“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Domenica, 23 Gennaio 2022 00:00

… Poi che il superbo Ilïón fu combusto

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Inizia con un lamento. Un lamento profondo. Gutturale. Cavernoso. Che sale dal ventre ferito e si ingrossa. Ma non trova sfogo. E si blocca. Si infrange contro le pareti dei denti che gli impediscono di sboccare. È un lamento terribile perché muto come quello di Lavinia nel Tito Andronico. Che risuona nella testa fino a farla scoppiare. È un lamento che sale, come il mugghiare del mare. Un mare che non è in tempesta. Un mare che è ricoperto di fuoco greco. Il fuoco che brucia anche sul pelo dell’acqua. Tutto brucia, di questi tempi.

Ma non inizia veramente così. Inizia con un canto. Il canto di una città che brucia. Di una civiltà data alle fiamme. È il lamento delle prefiche che assistono, impotenti, alla loro stessa memoria bandita per sempre (o meglio, al tentativo).
Il teatro dove siamo condotti è un teatro di guerra. Una delle storie più antiche: quella di una città cinta d’assedio. Siamo dopo l’azione. È tutto finito. La città è quella di Troia. Tutto già si è compiuto. Siamo ai capitoli finali. Dopo lo sconquasso della guerra, che ha sparigliato tutte le carte, viene il saccheggio. I Motus approcciano a questa storia, narrata e rinarrata fino al suo stesso esaurimento, ribaltandone la narrazione, generando un’antinarrazione, un’eteronarrazione, la narrazione dell’altro, restituendo la parola a chi se l’è sempre vista strappare. È la storia di chi stava dietro agli eroi. A chi, nel mondo antico, per quanto genitore della nostra civiltà e democrazia, era consegnato alla sordina, a stare più dietro che nelle retrovie, ad assistere, impotente, a vedersi consegnata una memoria senza poterla intaccare. È la storia delle donne di Troia. Cui non resta che piangere gli infiniti lutti che gli Achei addussero loro. È un pianto dirotto e disperato, che non sa rassegnarsi, e che ci si riverbera dentro. Lo sentiamo nelle ossa. Ci risuona. Ci riempie. E poi ci svuota. Come quello spumoso mare verticale che le quinte violacee sembrano rievocare, e dal seno del quale, come Afrodite, viene partorito, con dolore e grido soffocato, un blob nerissimo, un grumo bitumoso, un sacchetto di indifferenziato compost nero, da cui emergono le attrici dello spettacolo.
L’impianto stesso scenografico è fatto dei colori mortiferi degli scarti, delle scorie, della materia nera, come a scorie sono ridotte le donne, come delle case di cui sono le vestali non restano che le macerie, annerite dall’incendio. È incredibile come d’una materia così povera sia possibile evocare una drammaturgia così potentemente evocativa. Le appendici, orribili, aliene, come meteoritiche, che spuntano sugli arti delle protagoniste, sembrano fatte di materiale di risulta che qui si fa ginocchiera, falce, cornucopia da rito preadamtico, museruola, spalliera, corazza. Sono carcasse che vengono predate. Sono barriere e artigli. Sembrano scheletri di dinosauri che il catrame restituisce. Sono le macerie sulle quali lo sguardo pietoso delle nostre omeriche eroine indugia come quello dell’angelus novus benjaminiano, così come fanno i Motus tornando alle origini delle origini del teatro delle origini, spogliando il loro sguardo per rivedere, con occhi nuovi, la storia di tutte le storie, per tramandarla e tradirla, supplendo a una narrativa deficitaria del punto di vista più alieno di tutti: quello femminile.
Il tutto viene filtrato da un immaginario modernissimo che attinge a scenografie goth, a visionarietà post-apocalittica, lanciando ombre lunghe e caravaggescamente chiaroscurali, lungo le quali le nostre protagoniste da day-after dell’umanità, danzano e cantano. Il canto, bellissimo, struggente, feroce, ammaliante, infatti, come si vuole siano tutti i canti all’epilogo di un mondo che tramonta anzitempo, controvoglia, con sangue, dolore e fiamma, sembra attingere a quell’immaginario sonoro che è proprio del metal (che sa farsi, anch’esso, dolce ed epico, elegiaco ma, sempre, disperato, sintonizzandosi e dando voce, bene come poche altre arti, allo spleen dell’umanità). Le nostre Ecuba, Cassandra ed Elena sembrano le Splendid, le Furiosa, le Cheedo di Mad Max: Fury Road. Anche il loro mondo, infatti, è morto, e chi può averlo ucciso se non l’uomo? Anche intorno a loro non germoglia vegetazione e persino il mare brucia in un mondo che si è ridotto a essere solo infiammabile, petrolico.
Il lavoro sul corpo di Silvia Calderoni è inferiore solo al lavoro sulla sua voce. Capita, oggigiorno, rarissimamente, infatti, di poter avere, assistendo allo spettacolo teatrale, una simile prova: una trasmissione di mutamento di emozioni riportate in maniera così forte, viva e intensa che risulti impossibile non esserne turbati. È lo stesso meccanismo d’attivazione di empatici meccanismi e neurologici riflessi tramite i quali si provano, essendo investiti di una fiamma di ritorno, dell’attore le stesse emozioni e sentimenti, venendo sbalzati via e trovandosi al suo posto. Quello che alle attrici riesce, infatti, non è solamente una seduta spiritica in cui vengono invasate dai loro personaggi, né solamente un cedimento strutturale della loro completa corporeità, ma un’adesione completa ai loro personaggi e una restituzione mimetica. Se la Calderoni, infatti, riesce a riportare due personaggi che dialogano fra loro in maniera quasi psichedelica, se quando si rivolge all’altra dicendo di star soffocando, il suo trasporto è tale che viene da chiedersi se non stia recitando, Stefania Tansini sembra tarantolata e, non a caso, forse nasce prima danzatrice e poi danzattrice. La sua danza è quella di un gatto impazzito dopo esser stato investito da una fiancata di striscio che, impazzito per il dolore, si contorce, convulso, percorso da brividi indomabili. Il suo corpo non è più suo e sembra attraversato da sole scosse elettriche che lo percuotono e lo sottraggono all’immobilità. La sua Cassandra sembra realmente posseduta nel modo in cui si muove, in cui tutto il suo corpo si fa agitati angoli appuntiti. Le nostre eroine camminano su bottiglie di plastica, sono caricate da sacchi di sabbia, sabbia che ricade su di loro come frammenti di acqua cristallizzata, in una danza tribale e dagli echi ancestrali. È nei piccoli gesti che un attore si rivela. Nella cura sacrale per il controllo anche minimo del proprio corpo. Silvia Calderoni lo fa con un gesto convulso della mano, mentre accarezza la Tansini, priva di sensi, scomposta, inerte, violentata. O quando se ne sta seduta sui talloni. La Tansini, a sua volta, lo fa risorgendo e porgendole la testa per esserne ripulita. Due corpi non dissimili che si cercano, si incontrano, si spalleggiano, schegge impazzite, si trovano, si piangono. La Calderoni ricorda un uccello caduto dal nido: corpo esanime, spolpato da ogni oncia di superfluo, nervoso, spiumato, nudo prima dentro che fuori.
Ma non c’è dentro e fuori per questo tipo di teatro, solo soluzione di continuità. Ci sono moltissimi spettacoli in cui l’accompagnamento del musicista si fa coinvolgimento, ma in nessuno altro ho riscontrato la stessa partecipazione di questo in cui R.Y.F. (alias Francesca Morello) è così fondativa e parte in causa. Lo è nel modo in cui duetta, con sguardi muti, con la Calderoni, o nel modo in cui attraversa il campo di battaglia, lo percorre, e riesce a cambiare il tono del suo canto. I Motus riescono, con tanto lavoro, un paio di tubi al neon, delle sculture di materiale residuale, e sapienti movimenti, quasi coreografici, a creare un immaginario e descrivere il nostro tempo riattando una storia antica. Ci parlano delle donne oggi, che vengono ringraziate, di tutti i morti coi quali ogni dialogo è ancora possibile, nella loro sempiterna assenza che ci accompagna senza mai abbandonarci, che ancora ci sono accanto, da Ecuba alle vittime di femminicidio, da Elena alle schiave sessuali nelle nostre periferie, da Cassandra a tutte le donne che vengono costantemente oscurate, invisibilizzate e marginalizzate, sepolte in una routine di insignificanti riti cui nulla viene mai riconosciuto.
Tutto brucia è tutto questo e molto altro di più la cui complessità è irriducibile qui. È uno spettacolo che va sentito e visto, va vissuto. Una grande prova esplorativa dove a esser esplorati siamo noi e la nostra capacità di sentire l’altro, di lasciarsi andare per esser trasportati lontano nel tempo e di vivere altri corpi che vengono risignificati dalla danza e dalla recitazione. Lo spettacolo si chiude con la Calderoni che dopo essersi vestita, denudata, aver danzato, essersi lavata nella sabbia, essersene riempita la camicia, essersi fatta ingobbire, indossa una mordacchia xenomorfa, che le disegna lacrime da corvo sul viso, cicatrizzandoglielo, rendendola una donna dal muso da cervo volante, che mortifica la carne ma la protegge, chiudendoci fuori. È il riscatto della donna, della madre, che lascia la terra ma non prima di annunciare che, potrà esser stata scacciata, schiacciata, ridotta in schiavitù e, ogni volta, predata da un uomo o da un dio, fino a essere trasfigurata, ma nella sua metamorfosizzazione kafkiana in animale od oggetto o insetto o materia, ella, da questo trauma rinata più forte e inattaccabile, sarà eternata e ricordata.
La memoria di quelle donne del passato, per quanto oscurate dagli eroi, infatti, è giunta intatta a noi, al punto da rendere possibile uno spettacolo come questo, dove dominano incontrastate la scena, sudando, correndo, piangendosi, strusciandosi, avvinghiandosi, decantando versi che parlano di loro e di quando il loro mondo venne consegnato alle fiamme.





Tutto brucia
ideazione e regia Daniela Nicolò, Enrico Casagrande
con Silvia Calderoni, Stefania Tansini
e con (alle canzoni e musiche live)  R.Y.F. (Francesca Morello)
testi delle lyrics Ilenia Caleo, R.Y.F. (Francesca Morello)
ricerca drammaturgica Ilenia Caleo
cura dei testi e sottotitoli Daniela Nicolò
traduzioni Marta Lovato
direzione tecnica e luci Simona Gallo
assistente direzione tecnica e luci Theo Longuemare
ambienti sonori Demetrio Cecchitelli
design del suono live Enrico Casagrande
props e sculture sceniche _vvxxii
video e grafica Vladimir Bertozzi
foto di scena Vladimir Bertozzi
produzione Motus, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Kunstencentrum Vooruit vzw (BE)
lingua italiano
durata 1h 15’
Napoli, Teatro Bellini, 20 gennaio 2022
in scena dal 20 al 23 gennaio 2022

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