“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Lunedì, 28 Febbraio 2022 00:00

Chi ha ucciso il poeta?

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È il mio turno. Più di tutte le altre volte mi sento in difficoltà a dover svolgere la mia azione. Ho assistito allo spettacolo con un accredito stampa ed è bene che io ne scriva. Che lo faccia qui sul Pickwick che di solito ospita i miei racconti e si preoccupa di chiamare i teatri per me. Mi è difficile anche chiamare recensioni quello che scrivo. Sono una spettatrice privilegiata, che ha la possibilità di partecipare alle esperienze teatrali, di rielaborarle e provare a raccontarle.

Spesso mi capita di star ferma davanti alla pagina bianca per tanto tempo chiedendomi da dove cominciare. Non mi sento troppo brava e il lavoro è rischioso. Potrei non aver colto riferimenti, aver perso delle frasi importanti, aver osservato la cosa o il gesto sbagliato nel momento sbagliato. Poi però comincio e la scrittura inizia a fluire, come in una chiacchierata. Solo che alcune parole o intere frasi posso rimangiarmele e tornare indietro tenendo premuto un tasto. Come ogni volta, porterò a termine il lavoro che ho scelto di iniziare. No, non come ogni volta. Mi è capitato di non aver finito e qualche volta anche di non aver cominciato a scrivere. Quando succede mi sento in colpa ma chi è senza peccato?
Parlare di me, rivelarmi nella mia azione, è il modo migliore che ho trovato per avvicinarmi a Natura morta con attori di Fabrizio Sinisi, diretto da Benedetto Sicca, andato in scena al Ridotto del Mercadante. Se rimango nello spirito dello spettacolo, la recita non è mai terminata. Tutti abbiamo partecipato alla finzione con la nostra presenza fisica in sala e l’abbiamo estesa al di fuori in maniera cosciente. Così il momento della mia scrittura è solo un momento del mio copione: compio l’azione che mi è stata destinata. La vita che conduciamo ogni giorno è una finzione, ognuno recita il proprio personaggio, compie le azioni o pronuncia le battute che gli altri si aspettano di vedere o sentire. Seguiamo la volontà di decine, magari centinaia di registi. Il più importante, quello che più di ogni altro crea il personaggio è, per ognuno, sé stesso. Così lo spettacolo non vuole illuderci, non vuole mentirci e fin da subito si rivela per quello che è: teatro. “L'attore ha una corona in capo / ma non è un re”.
Nere tavole di legno sono disposte sulla scena a ricreare una caverna quadrata. Per la forma e la luce che proietta fuori, verso di noi, sembra anche una grossa tv e, per le applique disposte in maniera ordinata, rassomiglia ad un lungo corridoio. Francesco Roccasecca, l’attore, ci introduce in questa dimensione ambigua di finzione che vuole farsi verità. Recitando il suo personaggio, telefona ad una prostituta per chiederle di passare da lui. Lei, dapprima timorosa, accetta l’invito. Ha un abito rosso. La paura della donna è dovuta alla presenza in città di un serial killer che uccide i poeti. L’uomo e la donna si incontrano e capiscono di essersi già conosciuti in passato. Inseguono con la mente i ricordi legati ad un giorno di molti anni prima, in cui avevano cercato di rivelarsi l’uno all’altra nella loro autenticità. Partendo da quel momento, si raccontano cercando di riconoscersi, cercando di identificare ognuno il proprio io, il proprio centro.
C’è tanto in questo spettacolo che potrebbe da una parte strizzare l’occhio a quello che oggi è il mainstream del noir. Si tratta di un genere che, soprattutto in letteratura, sta avendo un grosso seguito tanto che si potrebbe azzardare a dire che ci sia una vera e propria corrente noir in Italia. Ma la storia del serial killer è ad un livello superficiale di creazione e lettura dello spettacolo. Basta immergersi giusto un po’ di più, per trovare nel killer dei poeti gli assassini di Pasolini e rendersi conto che tutta la scrittura del testo ha carattere poetico. È la poesia l’unica parola autentica e solo i poeti riescono a dire la verità. Ci provano i due attori con i loro due personaggi ma inciampano sempre in qualcosa. Può trattarsi di un difetto del linguaggio, di un modo enfatico di articolare le frasi ma la verità fa troppa fatica a venir fuori dalle bocche. Le sovrastrutture che ognuno si è costruito sono troppo solide. I racconti stessi del passato, essendo illusioni di verità, vengono proiettati sul fondo della caverna con un gioco di ombre. I corpi degli attori spariscono e restano solo le loro sagome nere schiacciate su un pannello bianco. Si tratta del mito platonico e l’invito che si fanno i personaggi tra loro è quello di uscire, di abbandonare le ombre e essere veri. Rischiare di conoscersi, di conoscere i propri desideri.
È possibile ritrovare molto del Pasolini poeta nel testo, oltre al riferimento alla sua tragedia personale: i personaggi fragili, gli ultimi, “un povero Cristo e una Maddalena”, la compresenza di vocazione politica e religiosa. L’uomo e la donna si sono incontrati il giorno di una manifestazione studentesca a Venezia, lei leggeva la Bibbia e aspira alla santità. Così le ombre ci narrano della manifestazione e degli scontri tra studenti e polizia mentre nella luce i due, uomo e donna, leggono un passo della Bibbia e accennano un Padre Nostro. La realizzazione scenica è essa stessa poetica e simbolica. Dalla Bibbia, libro luminoso, gronda acqua e più lui legge ad alta voce senza credere più l’acqua è dissipata. Lei poi racconterà di aver abbandonato la Bibbia in un canale ed è quindi come se nel momento del racconto l’avesse recuperata. In un tempo scandito ora dopo ora da una voce registrata, i racconti dei due ci portano in viaggio nel tempo continuamente. Viviamo la notte dello svelamento e i giorni del passato.
Non c’è dubbio che sia l’onda della lotta politica che la religione siano costrizioni per l’Io, entrambe richiedono determinati pensieri e comportamenti che limitano la libera espressione personale ma nel desiderio di lei c’è una propensione maggiore verso la parte mistica.
Natura morta con attori non è uno spettacolo che si segue con facilità. Trovo che richieda un duplice sforzo allo spettatore: da una parte egli deve lasciare che la parola poetica agisca a livello interiore senza voler per forza comprendere tutto quello che ascolta, dall’altro deve essere disposto a stare al gioco, perché un po’ si viene presi in giro e dell’umanità si sorride.

Ma il debole sorriso sfuggente
non è di timidezza
è lo sgomento, più terribile, ben più terribile
di avere un corpo separato, nei regni dell'essere − se è una colpa
se non è che un incidente:
ma al posto dell'Altro
per me c'è un vuoto nel cosmo
un vuoto nel cosmo
e da là tu canti.








Natura morta con attori
di
Fabrizio Sinisi
regia Benedetto Sicca
con Francesco Roccasecca, Beatrice Vecchione
e la voce di Fabrizio Sinisi
scene Luigi Ferrigno
costumi e assistente scene Rosita Vallefuoco
drammaturgia musicale e del suono Chiara Mallozzi
luci Angelo Grieco
assistente alle regia Sara Palmieri
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Ridotto del Teatro Mercadante, 22 febbraio 2022
in scena dal 17 al 27 febbraio 2022

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