“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

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Lunedì, 08 Novembre 2021 00:00

La verità non esiste, ne convenite?

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Elio Germano torna sul luogo del delitto e si ripropone sulla scena napoletana. Stavolta con un testo pirandelliano. Ma sempre rigorosamente in VR. Basiti e un po’ delusi, lo si segue in quest’altra avventura, slittando nuovamente il momento di goderselo dal vivo, e assecondandolo in questo suo sperimentalismo tutto fuorché luddista.

L’ordinario e affezionato pubblico del Teatro Nuovo si ritrova, contingentato, ad ascoltare le dettagliate istruzioni, fra visori e cuffie da inforcare come celate medievali, simili a un rito meno ammorbante e ordinario di quello degli steward in aereo (che chi ascolta mai?). Rispetto alla scorsa volta, i visori sono stati igienizzati da lampade a raggi ultravioletti, proiettandoci ancora di più in un mondo futuribile, sempre più inquietante e meno auspicabile. La realtà virtuale continua ad avere quel suo sapore retrofuturibile (nonostante le sirene che Zuckerberg fa cantare, fra metaverso e velleità olografiche), a metà fra il Q-zar, il cinema 3D e altri, passatisti, vicoli ciechi evolutivi della tecnologia ora in pieno rispolvero. L’avventura comincia, schermo, buio, inizia la proiezione per un’esperienza singola e sempre più mediata nella collettività. Facile sentirsi osservati, specie all’inizio, mentre veniamo proiettati in un altro teatro (La Pergola di Firenze). Nella platea, accanto a noi, prendono posto spettatori (ma uno è facilmente riconoscibile come un infiltrato – è quel Gaetano Bruno, ormai riconoscibile dopo Le conseguenze dell’amore, Indivisibili e i vari 1992/3/4), e si subodora lo stesso meccanismo del precedente Segnale d’allarme – La mia battaglia... senonché alla nostra sinistra si siede anche il buon Germano. Altro sbalzo temporale. Ci troviamo seduti su una sedia a rotelle. Calando lo sguardo scopriamo di essere vecchi, con le nostre mani rugose in grembo, circondati da familiari all’interno di un salotto di quelli buoni. Comincia la messinscena.
Germano porta il testo di Pirandello ai giorni nostri. E lo fa coi mezzi più moderni messi a disposizione dalla tecnica. Servendosene e non facendosene asservire. E motivandone la scelta, in modo che il mezzo cui fa ricorso sia giustificato dal fine. Il testo, attualizzato, non perde nulla della sua forza, anzi, conosce una seconda insperata giovinezza, esaltandone tutta l’inscalfibile longevità. Intorno a noi, infatti, mulinano bravi borghesi tutti intenti a tessere fitte trame di rumors e gossip sull’argomento che sta tenendo banco in questa piccola città perbene: un nuovo venuto (il Sig. Ponza, proprio l’ottimo Gaetano Bruno di cui sopra) con la moglie (guest star), si è trasferito e tiene segregata la prima, impedendo alla suocera (la Sig.ra Frola), vicina di casa del nostro protagonista, di vederla, se non da lontano. Perché? La comunità è in subbuglio e murmure: gli individui ritrovano una dimensione comune, purtroppo, sobillati da un paventato nemico, altro, diverso e scandaloso contro il quale scagliare la propria frustrazione e impotenza. Si è attivato il Consigliere Agazzi (Michele Sinisi, archetipico padre borghese, con tutte le varianti del caso) con la moglie Amalia (Natalia Magni) e la figlia Dina (Caterina Biasiol, bravissima nonostante la giovane età, specialmente nel fare una sponda fra noi e gli attori, forse quella più a suo agio di tutti in questa parte). Coinvolti anche i vicini, i Sirelli (in particolare Daniele Parisi, già noto per il piccolo semicult Orecchie). L’unico che sembra fare da controcanto a questa smaniosa ricerca ossessiva di una verità oggettiva e oggettivizzante, chiarificatrice e rasserenante (sugli affari degli altri, mai sui propri) che possa appianare ogni possibile corpo mobile e destabilizzante, è Lamberto (Elio Germano stesso). Avvocato del diavolo, prova in tutti i modi a mediare e porre un argine a questa insana curiosità morbosa, instillando il dubbio che tutti rifuggono e tagliano con l’accetta.
I personaggi si muovono intorno a noi, con un gioco di sguardi, girandoci attorno come avvoltoi o squali, in un pianosequenza da fermo che subiamo sussunti, impotentemente chiamati in causa a rendere conto, relegati a testimoni muti un po’ come nella realtà, rompendo, disinvoltamente, la quarta parete, mettendo così a frutto le possibilità immersive rese possibili dai mezzi della realtà espansa (qualcosa a cui le mostre multimediali d’arte stanno cominciando ad abituarci). Causa mascherina il visore un po’ si appanna e ogni tanto bisogna sollevarlo, ma il gioco regge, complice una scrittura felicissima e un adattamento terribilmente attuale che non sconta nulla del tempo passato e non fa riserve né prigionieri. Le versioni si inseguono come in un giallo, riscrivendosi di volta in volta, in una tabula rasa a reversibilità continua, strato su strato: il nuovo annulla tutto quanto l’ha preceduto, rendendoci sottratti a storia, coscienza e identità. È puro Pirandello, sì, ma che strizza l’occhiolino a un Rashomon kurosawiano terribilmente affascinante. La Sig.ra Frola e il Sig. Ponza si susseguono, avallandosi e contraddicendosi, andando a costruire una verità sempre più carsica, al punto che ci sentiamo (complice, nuovamente, la tecnologia) sempre più presi da questo inviluppo inestricabile. Tecnologia che fa spesso incursione nella trama (telefonini, gruppi chat, Internet, fino a una piccola filippica contro le fake news che sembra tanto una gustosa stoccata ai tempi correnti che Germano si ritaglia per menare un fendente contro il qualunquismo e il pressapochismo che ha dilagato negli ultimi anni, deflagrando in un parossismo fra il ridicolo e lo spietato – complottismi vari, politicanti che si autocontraddicono disinvoltamente da una testata all’altra, da un giorno all’altro, cambiando casacca e opinione più rapidamente che non le mutande, dispensatori di verità assolute, esperti virologi, consumati meteorologi, politicanti d’accatto, tutti pronti a sciorinare verità assolute e mettere in discussione tutto e il contrario di tutto: dalla pandemia a Capitol Hill siamo più pirandelliani che mai e il rasoio di Occam si è fatto un’affettatrice! –), al solo scopo di dirci che non c’è nulla di nuovo sotto il sole, eccetto che l’incertezza dilagante (la situazione deve essere proprio eccellente, direbbe il Grande Timoniere, perché non c’è mai stata tanta confusione sotto il cielo come ora) ora viaggia più rapida e ovunque, dettando lei i nostri tempi.
In uno spartiacque fra il primo e il secondo atto, Germano ci spinge in un’altra stanza e una vertigine ci coglie: non siamo più registi della nostra scena, costretti all’immobilità, ma la scena la fendiamo, e la tridimensionalità si fa movimento. I nostri sensi cortocircuitano e veniamo lasciati in una stanza, riflettendoci su uno specchio (accanto a un pc dallo schermo rotto: chiara metafora di una ricercata esaltazione dell’incoerenza fra i mezzi e i fini, d’un tempo in cui i primi sono prevalenti sui secondi, completamente impreparati e nebulosi). Il monologo che subiamo, di prepotenza, è recitato da Pippo Di Marca. Inquietante il suo destabilizzante discorso dagli echi schrodingeriani e heisenberghiani sulla soggettività della realtà, l’incomunicabilità di qualsiasi verità oggettiva. Specie se voltiamo il capo verso lo specchio alla nostra sinistra, dove la sua (o la nostra) immagine ci viene rimandata in qualcosa di lynchiano, ferma ma parlante, fissa con uno sguardo vuoto. Altro che onorevole Commendatore: il nostro, fino ad allora mutato Sparavierzi, in questa transustanziazione, da alter ego che ci parla nella testa, ci fa sentire Norman Bates nei panni della madre. La parentesi horror si chiude. Altra prospettiva. Altre versioni. Ulteriori complicazioni (ancora e sempre, per dirla col buon Gipi, più che gli occhi proiettiani, ‘Dammi risposte complesse. Please’). Dall’idea, borghese, di avere tutto spiegato, col suo razionalismo livellante, si passa dall’amletico ‘chi mente e chi no’ a ‘chi è sano e chi è folle’. Ma si stempera, in questo secondo atto, e i personaggi sfumano, lasciando spazio alle vittime elette del perbenismo borghese (i diversi, i soli, gli stranieri, i marginali, i non allineati, i non conformi, gli ultimi arrivati). Serena Barone (la Sig.ra Frola) e Gaetano Bruno sono bravissimi nel rendere, in pochi scambi, il dramma dell’incomunicabilità dei sentimenti in balia della gogna mediatica da salotti (ora televisivi, pirandellianamente erano, almeno formalmente, privati e fisici). Si respira l’eco di vecchi drammi familiari trasposti nei reality show, resi ancor più dolorosi quando necessariamente sbandierati negli (a-)social network, popolati da troll che si auto-feedano da sé, ingrassando, hater anonimi e tronfi, nel loro stesso odio. Il loro strazio riesce a trasmettersi anche dal visore VR nella RL (real life) investendoci in un’ondata di fremdschamen (intraducibile parola tedesca che sta a indicare quando si prova imbarazzo per qualcosa che qualcun altro ha fatto). In questa seconda parte c’è anche l’intromissione dell’autorità (scomoda, antipatica, asservita al perbenismo borghese, violenta e miope: insopportabile e immutata dal pre- a un post-fascismo che mai non muore), nelle persone di Marco Ripoldi (uno dei geni dietro Il Terzo Segreto di Satira, forse la miglior satira che possiamo vantare, con buona pace di altre nostrane alternative: il suo Il Dalemiano ha toccato vette che solo Guzzanti fratello prima di lui) e Fabrizio Careddu (ineccepibile prefetto, grondante arroganza dalla punta del pizzetto alle guance, dal sorriso al modo in cui arrota le parole. Terribilmente riuscito il suo ritratto del Potere, cieco, metodico, indefettibile, stupido fino all’ottusità, mai sfiorato dal dubbio). Il dramma volge al termine, col suo disvelamento niente affatto rassicurante (lo diceva il Popinga di Simenon: non esiste una verità, ne convenite?), tramite il cameo di Isabella Ragonese: e noi, spettatori in poltrona, fuori casa, guardiamo tramite un visore lei che ci parla da uno schermo televisivo, eco persa in chissà quale etere, ma non per questo meno reale, come ci hanno insegnato mesi di videochiamate, smartworking, rapporti da remoto, lezioni asincrone, e via dicendo. Quale mezzo migliore se non la realtà virtuale per scrollarci le ultime convinzioni su cosa sia o meno la realtà, su come ci siamo ridotti a baudrillardiani simulacri, su come l’ultima fisica e la moderna tecnologia abbiano spazzato via, più che la pandemia, i nostri scampoli di certezze concrete? S’era in realtà irreale già da prima, assai prima che la tecnologia la virtualizzasse. Quindi, in definitiva, cosa può preservarsi dal precariato ideologizzato e interiorizzato, ormai completamente introiettato in tutti gli ambiti esistenziali che tocchiamo? Ce lo dice Lamberto. Ce lo conferma il Commendatore (la speranza intergenerazionale, sempre minoritaria come deve, permane. E meno male). Il modo in cui approcciamo l’altro. Con lo sguardo meno giudicante possibile. Erano tutti convinti di dover cercare un nemico, di dover spingere lo sguardo verso un abisso di disumanità, investiti dalla foga di ripristinare il vero e redimere un torto (Parisi e Sinisi sembrano dei Savonarola per quanto sono fanatici, per come tengono banco, Natalia Magni sembra impegnata in una crociata santa), ma se si fossero chiesti qual era il loro interesse, avrebbero capito che il movente da ricercare era in loro e non nei due sani/folli/colpevoli/innocenti genero e suocera. Ancora una volta a essere sconfitta è un’umanità dimentica di sé e della propria empatia che, a furia di guardare nell’abisso, scopre di avercelo sempre avuto dentro, e che il nemico che ricercava fuori, per adempiere il bisogno di appartenenza, era dentro di sé. Come diceva il Pogo di Walt Kelly: “Abbiamo incontrato il nemico, e siamo noi”. E purtroppo a questa verità (questa sì, vera e reale, non virtualizzata) siamo ancora soggetti, da Pirandello come (se non più) oggi. Viaggia solo su mezzi diversi e da qui la necessità di nuovi mezzi per veicolarla e metterla in luce, meglio, e con più forza.





Così è (o mi pare)
riscrittura per realtà virtuale di Così è (se vi pare)
di Luigi Pirandello
adattamento e regia Elio Germano
con Elio Germano, Gaetano Bruno, Serena Barone, Michele Sinisi, Natalia Magni, Caterina Biasiol, Daniele Parisi, Maria Sole Mansutti, Gioia Salvatori, Marco Ripoldi, Fabrizio Careddu, Davide Grillo, Bruno Valente, Lisio Castiglia, Luisa Bosi, Ivo Romagnoli
e con la partecipazione di Isabella Ragonese, Pippo Di Marca
direttore della fotografia Matteo Cocco
sound design Gabry Fasano
costumi Andrea Cavalletto
scenografia Federica Francolini
make up design Dalia Colli
hair design Daniela Tartari
sound supervisor Luca Fortino
VR supervisor e final design Omar Rashid
aiuto regia Claudio Aloia
assistenti alla regia Martina Cavazzana, Rebecca Righetti
segretaria di edizione Carolina Marconi
operatore camera e post produzione Sasan Bahadorinejad
effetti speciali e post-produzione Cosimo Lombardelli
color correction Nazzareno Neri
microfonista Andrea Bruni
assistente costumista Eleonora Medolla
sarta Eleonora Sgherri
puppet Eugenio Casini
grafica Azzurra Giuntini
supporto logistico Sara Tonani
organizzazione Dario Costa
amministrazione Morena Lenti
prodotto da Pierfrancesco Pisani, Alessandro Mancini, Omar Rashid, Luca Fortino, Elio Germano
produzione GOLD
in coproduzione con Fondazione Teatro della Toscana e Gold Productions
lingua italiano
durata 1h 40’
Napoli, Teatro Nuovo, 3 novembre 2021
in scena dal 3 al 7 novembre 2021

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