“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Martedì, 22 Febbraio 2022 00:00

Licia Lanera: strafottenza e dolore del vero in scena

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Cade lieve e gentile a formare un velino che accarezza la quarta parte.
Precipita impietosa e persistente ricoprendo di una coltre bianca i personaggi e gelandone l’azione, rallentandone il dire. Semplicemente sta, oramai priva di energia, sul pavimento di un interno domestico ibernato nel tempo fermo di una pandemia.
È la neve della Trilogia di Licia Lanera, un unico lungo spettacolo in tre tempi dedicato alla Russia e a tre dei suoi autori più iconici. Tre atti legati, tra i quali rimbalzano temi, dolori, passioni che la neve cristallizza.

È una neve che cambia. Assistere ai tre lavori senza soluzione di continuità – come è stato possibile lo scorso dicembre al Teatro Piccinni di Bari – significa poterne osservare distintamente l’evoluzione e, con essa, il mutare e maturare del sentire artistico della Lanera.


Atto I: Bulgakov, Cuore di cane. La bufera
“Cuore di Cane è un libriccino che mi ha lasciato l’amaro in bocca, che mi ha lasciato la visione di una società malata e sconfitta, in fondo profondamente attuale. Raccontare i vizi, i difetti e le sclerosi della società attraverso l’iperbole e il fantastico, è la cosa che amo di più”.
La neve cade fitta, è una bufera. Ed è irruente e tempestosa la presenza scenica della Lanera.
Un volto di donna anziana (la maschera realizzata da Sarah Vecchietti) che racconta della insana ossessione per la bellezza e per la giovinezza, ma anche delle crepe e delle contraddizioni della politica. Fili intessuti alla trama della bizzarra storia di un chirurgo esperto di improbabili ringiovanimenti che decide di impiantare i testicoli e l’ipofisi di uomo morto nel corpo di un cane, seguendone la progressiva metamorfosi in un essere ibrido dal cui sguardo straniato e straniante si osserva la società russa della dittatura di Lenin. 
Nell’impianto satirico-fantascientifico del racconto di Bulgakov, Licia Lanera trova il materiale ideale da plasmare con gli strumenti della parte più performativa della propria indole artistica affidandola alle tinte del grottesco e dell’iperbole.
La gestualità: precisa, istrionica. Stagliati nei chiaroscuri delle bellissime luci di Vincent Longuemare, la mano che tiene il ritmo della musica, il piede che dà forma a un rumore martellante, tocca il pavimento, si rialza con lentezza calcolata, lo ritocca, si rialza. Il corpo che cerca la posa perfetta: in piedi frontale; seduto sulla poltrona/trono al centro del salotto di primo ‘900 che è la scena; di profilo a tre quarti così che il riverbero della lampada ne illumini il contorno; il corpo che asseconda la descrizione delle figure del racconto, che si mette in quel punto, l’unico possibile, capace di incrociare la luce che ne proietta l’ombra sul fondale.
E poi, la voce: un camaleonte che striscia tra le pieghe della narrazione inghiottendone ogni personaggio e facendone proprio il colore, il timbro, la cadenza che la Lanera gli ha affidato per farne un tipo riconoscibile e vivo in questa galleria umana... e animale. Un itinerario tecnico e interpretativo tra le possibilità di una coppia di corde vocali percorso – come già in The Black’s Tales Tour – assieme al compositore di musica elettronica Tommaso Qzerty Danisi.
Nell’angolo sinistro della scena, con la sua consolle, il musicista è, a tutti gli effetti, il secondo interprete della pièce, la musica è vera e propria seconda voce che sostiene, arricchisce, dettaglia la narrazione con effetti acustici a metà tra il rumore e il suono. Una bolla sonora, rilegatura acustica del racconto incarnato in scena.
Irruente, si diceva, è la presenza scenica di Licia Lanera di Cuore di cane. Ma è una potenza calibrata, calcolata al minimo dettaglio, che si avvale della pratica della scena, dell’esperienza. In Cuore di cane si riversa tutta la sanguigna energia del suo fare arte, la focosa, non di rado dolorosa, passione per il teatro. E, a tratti, pare che il personaggio coincida con la persona, come se la Licia donna e la Licia attrice fossero un essere unico che si svela e si dà completamente in un luogo che è il suo habitat naturale, dove si diverte ed è a suo agio, del quale conosce i tempi, i respiri, i lucori, i suoni. Un universo affettato – tanto più in questo lavoro – che la vede deformata, nel corpo e nella voce ma incredibilmente vera e sincera.


Atto II: Čechov, Il gabbiano. L’ibernazione
“Oggi la terra è coperta di neve, il tempo è nebbioso, malinconico”.
La voce di un Anton Čechov uggioso e insofferente introduce l’apertura del sipario e sembra presagio di ciò che si materializzerà in scena.
È calda la campagna della tenuta di Sorin, un caldo afoso e asfissiante, che rende i movimenti degli ospiti lenti e pesanti, bradipi che si trascinano da una sdraio all’altra, che le spostano come alla ricerca di un centro di gravità che possa dar loro tregua.
Eppure il caldo di quest’estate non ha tepore né vitalità, non riscalda l’animo, piuttosto lo intorpidisce lo fa pigro. Lui resta freddo, e, così, sulla calura bucolica, nevica...
Licia Lanera – più che mai capocomico in questo lavoro di compagnia – fa di Il gabbiano un dramma dell’ibernazione e della lentezza.
Lentezza oziosa nel primo atto (che condensa i primi tre di Čechov), annoiata – “Ah, ma che c’è di più noioso di questa vostra cara noia campagnola! Fa caldo, non succede niente, nessuno fa niente, tutti parlano dei massimi problemi”. L’esuberanza di Arkadina, la maliziosa – assai maliziosa – energia di Nina, le frustrazioni artistiche e filiali di Konstantin non smuovono davvero il ritmo, non sono davvero azioni – “C’è poca azione nel tuo lavoro. C’è solo declamazione” dice Nina a Konstantin – piuttosto sembrano dare impulsi continui al progredire di vite piatte, che imperterrite girano in tondo, destinate al fallimento. Questi umani stanno lì, incagliati nei loro discorsi sul senso dell’arte, nei loro amori non corrisposti, nelle frustrazioni. Ma anche nelle loro aspirazioni, solo che con il suo adattamento la drammaturga Lanera sembra guardarli con il senno di poi, con la consapevolezza del nulla che li attende.
Un nulla che ha la freddezza della neve.
E quando l’inverno arriva davvero, nel secondo atto (come nel quarto di Čechov), la noia si fa gelo. I progetti, le aspettative, le speranze sono crollate come il quadro appeso al fondale che ora ritroviamo sbilenco nella essenziale ma suggestiva scenografia firmata da Riccardo Mastrapasqua. Adesso nevica fitto sui personaggi, fermi davanti ai loro microfoni: statue di ghiaccio dal dire sonnacchioso, stanco – “Sono stanca morta” dice Nina –, che racconta la stanchezza delle delusioni, che fa del susseguirsi dei numeri della tombola una nenia. Loro, adesso, non si guardano più, non si parlano più; con lo sguardo perso oltre la quarta parete, sembrano in una trance dalla quale neppure l’incedere di Konstantin con in mano il cadavere di un gabbiano, pronto a diventare cadavere lui stesso, riesce a risvegliare.
L’energia delle speranze, dei farò, diventerò, amerò, si è esaurita; l’aspirazione di una vita votata a un’arte che potesse ricambiare il sacrificio è stata delusa. E allora forse quegli sguardi persi nel vuoto non fanno che guardare alla mediocrità che, inaspettatamente, li circonda. O, forse, a chi gli sta di fronte?
Licia Lanera rilegge Il gabbiano con i suoi occhi da artista, con occhi che hanno avuto l’entusiasmo incosciente di Nina, che probabilmente hanno l’insofferenza di Konstantin, che certamente hanno il fervore di Irina e la sua paura di invecchiare, di essere dimenticata, di restare delusa. E Il gabbiano diventa una riflessione non solo sull’arte ma anche e specialmente sugli artisti – ancor più sensibile perché condotta insieme ad altri artisti, in scena – sulle aspirazioni giovanili ridotte in frantumi da quello stesso futuro nel quale si riponeva tanta fiducia e, che, invece, diventa un passato al quale ripensare con amarezza, rimpianto, disillusione.


Atto III: Majakovskij, I sentimenti del maiale. La neve ferma
Avrebbe dovuto essere una scrittura originale ispirata alla figura e alle opere di Majakovskij il terzo atto di Guarda come nevica, ma dopo i primi due è arrivata la pandemia che ha travolto progetti, modificato intenzioni, smosso un nuovo sentire... quanto meno in quelli che non sono riusciti a far finta di nulla.
Chissà come sarebbe stata la neve se tutto fosse andato secondo i piani. Ora è ferma, tutto è fermo: “Saranno le nove, fuori è aprile, io sono chiusa qui e tutta questa neve mi sta seppellendo”.
Licia Lanera e Danilo Giuva stanno nel salotto di una casa, in abiti comuni, senza trucco, provando scene per ammazzare il tempo, per ingannare la noia sofferta da tutti in quei mesi del lockdown. Un po’ li ricordano i personaggi del Gabbiano, annoiati, rimuginanti. Ma, certo, con un vigore diverso, esasperato e insofferente. La stanza in cui sono costretti diventa cassa di risonanza nella quel dare voce al sentimento del proprio essere artisti: “Sono empatica, sento dentro di me i dolori del mondo intero. Sento. Io sento! Sono un’artista”.
Cos’è questo essere che chiamiano artista? A dirlo il maiale appeso a testa in giù, del quale Danilo descrive con cura l’uccisione: il grufolare straziato, il punteruolo che gli spacca il cuore, il sangue che cola a litri...
 “L’uccisione del porco è soprattutto una festa, o un rituale familiare, un’occasione per riunire i propri congiunti”. Quella festa, quel rito è il teatro; il porco, animale “empatico... che sente”, è l’artista. Licia e Danilo allora si abbandonano al loro essere attori, carne da macello, sacrificio del rito. E intanto ne affrontano – e, diciamolo, ne gustano – l’aspetto dannato, disperato. 
La figura di Majakovskij, l’aura di disperazione che avvolge la sua morte, come pure la sua vita e la sua arte, fanno cortocircuito con tutto l’immaginario sull’artista maledetto di cui sono emblemi i miti del rock – Ian Curtis e Kurt Cobain, ma si piuò pensare a tutto il “Club 27” – rievocati dalla musica dal vivo della band in sena (Dario Bissanti, Giorgio Cardone e Nico Morde Crumor). “È questo il senso del rock, della spregiudicatezza, del maledetto, che mi fa impazzire. Tutti questi artisti belli e maledetti che non vogliono invecchiare e non vogliono essere sacrificati e allora che fanno? Muoiono da soli. Con quella strafottenza mista a dolore atroce”.
Strafottenza e dolore atroce. Licia balla, si dimena, fa impazzire la macchina del fumo che innesca con un telecomando, ride sguaiata, straparla e, da ogni gesto, da ogni inflessione vocale arrivano strafottenza e dolore atroce. Strafottenza del sistema, delle regole del “teatro di prosa”, delle convenzioni (come Konstantin); dolore atroce per il tempo che passa, per una vita votata solo al teatro, per la vecchiaia, per l’invidia violenta verso quelle ventenni alle quali “strapperebbe la carne di dosso” (Irina, Nina).
Si sentono gli echi dei primi due atti della Trilogia, ma la voce ora arriva senza filtri, squarcia la quarta parete, mostrando la verità, senza alcuna finzione. Non si rinnega il congegno teatrale, semmai si sgretola così da mostrare la quontessenza di un’attrice che si denuda dei suoi panni di scena. Ciò che c’è sotto l’avevamo intravisto in Cuore di cane, ma mascherato dalla performance, costruito ad arte; l’avevamo sentito travestito dalle parole di Čechov prese in prestito per una riflessione che toccava le corde dell’esistenziale e del collettivo.
Qui, invece, quello che c’è sotto emerge così com’è: un essere artista che è inscindibile dall’esistere. Un’essenza squartata, trafitta, che cola il sangue del sacrificio, ribollente della frustrazione ma anche della passione pulsante dell’arte, della dannazione di voler vivere per sempre, ma per sempre giovane; e se è impossibile farlo, allora meglio morire.
Majakovskij scrisse La nuvola in calzoni quand’era poco più che ventenne: un poemetto traboccante di forza lirica, teso, dissacrante, provocatorio. Si abbassano le luci e su quel podio che ha avuto il centro palco lungo tutta la Trilogia – è egocentrico ed esibizionista l’artista – sale Licia e inizia il suo concerto da rock star.
 Le parole roventi di Majakovskij incontrano la musica rock in un crescendo di aggressività, di rancore, rabbia, erotismo, declinate dalla stupefacente abilità vocale della Lanera.


2018 Cuore di Cane. 2019 Il gabbiano. 2020 I sentimenti del maiale.
 Cosa racconta questa Trilogia? Di certo racconta di una performer che negli anni ha affinato un proprio, specialissimo modo di abitare la scena; che fa del palco la sua scena, con maestria e la giusta dose di esibizionismo.
  
Racconta di una drammaturga che si è accostata alla letteratura russa assetata di parole che dessero voce a qualcosa che, con urgenza, sentiva di voler e dover dire rispetto all’arte e all’essere artisti, oggi.   

Racconta, ancora, di una regista generosa, disposta a mettere da parte l’esibizionismo di cui sopra, facendosi parte, con sensibilità e un accoramento quasi materno, di una compagnia.
Ma, soprattutto, racconta della progressiva emersione di una poetica della realtà in scena. Non del realismo ma dell’esserci davvero su quelle tavole, giocando un ruolo, ovviamente, interpretando una parte, eppure alimentandola della propria verità, del proprio sfacciato e sincero sentire, di artista e di donna. 
Ed è il finale de I sentimenti del maiale ad esserne il manifesto.
Dopo più di tre ore in scena, Licia Lanera/Majakovskij/rock star/maiale fa assistere a una trasformazione generata da una volontà di potenza che non smentisce ma anzi si alimenta delle fragilità, delle frustrazioni, delle paure. Licia si dà tutta, senza riserve, con tutto il suo sentire, il sudore, la voce plasmata ad arte, stuprata fino a diventare bestiale, il grufolare di un maiale dilaniato.
“Ecco l’artista”, sembra dire, “guardatemi, prendetevi tutto, pure il mio cuore”.

Un dono o uno schiaffo. Ma forse entrambi, lanciati dalla scena con l’esibizionismo e l’egocentrismo di un essere fragile, con il sentire profondo e frustrante dell’artista. Con strafottenza e dolore atroce.





Guarda come nevica


1. Cuore di cane

di Michail Bulgakov
adattamento e regia Licia Lanera
con Licia Lanera, Qzerty
sound design Tommaso Qzerty Danisi
luci Vincent Longuemare
costumi Sara Cantarone
maschera Sarah Vecchietti
assistente alla regia Annalisa Calice
tecnici di palco Cristian Allegrini, Francesco Curci
foto di scena Clarissa Lapolla
produzione Compagnia Licia Lanera
coproduzione TPE – Teatro Piemonte Europa
con il sostegno di MiBAC, Regione Puglia, Assessorato all’Industria Turistica e Culturale, Gestione e Valorizzazione dei Beni Culturali
lingua italiano
durata 1h 15’
Bari, Teatro Piccinni, 19 dicembre 2021
in scena 19 dicembre 2021 (data unica)


2. Il gabbiano
di Anton Čechov
adattamento e regia Licia Lanera
con Giandomenico Cupaiuolo (in sostituzione di Vittorio Continelli per infortunio), Mino Decataldo, Alessandra Di Lernia, Caterina Filograno, Jozef Gjura, Marco Grossi, Licia Lanera, Fabio Mascagni
luci Cristian Allegrini
musiche originali Qzerty
scene Riccardo Mastrapasqua
costumi Angela Tomasicchio
assistente alla regia Ilaria Bisozzi
foto di scena Clarissa Lapolla
co-produzione Compagnia Licia Lanera, Teatro Metastasio di Prato, TPE – Teatro Piemonte Europa
si ringrazia Fauso Malcovati
lingua italiano
durata 2h
Bari, Teatro Piccinni, 19 dicembre 2021
in scena 19 dicembre 2021 (data unica)


3. I sentimenti del maiale
regia
Licia Lanera
con
Danilo Giuva, Licia Lanera
chitarra e voce  Dario Bissanti
batteria Giorgio Cardone
basso Nico Morde Crumor
luci Cristian Allegrini
fonica Francesco Curci 
scene Riccardo Mastrapasqua 
aiuto scenografo Silvia Giancane
costumi Angela Tomasicchio
foto di scena Clarissa Lapolla
co-produzione Compagnia Licia Lanera , TPE – Teatro Piemonte Europa, Festival delle Colline Torinesi
lingua italiano
durata 1h
Bari, Teatro Piccinni, 19 dicembre 2021
in scena 19 dicembre 2021 (data unica)

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