
traduzione Gian Renzo Morteo
regia Valerio Binasco
con Michele Di Mauro, Federica Fracassi
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Alessio Rosati
musiche Paolo Spaccamonti
assistente alla regia Giordana Faggiano
assistente alle scene Nathalie Deana
foto di scena Luigi De Palma
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
lingua italiano
durata 1h 20’
Napoli, Teatro Bellini, 31 marzo 2022
in scena dal 29 marzo al 3 aprile 2022

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