“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Lunedì, 20 Dicembre 2021 00:00

A Eduardo diciamo sempre di sì

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Di Eduardo tanto si è scritto e detto, eppure qualsiasi cosa non è né sarà mai sufficiente descrizione di un genio così profondamente eclettico, capace di mutare e di mutarsi, di interpretare così tante voci e sentimenti e, pertanto, perfettamente in grado di adattarsi ad ogni pubblico ed epoca. I personaggi di Eduardo sono i vinti che sulla scena trionfano, immersi nel loro tempo e irrimediabilmente da esso dislocati. La loro forza sta nel sovvertire le regole rimanendo ancorati alle tradizioni, riscrivendole, con l’ironia e la saggezza popolare inconfondibili della napoletanità. La forza del difetto, che non è solo caricaturale ma soprattutto caratteristico, diventa strumento primario di una più attenta e disincantata rappresentazione della realtà.

Al San Ferdinando, il teatro di Eduardo, è in programma Ditegli sempre di sì, per la regia di Roberto D’Andò. In quest’opera Eduardo mette in scena la pazzia, quella vera, il reale disturbo mentale che genera squilibri e atavismo, che porta a confondere il vero con il falso, il reale da ciò che non lo è, la serietà dallo scherzo. Attraverso il protagonista, Michele Murri, la pazzia assume il volto della più smaliziata ingenuità, il candore che suscita il riso, quello che non sa mentire e che crede che anche gli altri non lo sappiano fare. Ma poi capovolge il suo volto, scoprendo l’altra faccia, quella che spalanca lo scarto rispetto a ciò che è considerato accettabile dalla collettività, che marca la sua distanza con il mondo, condannandolo alla solitudine. Michele è il pazzo, che torna a casa dopo un anno trascorso in manicomio, all’insaputa di tutti, tranne della sorella Teresa che lo riaccoglie tra le sue braccia, decisa a non dire niente a nessuno. Pronta a prendersene cura, crede di poter trattenere quel segreto, perché “Michele proprio normale non è, ma chi può capirlo!”. Tuttavia il segreto verrà inevitabilmente fuori, generando situazioni paradossali che si intrecceranno alle storie dei personaggi, fino al sorprendente epilogo.
Michele non può nascondere la sua distanza col mondo, che si misura innanzitutto in un aspetto fondamentale: l’inseguimento spasmodico della verità. Non contempla la menzogna, è “una maschera senza maschera”, costretto a nascondere la sua natura che non può essere celata, ma prorompe sulla scena. La sua lotta alla sincerità paradossalmente lo porta a costruire, suo malgrado, trappole ed equivoci, che si traducono in situazioni di pura comicità. Da vero personaggio eduardiano, fa della purezza la strada verso lo scherzo, in una risata che non ha sovrastrutture né falsità, ma che è sinceramente convinta di sé. Nulla può essere detto a Michele, perché tutto prende alla lettera: se uno gli dice “pigliassi un terno” lui crede che il terno lo abbia preso davvero, se la sorella gli fa una confidenza su Don Giovanni lui crede che voglia sposarlo, se Don Vincenzo gli dice ironicamente “Michè, so muort!” lui crede che sia morto davvero, divulgando la notizia e facendo sopraggiungere in casa sua una corona di fiori il giorno del suo compleanno, permettendo la pace con il fratello con cui non parlava da anni.
Il suo è un desiderio incontrovertibile di mettere ordine in un mondo che gli pare caotico, perché non segue la sua linearità espressiva, non è abbastanza chiaro ma si dà troppo a giochi e macchinazioni. La sua ricerca dell’ordine si origina anzitutto dalla parola, dalla volontà di dare a ciascuna cosa il proprio nome, senza fingere ciò che non è. “Le parole giuste le abbiamo, perché non le usiamo?”. Così il primo atto si dedica a una comicità più spensierata e spiccata, prepara il terreno agli equivoci che si consumeranno nel secondo, quando la scena si sposta nella casa di villeggiatura di Don Vincenzo, portando alle più drammatiche conseguenze. Alla fine la pazzia di Michele esploderà prepotentemente e lo farà soprattutto in rapporto al personaggio che rappresenta per lui una sorta di specchio: Luigi, lo studentello scapestrato che vuole diventare un artista e che non ha un soldo né una casa ma cerca nelle parole il significato più autentico. Lo fa attraverso la metafora, insomma, che è forse una menzogna non detta, mentre Michele di quelle parole vuole scarnificare le sovrastrutture per espugnarne solo la verità.
“Quello che succede nella vita, può succedere nel teatro. La vita somiglia al teatro e il teatro alla vita”, queste le parole che Gigino gli confida. Per questo dirà a tutti che Luigi è pazzo e cercherà di tagliargli la testa con un coltello, perché è lì che sta il seme del male, è lì che si racchiude la pazzia. “La malattia sta nella testa”. Ma Michele ha detto davvero una bugia? Forse davvero la loro natura non è poi così diversa: entrambi alla ricerca di qualcosa che non esiste, partecipi di una realtà che non appartiene loro davvero e che li respinge.
La testa guida le azioni e le intenzioni e, anche se quelle di Michele sono nobili, la sua alterità lo ha di fatto incatenato, come la metafora dei bottoni, che solo lui tiene stretti al petto mentre li ha tolti a tutti gli altri. Sarà ancora una volta Teresa a salvare la situazione finale dal più tragico epilogo, promettendo di prendersi da quel giorno in poi cura di Michele soltanto, che consapevolmente esprimerà la sua condanna: “Tu sei un pericolo per la società e la gente ha paura di te. La famiglia e gli amici ti possono sopportare, ma a un certo punto non ce la fanno più e ti abbandonano”.
In Eduardo non manca mai la stoccata finale, il colpo da maestro, che fa dipanare il comico nel drammatico in una mescolanza unica di generi, in cui il riso bonario diventa in uno scatto riso amaro e in cui la commistione porta a riflettere sui difetti dell’umanità. Il maestro crea effetti di “distacco e partecipazione” tra il protagonista e il suo pubblico. Michele, interpretato da uno straordinario Gianfelice Imparato, ha atteggiamenti farseschi e una comicità naturale che si esprime a soprattutto attraverso la gestualità e la parola: pose fisse che si modulano a continui passaggi di espressione, sguardi e smorfie che stabiliscono i suoi momenti di ritorno alla lucidità e nuove alterazioni del volto e scatti repentini che bruscamente virano verso la pazzia. La comicità di Michele è veloce, marcatamente caratterizzata. Allo stesso tempo però Michele vive grandi momenti di raccoglimento, volti a marcare la sua distanza verso il mondo e un’intima saggezza ingenua, che si manifesta proprio nell’essere consapevole che quel mondo non lo accetterà mai. Questo è il suo marchio e la sua condanna, che apre la riflessione sul difetto.
Tali effetti sulla scena sono gestiti magistralmente, attraverso giochi di luce e di scenografia. L’ambiente luminoso della casa di Donna Teresa, fatto di voci e di movimenti, che riflettono l’anima della Napoli più popolare e veritiera, e gli attimi in cui la scena si svuota e diventa buia, dando spazio solo a Michele seduto in un angolo, solitario e pensoso, mentre intorno si svela la tela che lui inconsapevolmente ha creato.
C’è una distanza anche spaziale tra lui, personaggio centrale della scena, e gli altri che sono un gruppo a parte, che si muovono insieme, mentre lui è solo e unico. Lui che ordina e mette scompiglio nelle vicende con la sua lingua, che assomiglia alla lama con cui voleva tagliare la testa di Gigino. Anche quest’ultimo gioca con le situazioni, le cambia, le scambia, mette scompiglio, la sua lingua è altrettanto sferzante ma dotata di una consapevolezza che Michele non possiede. Per questo i due si completano e alla fine fatalmente si scontrano.
Gli altri personaggi sono tutti ben caratterizzati: il senso materno di Teresina, la scaltrezza di Ettore, l’arroganza bonaria di Don Vincenzo, eppure tutti sono ammaliati e subiscono gli effetti, talvolta pericolosi, talvolta salvifici delle sue parole. Lui è il burattinaio ingenuo che inconsapevolmente mette gli altri alla sua mercè, incapace di distinguere i confini della realtà.
Scritta da Eduardo nel 1927 per la compagnia di Eduardo Scarpetta e da lui rappresentata l’anno successivo con il titolo Chill'è pazzo, il testo della commedia fu rivisto più volte, a partire dalla rappresentazione nel 1932, in cui il maestro scelse di tagliare molte situazioni comiche per concentrarsi sulla psicologia del personaggio, fino all’adattamento televisivo del 1962 e l’inserimento nella raccolta Cantata dei giorni pari. È una delle opere meno rappresentate, forse per la sua apparente linearità che la fa sembrare più “semplice” rispetto a tanti lavori successivi. E forse perché frutto della pena giovanile di Eduardo, ma non per questo meno impregnata del suo genio creativo, o perché profondamente legata all’interpretazione dei fratelli De Filippo e dunque, dopo la rottura, difficile da emulare o riprendere.
La scelta di renderla in maniera fedele e coerente rispetto al messaggio, rispettando luoghi e tempi di rappresentazione, mantiene viva una tradizione destinata a restare ma che si rigenera continuamente, ricalcandosi su nuove scene. Affidare la rappresentazione a un protagonista eclettico e vero, che rispecchia la napoletanità di Eduardo, avvicinandosi con conoscenza e rispetto, che ammalia interlocutori e pubblico, basta a renderla una prova vincente. Le risate fragorose che hanno riempito la sala per quasi due ore e la sensazione di malinconia del finale − perché solo Eduardo sa mescolare in questo modo realtà e incantesimo, risata spensierata e riflessione amara, con la capacità di planare sulle cose e scorgerne la verità − ci consentono di dire sempre sì a Eduardo, a questo spettacolo e all'ostinazione di portarlo in scena.
Davvero, come egli dice, “lo sforzo disperato che compie l’uomo nel tentativo di dare un qualsiasi significato alla vita è teatro”.








Ditegli sempre di sì

di Eduardo De Filippo
regia Roberto Andò
con Carolina Rosi, Gianfelice Imparato, Edoardo Sorgente, Massimo De Matteo, Federica Altamura, Andrea Cioffi, Nicola Di Pinto, Paola Fulciniti, Viola Forestiero, Vincenzo D’Amato, Gianni Cannavacciuolo, Boris De Paola
scene e luci  Gianni Carluccio
costumi Francesca Livia Sartori
foto di scena Lia Pasqualino
produzione Elledieffe-La compagnia di teatro Luca De Filippo, Fondazione Teatro della Toscana-Teatro Nazionale
lingua itaiano, napoletano
durata 1h 30’
Napoli, Teatro San Ferdinando, 9 dicembre 2021
in scena dal 9 al 19 dicembre 2021

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