“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Mercoledì, 03 Novembre 2021 00:00

Facciamo finta che...: Latini “gioca” con Monicelli

Scritto da 

1966, Italia: Age & Scarpelli, Monicelli e L’armata Brancaleone. Le peripezie di una combriccola di antieroi, umani-troppo-umani, tanto da parere fantastici; un salto indietro nel tempo fino all’XI secolo e l’esperimento di una lingua inventata – eppure filologicamente credibile – fatta di un efficacissimo ed esilarante miscuglio tra volgare e latino. Un on the road ante litteram, una pietra miliare nella storia della commedia italiana e tra i capolavori del regista.

1966, Stati Uniti: Roddenbery e Star Trek. Sempre un viaggio, ma spaziale e in un futuro futuristico e a tratti utopico; un peregrinare “all’esplorazione di nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, per arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima”. Una serie destinata a diventare un cult.
Probabilmente avrà avuto in mente questa particolare sincronia Roberto Latini nel pensare alla sua personalissima rilettura de L’armata Brancaleone, che ha debuttato il 20 ottobre al Teatro Metastasio. Lo preannunciano le sonorità spaziali che, già prima dell’inizio della rappresentazione, riempiono la sala, e lo conferma l’impatto visivo quando il telo rosso si apre. Un’ampia scena bianca nella quale otto figure dalle tinte e i contorni decisamente “startrecchiani” vengono calate dalla graticcia su una struttura parallelepipedale. Un fumo strisciante invade la scena, la musica si fa più forte, insieme epica e futuristica, come eroici e spaziali sembrano (almeno per ora) gli individui che ci appaiono di fronte. L’effetto è straniante e lascia intendere da subito la direzione che prenderà la rappresentazione: quella che vedremo non sarà L’armata Brancaleone di Monicelli. O meglio, starà a ciascuno rievocarne, se proprio vuole, le immagini e le azioni, mentre gli interpreti ne diranno le parole, seguendo fedelmente la sceneggiatura e facendo propria, anzi, abitando quella speciale lingua al punto da rendere essa, immagine e azione.
È tutta parole agenti e azioni parlanti Claudia Marsicano che incarna la prima scena dell’attacco al villaggio descrivendone lo sviluppo, i suoni, declamandone le didascalie – “voci... passi veloci... aiutooo... un cavallo, voci... una gallina... coccodè... donne contro donne, uomini contro uomini, donne contro uomini, fuochi... un pulcino... piopiopio... voci...” – in un’esplosione di energia onomatopeica e cinetica che letteralmente travolge i sensi. E spicca la Marsicano cui è più volte affidato, nel corso della pièce, questo ruolo metanarrativo insieme a quello delle figure femminili più pittoresche della pellicola. È trasformista e quindi agente la parola affidata a Ciro Masella che riunisce in sé Pecoro, Taccone e Mangoldo, modulandosi repentinamente da una vocalità all’altra, e come per spinta propulsiva, da una fisicità all’altra.
Si affida al gesto mimato l’Aquilante di Francesco Pennacchia che, nitrendo e scalciando, puntella con la sua presenza tutte le scene, salvo poi farsi Matelda: la criniera diventata capelli, le movenze si fanno languide e la voce si assottiglia effeminandosi. Marco Vergani, in caschetto castano, avvicina al ricordo del Teofilatto della pellicola, riprendendone il rotacismo “nobiliare” e l’indolenza. Savino Paparella è Abacuc del quale recupera la naïvité senile e l’attaccamento al suo baule, qui palloncino bianco che esalerà assieme a lui l’ultimo respiro – nel frangente più poetico della pièce. E poi Marco Sgrosso ed Elena Bucci, rispettivamente il monaco Zenone e proprio Brancaleone, accomunati da un dire più marcatamente epico e sostenuto che tiene vive le intenzioni, certo comiche, ma convintamente eroiche dell’armata.
Un’armata che riempie con la parola lo spazio mutevole e dai molteplici livelli realizzato da Luca Baldini, cangiante delle luminescenze di Max Mugnai – che, assieme ai colori accesi dei costumi, sembrano omaggiare la variopinta fotografia di Carlo di Palma – e vibrante delle corpose sonorità e melodie di Gianluca Misiti; che da quella parola, si diceva, fa scaturire un’azione evocativa eppure concreta, gesti simbolici, oggetti/sineddoche o metafore – un cubo sospeso a mezz’aria è la gabbia di Brancaleone imprigionato, un faretto dall’alto fa da albero al tutore di Matelda morente. Pare sia sempre la parola a offrire aperture per spazi moderni, postmoderni e finanche futuristici: il festino house del matrimonio di Matelda, il duello “elettrico” tra Brancaleone e Teofilatto.
Parola, insomma, che fa da perno di quello che lo psicologo e pedagogista Piaget avrebbe chiamato gioco simbolico: quel “facciamo che sono...” nel quale individuava una tappa fondamentale dello sviluppo infantile in quanto nuova presa di coscienza di sé e del mondo esterno. Ebbene, questa Armata Brancaleone sembra un enorme, precisissimo gioco simbolico: gli interpreti bambini che giocano a far finta di essere, di fare, di vedere, che vestono i panni dei propri eroi e ne replicano nella loro stanza, con gli oggetti che hanno a disposizione, le azioni e le peripezie. Che poi, forse, è proprio il gioco del teatro. “Ecco, sparisce l’attore e subentra la verità della resistenza, della riesistenza...”. Latini, sorta di ‘Chaplin Lunaire’, interrompe con un’apostrofe a una Luna/palloncino, l’avventura dell’armata proprio quando è di fronte alla vista dell’agognata meta. Mette fine con una verità, che è – comunque – ancora finzione, al gioco. Un gioco impeccabile, giocato con maestria e vigore da tutti gli interpreti che, però, resta come chiuso tra le mura della loro stanza di bambini. Manca una risonanza che travalichi quelle mura e arrivi oltre la scena, quel riverbero del sentire – sempre potente nei lavori di Latini – che giunga oltre la percezione sensoriale della bellezza. E allora, certo, si rimane colpiti, ammirati, ci si diverte anche, ma non c’è malìa e si va via sentendosi come esclusi dall’entusiasmo di chi è stato dentro quella costruzione tanto perfetta.





L’armata Brancaleone
adattamento teatrale
Roberto Latini 
da un'opera di Mario Monicelli, Agenore Incrocci, Furio Scarpelli
regia Roberto Latini
con Elena Bucci, Roberto Latini, Claudia Marsicano, Ciro Masella, Savino Paparella, Francesco Pennacchia, Marco Sgrosso, Marco Vergani
musica e suoni Gianluca Misiti
scene Luca Baldini
costumi Chiara Lanzillotta
luci Max Mugnai
assistente alla regia Giorgia Cacciabue, Alessandro Porcu
foto di scena Guido Mencari
produzione Teatro Metastasio di Prato, ERT/ Emilia Romagna Teatro-Teatro Nazionale
con il sostegno di Publiacqua
lingua idioma immaginario
durata 1h 20’
Prato, Teatro Metastasio, 23 ottobre 2021
in scena dal 20 al 24 ottobre 2021

Lascia un commento

Sostieni


Facebook