"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Lunedì, 27 Maggio 2013 02:00

La magica semplicità del talento

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Mentre da un’oscurità che s’immagina lontana sciabordar d’acque annuncia equorea visione proiettata sul fondale, lentamente il buio degrada e lascia veder sorgere dai docili flutti, come ninfa dei mari, figura di donna avvolta in un manto. Scarna la scena, accessorio inessenziale al compiersi di un racconto per voce sola e polimorfa: Lucia Zotti “veste” la scena della sua presenza, dopo averla spogliata del velo bianco, unico drappeggio in ribalta che avvolge una sedia; tirato via il velo della realtà, comincia l’incanto della favola.

È magia termine che sovente ci occorre d’adoperare nel ciacolare di teatro e magia è termine che ci si offre stavolta duplice e pregno, poiché la magia del teatro e la magia della fiaba sembrano compenetrarsi frammischi in un incanto in cui le dosi paiono mescolate con la sapienza che si conviene al miglior manuale di sortilegi.
Demiurgica figura è Lucia Zotti, depositaria d’un’arte di scena che sarebbe quanto mai restrittivo etichettar come semplice 'mestiere'. Io sono stata pesce è racconto di fiaba e leggenda, regesto di mitici natali della città di Taranto, la cui origine trasfigurata nel mito di colpo condensa in realtà, giungendo ad evocare le ciminiere dell’ILVA, skyline moderna di una città, emblema fumigante dei miasmi di cui, in inerme stillicidio, essa perisce.
Quel che va in scena è quel che nel gergo televisivo si definirebbe uno spin off, ovvero costola di uno spettacolo più grande che se ne distacca per vivere di vita indipendente; non che Io sono stata pesce miri ad acquisire consistenza autonoma rispetto alla piéce da cui è tratta (Sposa sirena) e nel cui corpo è contenuta coma perla in scrigno d’ostrica; ma è pur vero che l’estratto dimostra di per sé di poter vivere compiutamente di propria vita.
Con l’unico ausilio d’una coperta in cui i toni del blu e del celeste richiamano le cangianti cromie del mare, Lucia dà vita a Filomena ed alla storia del suo amore per Michele, pescatore “scuro di sole e fragrante di salsedine”, leggenda senza tempo d’una felicità giovane, fatta di “pane, pesci ed un lettone”, fino a che la necessità di partire in cerca di mari migliori e più pescosi comporta separazione e lontananza. Il racconto, la favola, la magia s’arricchiscono via via degli elementi tipici del dramma e della caduta, della sofferenza d’amore e della redenzione, d’incanto che si rompe e che insegue il proprio ricomporsi e che vede la protagonista narrante affondare nelle profondità del mare, incapace però d’annegare e d’infliggersi la pena sentita come giusta per la propria colpa; creatura marina fra le creature marine, accolta nel vorticoso baluginare del popolo del fondo da Nettuno in persona, animata da un desiderio autentico e puro d’espiazione, vede il suo corpo di donna mutarsi in sirena senz’amore, per poi di nuovo bramar desiderio di riacquisire la propria umana natura, unica condizione che potrebbe consentirle di riconquistare il perduto amore.
Ad evocare il tutto, una voce e una coperta; ad evocare il tutto, una figura in scena, Lucia Zotti, che la scena tutta riempie con la semplice maestria del suo talento d’attrice, capace di rendere funzionale l’essenzialità di un gesto, come il farsi scialle di una coperta e di poi, capace di far di quella stessa coperta ora barba di Nettuno, ora avvolgente manto equoreo; una voce sola a modularsi in tante voci per tanti personaggi e per diversi registri espressivi, un tacco battuto in terra – senza quasi che ce se ne accorga – ad evocar un tocco di nocche all’uscio d'una porta ed una capacità semplice d’affabulare appassionando: Io sono stata pesce sembra in realtà dirci “io sono nata attrice”, che le tocchi dar sembiante ad un corpo di sirena o che debba riappropriarsi delle fattezze di una donna, o ancora che si necessiti dar voce alla voce di Nettuno, Lucia Zotti incanta con l’incanto del teatro. Ancora una volta ci ritroviamo costretti a ricorrere al termine, duplice e pregno, di magia.
Fino al compiersi della favola, fino al lieto epilogo, fino a che L’Oceano di Silenzio avvolge tutto con la voce di Franco Battiato, tutto risucchiando nel buio che avvolge la sala, di nuovo immersa nello sciabordio di docili flutti.
Fino allo svanire della magia, fino alla prossima scena.

 

 

Io sono stata pesce
di e con
Lucia Zotti
liberamente tratto da Sposa sirena
di
Katia Scarimbolo
foto di scena
Paola Manfredi
lingua italiano
durata 30’
Torre Annunziata (NA), Sala Nevia – diffusioneteatro, 24 maggio 2013
in scena 24 e 25 maggio 2013

 

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