“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Venerdì, 25 Febbraio 2022 00:00

Le varie lettere di un’esistenza

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Sono a lato dell’evento, molto defilata, vedo il proscenio in diagonale. Inizia un brano. Questa musica che forse impropriamente chiamo jazz, che sa di anni Venti-Trenta, che sta in mezzo a luci rosse contornate di fumo, cosa racconta? È leggera, spensierata, pare dica la giovinezza e le possibilità belle che la vita in quel tempo riserva.

Lo spettacolo inizia dunque prima di iniziare, con la musica e il colore rosso. Rosso è il vino, bevanda antica, epica; rosso è il cuore, soprattutto quando sanguina; rossa è la passione che dilania e consuma e, al contempo, incanta e vivifica; rossa è l’ira, la furia sorda delle divinità, la furia cieca degli umani. La musica pre-spettacolo, che però è introduttiva della storia, si sposta dalla morbidezza del jazz degli esordi verso Est, verso la Grecia, dove la malinconia intride la terra. È vitalità struggente, è ripetitività ammaliante e ingabbiante. È forse un’altra età della vita.
C’è una consolle in mezzo al piccolo palco. Parte una musica contemporanea, un sound lounge. Si sente ripetere, tra le note, la parola “estasi”... Ma cos’è l’estasi? È stare fuori dal proprio corpo e sperimentare così sensazioni mistiche. L’estasi è innalzamento, ma è anche solitudine. Forse ci si riesce ad innalzare soltanto nel dolore e nella separatezza dagli altri. La diversità è senz’altro una separatezza, e dà spesso luogo a separazioni. Queste tracce introducono il personaggio di Tiresia, tratto dall’opera di Kae Tempest, potente poeta rapper inglese non binario che si ispira al Tiresia di T.S. Eliot.
Basso profondo, occhiali da sole, cappuccio. Scena urbana. La maestria di Kae Tempest sta nell’unire il sacro, mitico passato al cupo e variegato presente. Tiresia vive più vite, vive più sessi, attraversa i generi senza stare dentro a dinamiche di potere, come scrive la brava regista Giorgina Pi. È prima ragazzino, poi viene trasformato in giovane donna, per avere visto una scena di sesso tra due serpenti e averli separati con un bastone. E da donna, vive un romantico amore. Le ricapiterà la stessa scena, lei di nuovo dividerà i due rettili e sarà ri-trasformata in uomo. Nel frattempo, occupa progressivamente con movimenti sinuosi spazi più ampi della scena e toglie la felpa e, a tratti, la maglietta, cambiando la musica alla consolle sette volte, quante sono le lettere che compongono il suo nome. Ogni pezzo della colonna sonora è anticipato dalle lettere che compongono il suo nome. Bravo Gabriele Portoghese a interpretare in maniera naturale e convinta un personaggio così complesso e le sfumature che lo costituiscono.
È evidente che Tiresia, per la sua condizione, per le sue condizioni, per la sua doppia transessualità, si pone al di fuori di ogni schema psichico, culturale, biologico e quindi politico. Per la sua conoscenza di entrambe le nature umane, Zeus ed Era, in una delle loro proverbiali contese, decidono di chiamarlo per sapere da lei-ora-di nuovo-lui chi, tra uomo e donna, gode di più nell’atto sessuale. Tiresia non ha dubbi: dice loro che la donna gode nove volte di più dell’uomo. Era s’infuria e lo acceca. Una scena dal dolore crudo e sincopato da un testo dal ritmo e intensità importanti. Le regole divine sono precise: nessuna divinità può modificare un atto compiuto da un’altra, per cui Zeus, pur contrito, non può porre rimedio all’atto estremo di Era. Può però fargli un dono: il dono della visione, della pre-veggenza. Da quel momento, Tiresia diviene una sorta di profeta e quindi, in qualche modo, un poeta: descrive un mondo non concreto, non circoscritto, non (soltanto) fisico. Così si pone in un territorio altro, anche stavolta: non è solo umano, non è più un semplice umano, non è un vero dio: è un essere intermedio che intuisce sia l’abisso che il cielo, ma che resta a vivere la pienezza affascinante e pericolosa della terra. È una rottura, Tiresia, dal punto di vista fisico, da quello simbolico: s’insinua tra corpi e mondi certi, rassicuranti. È un punto nero, per estremizzare – mica poi tanto –, un vivente così: non rispetta canoni, non dà e non ha punti di riferimento: oscilla, nuota, cambia forma e spazialità, sfugge alle definizioni.
Il bisogno dell’essere umano medio − piccolo, insicuro − è infatti controllare, de-limitare, dare certezze e finitudine a qualunque cosa, manifestazione, essenza. La paura, se no, prevale. Abbiamo visto questo fenomeno, nella sua forma peggiore, con l’odio verso i popoli erranti (ebrei, ma anche rom) che sfuggono all’incasellamento, al potere del controllo, alla sicurezza della stanzialità e della limitatezza spaziale. Questa paura – e quindi l’odio che spesso alla paura segue − è anche verso chi non è fisicamente definito, non è stabilmente definito e quindi rassicurante, o è cangiante, perciò inafferrabile. Ma si potrà mai definire ciò che muta? Soprattutto, perché si dovrebbe? Un’interpretazione antropologico-politica di quello che arriva ad essere perfino odio verso le persone trans potrebbe essere proprio il terrore che suscita la mutevolezza, la mancata corrispondenza tra corpo e psiche, che toglie ataviche certezze ritenute basilari e inscalfibili e che si tramuta talvolta in esecrabile repulsione verso di loro.
Si potrà definire ciò che muta, dunque, mi chiedevo? Nel lamento, forse, che ripete se stesso ma che potrebbe continuare all’infinito... Eppure, il lamento non varia, pur durando. È ipnosi del ripetersi sempre uguale. Nel morso che nasconde i denti, allora, celando le intenzioni di ferire. Nel morso coi denti inguainati dei serpenti. Il veleno è insito nell’essere, e si trasmette. Un pericolo può annidarsi nella definizione. L’atto del definire può ferire infatti alcune persone che alla definizione per natura e-o scelta sfuggono. Perciò vi può essere mancata consolazione nelle parole. Da questo punto di vista, il dono della profezia di Tiresia mi sembra quasi una punizione, perché le parole profetiche possono spaventare, finanche condizionare gli eventi. E sono altro dall’essenza conosciuta, presunta, perché dicono ciò che ancora non è, e perché l’essenza è sfumata e incomprensibile: non si afferra, cioè. Da questo punto di vista, profezia e transessualità sono simili, si collocano sulla stessa linea non retta, non finita. Il profeta e il trans ipotizzano altro dalla realtà, ipotizzano ed esprimono altre realtà.
Kae Tempest scrive che Tiresia ha cancellato tutte le vite che ha conosciuto. Che pena, ma anche: che opportunità. Tiresia ha perduto tutte le persone che ha amato, ma, nonostante ciò – o forse, in virtù di ciò − insegna a tutte e tutti come restare se stesse/i. Intontita/o dal proprio corpo, rinsaldata/o dall’assenza, semplice e bella/o nella sua doppia appartenenza. “Tiresia, pulsante tra due vite” è un’indovina/o che vaga nel buio delle mancate occasioni, dell’amore perduto, dell’amore mancato, delle conoscenze sfuggite, ma che ne intuisce, e acchiappa, pezzetti, e da lì costruisce un senso possibile. Non universale, ma possibile. Non fisso, ma ricomprendente tutto l’universo e tutte le eventualità dell’essere materia, muscoli e organi, anche se per pochi momenti, e ricomprendente tutto il tempo, perché se il passato e il presente sono noti a tutte/i, Tiresia vede, pur non vedente, proprio anzi da quando non ci vede, anche il futuro. Il molteplice privilegio della sua “transversalità".
Uno spettacolo, Tiresia, che ci fa riflettere e interrogare sui temi del corpo, del tempo, dell’umano, del divino, del possibile, e ci fa sentire e comprendere la bellezza della complessità e la ricchezza della marginalità sul bordo della quale può crescere Poesia.





Tiresias
un progetto di
Bluemotion
da Hold Your Own / Resta te stessa
di Kae Tempest
traduzione Riccardo Duranti
regia Giorgina Pi
con Gabriele Portoghese
dimensione sonora Collettivo Angelo Mai
bagliori Maria Vittoria Tessitore
echi Vasilis Dramountanis
foto di scena Claudia Pajewski
produzione Angelo Mai, Bluemotion
lingua italiano
durata
50’
Bologna, Arena del Sole, 16 febbraio 2022
in scena
15 e 16 febbraio 2022

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