“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Sabato, 12 Febbraio 2022 00:00

“Il berretto a sonagli” e la corda della complessità

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L’io dimissionario di Pirandello è un soffio, come il titolo di una sua novella. È il “vivere per vivere”, senza sapere di vivere. Discostarsi della realtà per percepirne il senso e in un momento di rivelazione epifanica, improvviso e doloroso, respingere le forme e vivere attraverso le cose, riconoscendo l’infinita poliedricità dell’esistenza. Ammettere di essere mutevoli e non definibili e proprio per questo ritrovarsi nell’indefinito.

L’epifania porta a due conseguenze, apparentemente antitetiche ma in realtà combacianti: lo straniamento e talvolta la passiva accettazione. Il sentimento predominante è lo stupore, originato dalla realtà non identificata che ci circonda, ma anche dallo sguardo degli altri, che quella realtà l’hanno clamorosamente accettata. Stupore soprattutto rispetto alle regole sociali che quella stessa realtà la categorizzano, la vincolano e la determinano, ma che l’uomo, seppur nella consapevolezza della loro velleità, si ritrova a condividere, perché ne fa parte, inserito come gli altri nel tempo e nello spazio sottoposto a leggi intrinseche.
Ne Il berretto a sonagli, commedia in due atti composta nel 1916, e in questa sua rappresentazione scenica per la regia di Gabriele Lavia (che interpreta anche il protagonista maschile), il vincolo sociale messo in scena è il matrimonio e Pirandello, che di ogni tematica esplora anche l’opposto, giocando e parodizzando con esso, lo affronta dal punto di vista di un adulterio o presunto tale.
Beatrice crede che il marito la tradisca con la moglie di Ciampa, per questo escogita un tranello per giungere alle prove del misfatto e poterlo denunciare alle autorità. Ciampa però, l’altro ingannato, le fa un discorso preciso: le sue sono vane illusioni e occorre che resti ancorata alla realtà. In essa si gioca un ruolo e si vive con “la corda della civiltà” che è quella che ci spinge ad accettare i ruoli sociali che ci sono stati assegnati per non generare il caos. Nel secondo atto Pirandello, che gioca con gli opposti, capovolge completamente la scena. L’inganno è stato messo in atto, ma nessuno è contento delle conseguenze. Beatrice ha toccato la corda sbagliata e questo ha generato solo scompiglio e confusione di ruoli.
Esiste nel mondo un equilibrio labile che è quello che noi costruiamo con le nostre convenzioni, i nostri vincoli. Sebbene in questo meccanismo artificioso esistano delle piaghe esse vanno "lasciate stare", ciò che conta è restare in superficie. “Che fai con la piaga? La scoperchi? Tu sei pazza”.
"Non sa più riconoscersi nella nuova realtà che ha messo in crisi il suo ruolo e quindi sé stesso e si chiede più volte ‘Chi sono io?’", perché noi siamo le forme che ci vengono assegnate e che accettiamo.
Ora l’unica soluzione possibile per ripristinare l’equilibrio all’apparenza perduta è che si vendichi di sua moglie e del suo amante con un delitto. Oppure la soluzione sta tutta lì, in quella parola che per Pirandello è croce e delizia dell’essere, la sua condanna ma anche la sua chiave di lettura del mondo.
La pazzia.
Ammettendo di essere pazza Beatrice può mettere fine all’altra messinscena, all’interno della primaria farsa del vivere, ma se dichiarare la propria pazzia sembra essere una condanna, le fa capire che in realtà è una liberazione. Se “nascere è la prima tragedia è vivere un fallimento” immerso in ruoli predefiniti e non scardinabili, solo il pazzo è realmente libero di dire come stanno le cose senza essere giudicato dalla folla consenziente al meccanismo delle forme, senza distruggere il “gioco delle corde” che regola il mondo nel suon equilibrio apparente. La fine tragica è forse un lieto fine, a seconda del ruolo in cui si scelga di immedesimarsi.
Ne Il berretto a sonagli sono esplicati i temi cardine della poetica pirandelliana, in tutta la loro pregnanza: le forme apparenti del vivere sociale, l’angoscia e il dubbio come sentimento focale della vita, la condiscendenza a ruoli, le maschere. Tematiche di grande complessità e che necessitano una profonda introspezione psicologica ed esistenziale.
La complessità non giustifica però uno spettacolo a non essere comprensibile. Bisogna mettere il pubblico nella condizione di godersi lo spettacolo in modo libero e svincolato, perché la narrazione dovrà fluire naturalmente e le sue caratteristiche emergere spontaneamente, senza forzature di sorta. Optare per una scelta troppo specialistica rischia di rendere l’esperienza teatrale chiusa, mentre il teatro dovrebbe essere aperto e inclusivo e fare in modo che anche chi di quell’opera o di quel testo non sa nulla, possa goderne il sano intrattenimento, la riflessione, il tormento, lo stupore: vissuti come emozioni autentiche che lo porteranno ad appassionarsi e a tornare in sala ancora.
Le scelte registiche di Lavia si strutturano verso un’insistenza alla drammaticità più conturbante. Sin dall'inizio, quando la scenografia muta è abitata da sagome che, come fantocci, vogliono anticipare il tema dell’inganno, le luci che ingrandiscono le ombre che spaventano, come le coscienze. Una scenografia che resta per tutto il tempo buia, estremamente cupa − quasi barocca e preziosa − e per questo disturbante. Lo sfondo è scuro, come lo sono anche gli abiti dei personaggi, le battute vengono trascinate, come in una litania, realizzata in modo ancor più intenso dalla commistione italiano/dialetto siciliano alternati magistralmente da Pirandello sulla base della natura dei personaggi e su ciò che volevano comunicare.
Altro elemento è la staticità. La scenografia non cambia mai, è fissa e inamovibile e pochissimo si muovono anche i personaggi al suo interno. Una scelta coraggiosa di questo tipo richiede una narrazione coerente e fluida, che cozza invece con i vuoti narrativi e la ricercata preziosità delle scelte registiche.
Non è necessario accentuare la complessità contenutistica e narrativa di Pirandello, è necessario rispettarla e per farlo non basta essere fedeli alla sua narrazione, serve essere coerenti. La complessità della poetica pirandelliana amplifica la sua universalità, il suo essere assolutamente aderente ad ogni tipologia umana. Ogni trasposizione in scena, per essere convincente, deve valorizzarne questo aspetto inclusivo e la sua significanza, affinchè anche la complessità più marcata sia fonte continua di riflessione e meraviglia.





Il berretto a sonagli
di Luigi Pirandello
regia Gabriele Lavia
con Gabriele Lavia, Federica Di Martino, Matilde Piana, Francesco Bonomo, Mario Pietramala, Giovanna Guida, Maribella Piana, Beatrice Ceccherini
scene Alessandro Camera
costumi ideati dagli allievi del Terzo anno dell’Accademia Costume & Moda (Matilde Annis, Carlotta Bufalini, Flavia Garbini, Ludovica Ottaviani, Valentina Poli, Stefano Trovato, Nora Sala)
coordinatore Andrea Viotti
musiche Antonio Di Pofi
luci Giuseppe Filipponio
aiuto regia Lorenzo Terenzi
assistente regia Lorenzo Volpe
assistente scene Andrea Gregori
tecnico del suono Riccardo Benassi
capo macchinista Stefano Mazzola
macchinista Simone Zappelloni
sarta Concetta Nappi
foto di scena Tommaso Le Pera
produzione e organizzazione Alessandro Mattias − Produzioni EFFIMERA e DIANA OR.I.S.
lingua italiano, dialetto siciliano
durata 1h 40’
Napoli, Teatro Diana, 9 febbraio 2022
in scena dal 9 al 19 febbraio 2022

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