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Lunedì, 21 Marzo 2022 00:00

Come una marea

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Lo spettacolo parla di Pasolini e Napoli. Del rapporto fra queste due entità che si sono conosciute e riconosciute tardivamente nelle rispettive esistenze. Pasolini ha conosciuto Napoli, infatti, relativamente tardi, tornandoci sporadicamente dapprincipio, e poi approdando con maggiore convinzione, fino a immaginare vari progetti brutalmente estirpati dalla sua morte. Ma questa è cosa nota.

Napoli ha trovato in Pasolini uno dei suoi tanti figli spirituali, vero, ma era una Napoli già con un piede nella sua più colossale trasformazione. Città da sempre segnata da tentativi di colonizzazione e dominata, anche per moltissimi decenni, da stranieri che finivano per essere colonizzati a loro volta, lasciando segni, ma non mutando di molto il popolo con cui entravano a contatto, Napoli incrocia Pasolini poco prima di spiccare quel balzo definitivo che l’avrebbe indotta a rinunciare alla sua singolarità, omologandosi, come il resto d’Italia e del mondo occidentale libero, sotto un piattume indistinto e opaco di somiglianza indifferente e integrazione integrale (proprio in questi giorni si è aperto il KFC, e i napoletani si sono incolonnati al freddo, costeggiando buona parte di Piazza Carità per sbocconcellare normalissime alette di pollo impanato e fritto, come comanda la ricetta del bianco Colonello che, non pago di schiavizzare i neri del sud degli USA, si prodiga anche in un atto di appropriazione culturale, sublimando, semplificando, commercializzando come proprio, uno dei loro piatti più diffusi, ingozzandoci e satollandoci di calorie e grassi saturi... perché anche consumare una cena a portar via è un atto culturale che può conformarci nella nostra identità di consumatori edonici oppure no).
Un incontro mancato, quindi, su un rapporto stroncato praticamente sul nascere che avrebbe, in qualche modo, stravolto e cambiata la visione di Napoli di sé e forse aiutato a tesaurizzarla e non svendersi troppo come poi avrebbe fatto, assecondando la marea, in modo irreversibile, dagli anni Ottanta in poi.
Il cinque marzo di quest’anno, Pasolini avrebbe compiuto cent’anni. I suoi pensieri non sembra siano stati intaccati dal tempo. Anzi. A seguito della sua morte tutti sono saliti sul carro dell’apologesi sciatta e a mani basse per onorarlo come non è stato fatto mentre era in vita. Le parti più coriacee del suo pensiero sono state, comodamente, rimosse, e lui ha finito per fare la fine della sua Trilogia della vita (per questo, da sé medesimo, ripudiata, compreso l’Accattone di cui ha decretato la sopraggiunta estinzione), finendo per essere integrato e reso accomodante. In occasione del suo primo centenario (bello sarebbe immaginarsi cosa e in che misura sopravvivrà il suo pensiero di qui ad altri cento d’anni), il Nuovo Teatro Sanità, piccolo nucleo di resistenza civica e bellezza incuneato nel quartiere di Totò (che Pasolini ha, per primo e forse anche unico, riabilitato mentre era in vita, onorandolo e offrendo importanti ruoli alla sua maschera. Ruoli che, a detta del primo critico che al Principe ha onorato tributi e consensi, Fofi, hanno fatto guadagnare più a Pasolini stesso che a Totò, sia detto anche se per inciso) dove, forse, non a caso, ancora sopravvive parte di quella tribù, con, inintaccate dall’omologante sistema consumistico, le sue usanze, credi, modelli culturali (o almeno bello sarebbe credervi), ha pensato bene di riproporre quella che è una delle sue prime autoproduzioni. Per l’occasione, il pubblico si spartisce con gli attori lo stesso palco, abdicando alle poltroncine sul pavimento maiolicato e bellissimo. Questo perché, come qualsiasi napoletano dovrebbe, ma non sa (e non sa perché non deve, perché non c’è l’interesse lo sappia, perché questa contronarrativa che possa nutrire un senso di appartenenza a quel bene comune che è la sua città, la sua cultura particulare, è qualcosa che è assolutamente incomodo, così come qualsiasi altro attaccamento e retaggio culturale che possa interferire col pensiero dominante e sistemico che lo vuole un consumatore disinibito, smodato, irragionevole), quelle grandi tribù a cui Pasolini faceva riferimento (i denka, i tuareg, i nomadi, i pastori, quelli dalla felicità inintegrabile, libera, selvaggia, archetipici nella loro aideologicizzante anarchia vivente), e a cui ci affiancava, eravamo noi stessi napoletani, i meno bianchi degli europei (a detta dei nostri, veri, definitivi, colonizzatori statunitensi e waspissimi, bianchi, eteronormati, patriarcali, consumisti, privilegiati e dominatori). Il nostro destino? Per Pasolini era l’inevitabile autoestinzione. Autoestinzione a cui non gli sarebbe stato dato d’assistere.
Lo spettacolo immagina. Immagina un regista che prova a mettere in scena questo movimento di pensiero fra Pasolini e i napoletani. E lo fa tenendo un provino su questo testo. E poi lo inscena, inseguendosi, in quest’alternanza, il rapporto a chiasmo fra regista e attore, ma anche fra Pasolini e, chi altri se non, il mitizzato Gennariello, l’ultimo dei giovani strappati all’incomunicabilità e irrimediabilmente resi infelici, cui l’intellettuale friulano dedica il suo trattatello pedagogico? La messinscena è funzionale e non intricata.
Sono scomodi i panni di Pasolini. Lo sono sempre stati. Lo sono stati persino per lui stesso. Molti ci si sono bruciati. Vi abbiamo visto un Defoe imbarazzante. Un Ranieri mimetico. Solo per citare gli ultimi. Gennaro Maresca è bravo. Molto. Il suo non è un calco, ma più un omaggio. Una visione di Pasolini. O di come avrebbe potuto essere. O di una parte di lui, ecco. È un Pasolini rispettoso, sicuro, consapevole. Anche fragile. Anche umano. Titubante quando si tratta di sé. Nient’affatto indifferente alla bellezza e al sentimento che lo affratellava a quei giovani che amava ma dai quali tutto, sempre più, lo divideva. Perché lo spettacolo parla, e non poteva fare altrimenti, anche di questo. Il loro è un duetto. Non tanto una sfida. Un volersi cercare. Un provare... un ultimo contatto. L’estremo tentativo di avvicinamento. Un Pasolini non ancora, insomma, completamente sfiduciato come quello cui ci avrebbero abituati gli ultimi giorni.
A tenergli testa, Mariano Coletti, il nostro pseudo-Gennariello. Un ruolo niente affatto facile nemmeno il suo. Deve passare, con disinvoltura, dall’attore che viene chiamato su parte alla parte stessa. E sono due facce molto diverse della stessa medaglia, per sfumature e pattern comportamentali. Ma neanche poi tanto. Neanche poi tanto. Il Mariano Coletti marchettaro, infatti, è un figlio indesiderato. Un giovane respinto. Un marchettaro. Uno di quei giovani poveri per i quali intellettuale è una parolaccia. Uno di quegli arrabbiati verso i padroni, i figli di papà, ma che, sottilmente, vuole essere tale, e li invidia, li desidera, ma non potendolo riconoscere, li disprezza, e rinnega la propria natura vera, misconoscendola. E vendendo la propria carne, in realtà, svende la parte più vera di sé, la sua sottocontrocultura. Baratta la sua speranza di riscatto per trentamila lire. Pasolini lo sa. Lo intervista. Cerca di farglielo capire. In una camera d’albergo. Cerca di riprendere quello che era il suo ruolo più bello. Non quello dell’intellettuale, del giornalista corsaro e polemico, il fustigatore della società, il Savanorala che è pure Giotto, lo scrittore sperimentalista di Petrolio, il regista, il poeta. Il suo ruolo più bello era il maestro. L’amico dell’umanità. Il pedagogo. L’amico di chi non vuol essergli amico. Nelle sue mani la telecamera danza intorno a Gennariello, lo sprona, lo irride, lo spinge dove non vuol andare. In un gioco del ragno con la mosca. Solo che qui è il ragno che finisce per essere inghiottito. Il padre, che non vuol essere padre, che non viene ucciso, almeno non in quanto tale, ma in quanto amico.
Sono belli Gennariello e il suo regista. Anche se non si comprendono più. Anche se vengono da due mondi così diversi che è impossibile persino che comunichino. Comunque si cercano. Comunque ci provano. Ci tentano. Per quanto possibile. Per quel che vale. Vale sempre la pena. Anche quando ci si trova oltre la speranza. Il duetto, come il provino, va verso il suo ineludibile finale, e mentre la telecamera a mano inquadra noi stessi, la grande tribù, e finiamo proiettati a nostra volta su quello stesso schermo dove sono passati Coletti e Maresca, mentre le luci si riaccendono, e noi usciamo via, passando per i vicoli spenti, la movida scemata, quelle immagini di un Gennariello donchiosciottesco che per Pasolini sarebbe potuto essere Eduardo, e un Pasolini sanchopanzesco, smessa la livrea nera del corvo ideologico, fa sorridere pensare che, avesse vissuto ancora un poco, forse avrebbe trovato un nuovo Ninetto, magari proprio a Napoli, perché no, in grado di riscattare quel che rimaneva di una nuova generazione che avrebbe deciso di non conformarsi a quella nuova, più unificata e stronza, Italietta, orba di sé, immemore del suo spirto, e ancora pare di figurarseli, scomparire al galoppo, sorridenti e dimentichi.
Ma uscendo dal teatro, le parole di un altro amico dell’umano risuonano. Un amico che in quel quartiere ha eletto la sua casa, foresto in terra straniera, e che ancora ci prova, a predicare e resistere, seminascoltato, alzando il suo canto contro il coro delle sirene della distrazione. Anche lui mette in guardia dai pericoli della grande tribù bianca cui apparteniamo. E forse non è un caso se Ascanio Celestini nel suo Museo Pasolini ha pensato di inserire una sua intervista. Forse è questa la grande tribù cui dovremmo aspirare di appartenere. Quella dei giusti. Dei buoni maestri. O meglio dei cattivi. Degli anticonformisti. Dei poco accomodanti. Dei non asserviti né servili. Una tribù, questa, che combatte contro la sua stessa autoestinzione, ma non lo fa per sé, quanto per gli altri. Miracolosamente, questa tribù continua a spuntare. E forse è questa la chiusura migliore, oggi, per ricordare Napoli e Pasolini.
“Rientrato in Italia, ho scelto di vivere al sud, precisamente a Napoli, la più grande metropoli del Meridione, con gravi problemi sociali. Nella città partenopea ho scelto di stabilirmi nella periferia interna della città, nel rione Sanità. Per un missionario è fondamentale essere in periferia per ascoltare il grido di sofferenza degli “scarti” e leggere la realtà con altri occhi. Quando arrivai, chiedendo dove si trovasse la chiesa, mi si avvicinò un ragazzo in moto dicendomi: “Sei padre Alex?”. “Si”, risposi. “Sali, ti accompagno”. Seppi solo dopo che era uno degli spacciatori del quartiere, sapevano che sarei arrivato. È il posto giusto, pensai. Ora siamo una piccola comunità missionaria che vive in semplicità e in piccoli spazi, nel campanile della Chiesa di Santa Maria alla Sanità. Abitano con me padre Arcadio Sicher, un francescano che ha operato nelle baraccopoli d'Africa, e una laica consacrata, pediatra in pensione, Felicetta Parisi. Siamo impegnati a dare una mano a questo quartiere con gravi problemi sociali, ma anche agli ultimi della metropoli: i senza fissa dimora, i migranti, i rom. Il sistema economico-finanziario crea impoveriti nel Sud del mondo e nei paesi ricchi crea ‘scarti’, ‘rifiuti’. E da qui, obbediente ai baraccati di Korogocho che mi hanno inviato a convertire ‘la mia tribù bianca’, vorrei lanciare un messaggio che parli al suo cuore perché si converta.
Per questo scrivo a te, giovane!
Hai un ruolo unico e fondamentale in questo momento storico dove si gioca la sopravvivenza della vita stessa umana su questo pianeta. Giovane, non far parte di quella schiera di chi ha già alzato bandiera bianca, pensando che non puoi far nulla: hai invece un potere enorme. Non piegarti a questo sistema, ma impegnati a cambiarlo. Non lasciarti paralizzare dalla paura, ma reagisci con coraggio. Non stare in silenzio, ma alzati ed esci di casa, unisciti agli altri, scendi in piazza per chiedere al potere di cambiare rotta. E ti assicuro che la vita vissuta coltivando il sogno di rendere felice l'umanità è bella. È affascinante quando te la giochi per l’‘altro’, per il bene comune, per un mondo più fraterno. E ti confesso che nella mia vita data, donata agli impoveriti, agli emarginati, ho sperimentato la gioia di vivere. Abbiate il coraggio di indignarvi, di ripensare e di reinventare tutto per far sbocciare un mondo più umano.
Ora tocca a te, giovane, umanizzare l’uomo!”.
(Lettera alla tribù bianca, Alex Zanotelli).





La grande tribù

di 
Claudio Finelli
regia Gennaro Maresca
con Mariano Coletti, Gennaro Maresca
luci Alessandro Messina
costumi Rachele Nuzzo
foto di scena Vincenzo Antonucci
video 
Sonia Ricco
aiuto regia 
Roberta De Pasquale
produzione Nuovo Teatro Sanità
lingua italiano
durata 1h 20’
Napoli, Nuovo Teatro Sanità, 18 marzo 2022
in scena dal 18 al 20 marzo 2022

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