“La memoria è una forma di coraggio”

Jean Vilar

Mercoledì, 10 Novembre 2021 00:00

Laminarie Teatro: “Invettiva inopportuna”

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“A un certo punto viene il giorno”. In questa semplice frase, da una poesia di Matteo Marchesini, continuamente ricorrente in Invettiva inopportuna di Laminarie Teatro, risiede il nocciolo incandescente, la massa che piega lo spazio e il tempo creando quel pozzo gravitazionale attraente e terribile entro cui tutti noi spettatori veniamo a cadere.

“A un certo punto viene il giorno”, in cui ti incontri, finalmente, dopo tanto parlare per telefono, e vedi coi tuoi occhi le persone e i luoghi. Il teatro, non smetterò mai di dirlo, non è un’arte ma un luogo. Per questo cominciamo da qui, dai luoghi e dagli spazi. Siamo a Bologna, lontani dal centro storico, dai portici, dal Pratello e dalla movida, dalle grandi istituzioni culturali di cui questa città è ricca. Siamo in periferia, nel rione Pilastro, inaugurato il 9 luglio 1966. Doveva diventare un quartiere popolare modello, ma presto si rende noto per fatti di cronaca nera. Giungendovi però non si ha per nulla l’impressione di entrare in un Bronx. Si ha piuttosto la sensazione di attraversare una zona residenziale popolare ma piena di parchi, viali alberati, orti. 
Nel visitare il Pilastro si entra dunque subito in contrasto con due immagini egualmente forti: da una parte la fama, purtroppo triste, di un passato difficile, dall’altra la tenace volontà degli abitanti del rione di sfuggire alla nomea, costruendo un presente e soprattutto un futuro alternativo.
È qui dove sorge il DOM, la cupola del Pilastro, luogo di creazione, di incontro, di socialità, dove agisce Laminarie Teatro. Per lavorare in periferia, in quartieri cosiddetti “difficili”, bisogna saper intrecciare molti fili, essere capaci di tessere con pazienza i rapporti con gli abitanti, rendersi necessari e non accessori, assolvere a dei bisogni senza creare un’offerta non richiesta. Siamo su un territorio di confine dove non si va in villeggiatura o per opportunità. Siamo in un luogo dove bisogna saper stare, occorre impararne la lingua e le abitudini, bisogna abitarlo e amarlo nonostante tutto. È una vocazione.
Come diceva Mejerchol’d, e non a torto, si parte dal luogo. Il Pilastro è il punto di partenza. Bisogna prima vedere le Torri e il Virgolone, importa mappare prima il terreno. Lo spettacolo viene dopo. È una conseguenza di una pratica di decenni in un luogo che ha formato l’azione e il sentire.
“A un certo punto viene il giorno”, in cui rivedi la gente pronta a affollare nuovamente un luogo interdetto a causa della pandemia. In un rione come il Pilastro il rischio che i fili intessuti fossero stati in qualche modo irrimediabilmente recisi dalla lunga assenza era concreto. E invece ecco le signore con i mariti, i giovani in bicicletta, le famiglie tornare al DOM per riappropriarsi di un posto loro, non estraneo né alieno, ma un luogo che è parte della loro casa. Ci arrivano così anche senza prenotare. Mica prenoti per andare in un luogo che ti appartiene. Un posto ci sarà comunque.
Questo è il vero segnale di un lavoro ben svolto negli anni. Il pubblico pronto a tornare. Non quello degli habitué di operatori, critici, persone di teatro, gli spettatori professionisti, quelli per cui andare a teatro è lavoro, ma quello formato dalla gente semplice per cui vi è una sospensione del quotidiano, dell’obbligo e degli impegni, in cui si frequenta un tempo e uno spazio slegati dalle normali leggi ma in cui è possibile comprendere o, per lo meno, provare a farsi un’idea del mondo.
Questo è il momento in cui si può iniziare a parlare dello spettacolo, il punto al centro dei cerchi concentrici del territorio e della società, cerchi inclusivi come un abbraccio, non chiusi in se stessi, muri a difendere un castello disabitato e polveroso.
Dapprima vediamo un roteare luminoso, come luce che scivola sull’orizzonte degli eventi di un piccolo ma attrattivo buco nero. Il ruotare rallenta, la luce si ricompone, e appare una frase: il teatro valorizza gli imprevisti. Il pannello si scosta e appare una foresta di corde, abitate da un uomo solo e mascherato con un passamontagna. In questo spazio si manifesta la concretezza della frase apparsa poco prima.
Il corpo amplificato del performer (Febo Del Zozzo) abita una selva oscura, una gabbia, una cella con molte sbarre oblique, non di ferro ma di corda. Una gabbia permeabile: volendo se ne può uscire. Una gabbia nonostante tutto presente. Le  mani incominciano a suonare le corde. Si ha l’illusione che siano quest’ultime a essere amplificate, invece è il corpo a produrre i suoni attraverso lo sfregamento. Si crea uno spazio sonoro dove impreviste sono le armonie, le cacofonie, le armoniche di ritorno. Ogni suono concorre alla creazione di un luogo misterioso, affascinante, agghiacciante, paralizzante. Si ha l’impressione di abitare una delle tante magiche selve dei romanzi cavallereschi. Il pensiero corre a quella di Saron della Gerusalemme liberata, a quei tronchi colpiti da Tancredi e che rimandano i lamenti di Clorinda.
“A un certo punto viene il giorno”. Ecco affiorare la parola, ultima come nel mito indiano della creazione. Per ora ancora prigioniera della techné, dell’amplificazione, delle distorsioni.
La luce cambia. Non siamo più nel segno luminoso che trasforma lo spazio e lo conforma di senso, ma nella luce quotidiana che illumina un luogo di lavoro. Il performer inizia a smontare la scena, a sfilare una per una le corde, disfacendo con pazienza e fatica l’intricata ragnatela. Non c’è più amplificazione, solo lo sfregare delle corde negli anelli e nelle carrucole. Solo lo sforzo puro e semplice del lavoro dei muscoli. È un disfare e uno smontare. Viene meno un mondo, scompare la gabbia: si ritorna al vuoto essenziale, al foglio bianco? È solo un’illusione, perché le corde sono lì a terra a ricordare, come ferite, il mondo che c’era.
Il performer si toglie il passamontagna, gli strumenti elettronici, i microfoni, i piezo elettrici, la tuta. Tutto cade a terra e adesso, solo adesso, le parole della poesia di Marchesini:

A un certo punto viene il giorno
quello in cui tutti gli atti
performativi erotici oratori
spirituali fisici virtuali
appresi per sedurre e comandare
e possedere e incidere diffondere
la propria impronta nel mondo
sfumano come un sogno al mattino
e i verbi inglesi, le sigle
di correnti ideologiche
le istruzioni per il backup
i numeri di ristoranti e amanti
si sbriciolano come una vernice
grattata via dal tempo o da un sinistro [...]


Forse al critico si chiede un’analisi. Ma sono stufo della freddezza analitica. Il teatro è anche e soprattutto carne e sangue. Per cui dopo le parole che squassano si giunge alla fine. Siamo giunti a una fine? Davvero? Forse della performance. Ma l’ultima immagine che raccolgo è la giovane donna in lacrime, da sola, nella sala abitata solo da mucchi di corda arrotolata e abbandonata su un pavimento pieno di ganci. Rimane là a lungo. Poi prende la bicicletta e se ne va ondeggiando lungo il viale alberato. Il viso rosso di pianto ma il sorriso a illuminare la strada al crepuscolo. Non accade spesso di vedere cose così a teatro. Quando appaiono ci ricordano che quella piccola e antica magia di toccare il cuore e la mente a distanza attraverso un’azione efficace nella sua inutilità e gratuità è ancora possibile. Non è retorica ma il senso vero dell’agire in scena.
E pensare che tali realtà teatrali e artistiche risultano alla politica e agli operatori, sempre più marginali, prive di interesse, tanto da tagliarne fondi e sostegni come se si trattasse di capitoli di spesa inutili. Invece siamo di fronte al vero tessuto connettivo che unisce l’arte e la società civile. Questo succede nelle periferie, alle frontiere, nei luoghi lontani dai centri del potere. Nell’epoca in cui si alzano i muri bisognerebbe ricordarsi che è al confine che accadono le cose, là dove le certezze e le barriere si sfumano nella nebbia e le persone e le cose si incontrano. Al centro non accade niente. Rimane il gioco vuoto. Il chiacchiericcio di chi esce da teatro e non pensa ad altro che andare a mangiarsi un boccone.





Invettiva inopportuna
di e con
Febo Del Zozzo
regia, ideazione, scene, luci, audio
Febo Del Zozzo
drammaturgia
Bruna Gambarelli
testi
Matteo Marchesini
consulenza tecnica
Matteo Braschi
tecnico Riccardo Uguzzoni
assistente di produzione Perla Degli Esposti
cura e organizzazione Marcella Loconte
foto di copertina Andrea Benini
foto di scena Elisa D’Errico
produzione Laminarie
lingua italiano
durata 1h
Bologna, DOM la cupola del Pilastro, 30 ottobre 2021
in scena 26, 28 e 30 ottobre, dal 3 al 5 novembre, 7 novembre 2021

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