“La memoria è una forma di coraggio”

Jean Vilar

Giovedì, 18 Novembre 2021 00:00

La “tenerezza” domestica

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Per la quinta stagione il regista Luciano Melchionna riporta in scena a Napoli al Teatro Sannazaro Parenti serpenti di Carmine Amoroso, pièce scritta nel 1992, e più conosciuta al grande pubblico nella versione cinematografica di Mario Monicelli che ne fece un film strepitoso, amaramente divertente, realisticamente crudo, svelante l’ipocrisia ormai palese della “sacra” famiglia italiana.

Melchionna costruisce la messa in scena rimanendo fedele al testo, immaginando sul palco una struttura circolare mobile di una parte dell’interno casalingo con un piano terra tinello-soggiorno e una scala a chiocciola che abbraccia questa porzione domestica e che porta al piano superiore, un tramezzo, dove vi è uno spoglio albero di Natale, una sedia, qualche cianfrusaglia. Nella sua struttura così racchiusa si riesce a trovare l’immagine di un presepe pronto ad accogliere tutti i pastori attorno al nucleo della famiglia originaria, ma la struttura non è composta da assi di legno lineari, anzi sembrano messi lì un po’ alla bell’e meglio, sovrapposti, storti, anche la finestra del secondo piano è obliqua, come in uno strano dipinto picassiano. La scena dice già tutto: evoca atmosfere di pace e serenità, ma l’ambiente è realisticamente sghembo, angusto, storto.
Lo spettacolo è costruito sulla figura del padre famiglia Saverio, un Lello Arena che appare per primo sulla scena in pigiama, sommerso dagli applausi del pubblico. Il suo personaggio è patriarcale anche nell’aspetto dell’attore, con la barba lunga quasi bianca i capelli arruffati che ne hanno fatto un’icona distintiva, ma con una vocina flebile, quasi in falsetto che ha aggiunto una connotazione in più alla figura di questo nonno un po’ sciroccato, con le sue strambe manie di voler imparare l’inglese e aspettare gli alieni, ma solo in apparenza perché la sua capacità di capire la realtà è ancora presente, come negli a solo del personaggio. La moglie Trieste è la nonna-mamma archetipo: apprensiva, premurosa, buona, agnello sacrificale sull’altare della pax domestica, ora mal sopportante le bizzarrie del consorte e la sua pedanteria. Un quadretto iniziale nel quale si riconoscono tutte le famiglie italiane.
Gli alieni per Saverio sono in realtà i figli, vivono lontani e si riuniscono solo per le vacanze natalizie per compiere quell’atto di devozione ogni anno più formale. Due dei quattro figli sono infelicemente sposati, la più giovane è vedova e senza figli, insieme ai consorti portano con loro tutte le frustrazioni di quelle scelte tristissime, somatizzati in malesseri diffusi e esacerbati. Su tutti il velo dell’ipocrisia che tocca l’apice durante le feste comandate. Perfino uno dei figli nasconde la propria omosessualità ai fratelli, fedele al ruolo che gli tocca ricoprire. Il primo atto si snoda raccontando le dinamiche familiari e interpersonali, in un crescendo comico e ironico nella caratterizzazione dei personaggi. Il secondo atto invece toglie il velo del “volemose bene” alla richiesta esplicitata della nonna che, raccontando come loro siano ormai stanchi e vecchi, vogliono vivere con uno di loro al quale lasciare la pensione e la casa di famiglia. La scelta va fatta dai loro pargoletti.
La pièce è dunque costruita attorno alla figura del patriarca, il quale appunto recita gran parte delle battute dal tramezzo in alto, con la scelta di mettere in scena la coralità delle altre figure, che effettivamente sono sullo stesso piano come dimensione psicologica. Eppure la bravura degli attori Raffaele Ausiello, Marika De Chiara, Andrea de Goyzueta, Carla Ferraro, Luciano Giugliano, Anna Rita Vitolo emerge con spessore nella scena in cui, usciti i genitori che sembravano trattenere sottotraccia tutte le tensioni (anche nell’espressività attoriale), senza più il paravento delle buone maniere, se ne dicono di tutti i colori sbattendosi in faccia con crudeltà la verità delle loro tristi relazioni e delle loro miserie umane. Melchionna sceglie l’ormai abusato metateatro nell’abbattere la quarta parete e mescolare gli attori al pubblico in platea, ma in questa scena la tecnica trova giustificazione e vigore espressivo. Le battute da un lato all’altro della platea, le invettive, le offese, attualizzano il qui e ora teatrale e gli spettatori, che già si erano riconosciuti nel mesto teatrino natalizio familiare, diventano parte attiva della loro miseria piccolo borghese. Sicuramente agli occhi di chi guarda è la scena meglio riuscita e grande plauso agli attori che nella gestione delle difficilissime battute brevi incrociate tra padre, madre, cognato, sorella/fratello, hanno tempi teatrali perfetti e ritmo sostenuto. In questo la regia di Luciano Melchionna è la firma d’artista.
Nelle note di regia sostiene che: “Viviamo in un’epoca in cui i valori, primo fra tutti il rispetto, stanno pian piano sparendo e l’egoismo sta prendendo decisamente il sopravvento sulla carità umana e sulla semplice, fondamentale, empatia. Prima o poi saremo tutti dei vecchi bambini bisognosi di cure, perché trasformarci in soprammobili polverosi, inutili e ingombranti? In quest’epoca in cui tutto e il contrario di tutto sono la stessa cosa ormai, con questa commedia passeremo dalle risate a crepapelle per il tratteggio grottesco e a tratti surreale dei personaggi al più turpe cambiamento di quegli esseri che – chi di noi non ne ha conosciuto almeno uno? – da umani si trasformeranno negli animali più pericolosi e subdoli: i serpenti”. Questa pièce amara, messa in scena ancora oggi con la stessa potenza espressiva, non analizza più un momento di passaggio tra un’epoca storica che potremmo definire arcaica e una post anni ’80 − quella dell’edonismo reaganiano − ma è il ritratto sinceramente spietato della famiglia devastata dal consumismo eletto a trionfo del nuovo Millennio, la constatazione che il matrimonio è regolato anch’esso dalla legge del mercato della convenienza, dell’apparenza che può reggersi solo appellandosi alla più bieca ipocrisia. Saverio, infatti, sa che ci si sposa per avere figli non per amore e che fuori da questa trappola non ci può essere altro. Ironicamente poco prima aveva detto: “La tenerezza domestica che solo la famiglia può dare”.





Parenti serpenti
di
Carmine Amoroso
regia Luciano Melchionna
con Lello Arena, Giorgia Trasselli, Raffaele Ausiello, Marika De Chiara, Andrea de Goyzueta, Carla Ferraro, Luciano Giugliano, Anna Rita Vitolo
ideazione scenica Luciano Melchionna
scene Roberto Crea
costumi Milla
musiche Stag
disegno luci Salvatore Palladino
foto di scena Tommaso La Pera
assistente alla regia Emmanuele Stanziano
produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro
in collaborazione con Bon Voyage Produzioni
e con Festival Teatrale di Borgio Verezzi 2016
lingua italiano
durata 2h
Napoli, Teatro Sannazaro, 12 novembre 2021
in scena dal 12 al 14 novembre 2021

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