“Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte mentre dormivo; durante il giorno ero il peggior scarpone che fosse comparso nei campetti del mio paese”

Eduardo Galeano

Lunedì, 29 Novembre 2021 00:00

Crepuscolo d’Occidente

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Dal lat. occĭdens -entis, p. pres. di occidĕre ‘cadere’ (riferito al sole che tramonta).
Cadere, tramontare. Occidente come luogo in cui il sole scompare. Il sole come luce che acceca, “ferisce”. Ma quando al tramonto non risponde più l’alba?

Siamo in un futuro prossimo, di poco dissimile al nostro presente. Il sole, quella stella così “sola” che ci scalda coi suoi raggi è solo un ricordo per chi è nato prima della fine. Al suo posto nel cielo solo cenere. E nelle case, in cui si vive rintanati, luci al neon, artificiali, false. Hanno inventato delle lampade che spacciano per vera luce solare, con la possibilità di regolarne l’intensità passando anche per l’alba e il tramonto. Cercano di venderti un sogno, o meglio un ricordo, ma quelli permangono solo nella memoria. “Ci assomiglia sì, ma manca qualcosa” diranno Vittorio e Sara che sono nati prima. Simone no, lui la luce del sole non l’ha mai vista, allora ha pensato di regalarla a Vittorio e installarla nel soggiorno, per donargli un po’ di felicità, per farlo tornare a quando andava tutto bene. Ma davvero andava tutto bene prima? Anche nel futuro prossimo la pubblicità insegue i desideri degli uomini e li vende sotto forma di oggetti che promettono, e non mantengono, un benessere, all’apparenza materiale, ma in realtà di natura più profonda. Il controllo dei desideri, dei bisogni, delle relazioni è costruito a tavolino, ora come in futuro.
La scena è libera da oggetti, soltanto ai due lati ci sono delle mensole: a sinistra una macchinetta, dei bicchieri, cibo pronto a cui basta aggiungere acqua bollente, la cucina. Sulla destra mensole su cui spicca quello che dovrebbe essere un tablet, ma del tutto trasparente, la stanza di Simone. Una luce si accende ora a sinistra ora a destra a indicare la stanza in cui si svolge l’azione. A rapire lo sguardo è una luce al centro del palco ma più in fondo, a far da parete. Una luce che si propaga da un buco rotondo, non è chiaro se si tratti di uno schermo, cambia colore si fa più fredda o più calda. Giochi di luci funzionali all’ambiente e al sottotesto. Al centro appare Dira (Rebecca Furfaro), cuore pulsante della casa, elemento essenziale della narrazione. Ha le sembianze di una donna, indossa un body color carne e porta i capelli legati, tenuti in alto da due bacchette, come due antenne che all’occorrenza usa, ad esempio per scrivere. Una Siri evoluta potremmo definirla, è a lei che si affidano Vittorio e Simone per ogni richiesta. Audiolibro, Tg, Pubblicità, YouTube, Word e Calendario tutto in una sola applicazione. Si può modificare perfino il suo carattere, modalità cordiale o più sincera. Perfetta nei tempi, nei cambi di voce, nei gesti meccanici anche quando va in stand-by, senza sbavature: ripete gli stessi movimenti con le braccia ancora e ancora rendendosi simile a un robot o un avatar.  Questo buco che ricorda un po’ il familiare occhio del Grande Fratello, ha dunque il controllo (mascherato) sulle vite dei due inquilini della casa. O una finestra sul mondo, unica a conoscenza di quel che accade fuori.
In questo vecchio nuovo mondo si muovono i tre co-protagonisti di Occidente, spettacolo vincitore del Premio Leo de Berardinis Under 35.

Non puoi essere felice se hai visto il sole
di Elia Raak.

Vittorio (Darioush Forooghi) è uno sceneggiatore di spot e serie tv con un passato, breve, di poeta tra i migliori della sua generazione. Ha pubblicato una silloge, la prima, la migliore, con lo pseudonimo di Elia Raak; da lì la sua carriera ha subito un tracollo: poesie copia delle prime, senza anima. Ha “venduto l’anima al diavolo” mettendo la sua arte al servizio di una scrittura più tecnica, ingannatrice, quella degli spot. Lavora da casa, in pigiama e vestaglia eccentrica, scalzo. Dipendente dagli antidepressivi.
Simone (Giampiero De Concilio) vive con Vittorio da due anni dopo essere stato in una casa famiglia. Nessun accenno allo studio, di lui sappiamo che compone canzoni di genere freestyle utilizzando come melodia le frequenze sismiche. Cuffiette nelle orecchie, microfono alla bocca e registra, in diretta: uno youtuber dei giorni nostri che con la sua musica riesce ad avere molto più successo di Vittorio. Il suo futuro lo vede così. Del passato non ha ricordi, solo una scena dice di avere ben chiara: una luce fortissima, Vittorio al suo fianco e una donna lontana. Ma non è possibile, lui è nato dopo. Non ha memoria della madre se non della sua mano: quando cerca notizie riceve in cambio solo vaghe risposte, “era straniera, non lo so, tuo padre non l’ho mai conosciuto”.
Voce lontana, robotica, cattiva. Al posto di Dira immagini di macerie. Una giovane donna vestita di nero ci parla di qualcosa che non subito riusciamo a comprendere. Sono messaggi registrati per qualcuno che non risponde mai. È Sara (Francesca Fedeli) a parlare, la sorella di Vittorio. All’inizio dello spettacolo è soprattutto voce pur essendo presente in scena con i movimenti lenti e ripetuti, anche lei a simulare qualcosa di inanimato. Una voce in grado di catalizzare l’attenzione con suo rimbombo, con parole di cui cogli qui e là la portata per l’urgenza che avverti, un disastro che sembra imminente. Funziona a tratti, troppo lunghe le parti.
Tutto si incrocia: immagini del passato, voci lontane e la vita nel loft in una trama che pian piano si rivela. Punto di svolta è l’arrivo di Sara a casa del fratello. Non è più voce ma persona, perde la carica iniziale in una interpretazione meno intensa, debole. Potrebbe essere un cambiamento dovuto, come diverso è il momento della storia. Prima portatrice di notizie terribili ma epocali, ora una giovane donna alla ricerca di una nuova identità, di un riscatto. Sara è la madre di Simone, questo è il segreto che ci viene celato. Da una notizia del genere ci si aspetterebbe una reazione forte di pentimento, di scuse, invece il tutto viene snocciolato con poca enfasi ed è proprio qui che Sara non funziona. I dialoghi son privi di commozione e il corpo quasi svuotato di movimenti. Lo stesso Simone, giovanissimo ma bravo, in questa scena risente forse della sua giovane età ma non riesce a mostrare pathos, tutti i sentimenti che attraversano l’animo di una persona in seguito a una rivelazione così importante.
Il secondo segreto riguarda i due fratelli: Elia Raak è un’invenzione di Sara, le poesie sono sue, Vittorio le ha solo “aggiustate” un po’. Non è lui il poeta prodigio. Ma perché? Forse il motivo risiede nel mancato riconoscimento alle donne di prestigio letterario o forse a causa dell’ideologia di Sara di cui riusciamo a cogliere qualche frammento di un passato da rivoluzionaria estremista.
È così che la storia personale si intreccia con la Storia di un Paese. Il fallimento, l’apatia, il cercare di ritrovare se stessi, l’importanza dei ricordi vanno di pari passo con il crollo dell’Occidente e della sua cultura. Il sole segna questo tracollo, simbolo forse del comunismo che nasce a est e muore a ovest (viene in mente il sole nascente dell’iconografia Sovietica o dell’Afghanistan). Fallimento di valori che si credevano i migliori, da esportare: civiltà occidentale votata al progresso mentre la civiltà orientale era ancora barbara quindi da sconfiggere. Popoli da educare. La fine dell’ideologia orientale e l’inizio della fine dell’ideologia occidentale. Il richiamo ai Paesi arabi, per esempio con i versi di un poeta persiano dell’XI secolo o l’abbigliamento militare di Simone (all’inizio ha un fucile per giocare con la realtà virtuale) sembrano voler mettere in risalto proprio l’Oriente sconfitto e occidentalizzato che vuole riprendere il suo potere con la forza. Il crollo dell’Occidente appare chiaro nelle immagini che mostrano un’Europa in rovina, ma soprattutto con la caduta del Muro di Berlino, emblema di una svolta. Anche la violenza ne diventa simbolo, qui in una scena di sesso tra Vittorio e Gabriele (interpretato sempre da Giampiero De Concilio), un ragazzino trovato tramite una app di incontri. Il sesso diventa un modo per sfogarsi delle frustrazioni e non soccombere, per esercitare il potere sul più debole, ammansirlo. È una delle scene migliori con Vittorio al centro, perché riesce a mostrare rabbia e insoddisfazione nella voce, via via più alta e cattiva, sembra quasi digrigni i denti.
Poco approfonditi ma non meno importanti i passaggi sulla decadenza delle arti, di cui simbolo sono Vittorio e Simone, in particolare della poesia che nessuno legge più. Di cosa sia oggi cultura: uno spettacolo di (in)decenza; a Vittorio viene chiesto di partecipare a una conferenza in suo onore perché l’editore vorrebbe ripubblicare le sue poesie. Di spalle al pubblico, parla in diretta (nel buco-occhio-specchio) con la sua mise da casa e proprio di decadenza. Applaudono alla spettacolarizzazione del dolore e della sconfitta. Unica pecca è il ritardo del video che rimanda i suoi movimenti.
Ancora gli accenni ai mutamenti climatici (molti temi per un lavoro ambizioso che risente dei tempi e degli spazi del teatro) ci ricordano quello che è uno dei temi attuali anche della nostra epoca e un disastro annunciato a causa delle industrie e del capitalismo. A questo si ricollega la parte finale dello spettacolo: Dira ha preso il controllo sulla mente degli abitanti della casa. Forti boati, luce accecante da cui Simone e Sara si lasciano ferire senza riuscire a distogliere lo sguardo. Fine del mondo e ritorno del sole?
Il crepuscolo dell’Occidente, nel senso moderno di tracollo o nel suo significato di momento che precede l’alba di un nuovo mondo.





Occidente
di
Dario Postiglione
regia Giuseppe Maria Martino
con Giampiero De Concilio, Francesca Fedeli, Darioush Forooghi, Rebecca Furfaro
scene Sara Palmieri
costumi Deborah Linguiti
proiezioni Pietro Di Francesco
sound design Giulio Nocera
light design Sebastiano Cautiero
aiuto regia Dario Postiglione
direttore di scena
Mauro Varchetta
assistente alle scene stagista
Emmanuele Esposito
fonico Mario Plaitano
organizzazione Chiara Cucca
foto di scena Marco Ghidelli
un progetto di Collettivo BEstand
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale
in collaborazione con Casa del Contemporaneo
lingua italiano
durata 1h 30’
Napoli, Ridotto del Teatro Mercadante, 12 novembre 2'21
in scena dal 10 al 14 novembre 2021

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