“La memoria è una forma di coraggio”

Jean Vilar

Domenica, 10 Ottobre 2021 00:00

Fondamenti del Teatro: una lettera di Leo a Enzo

Scritto da 
a Enzo

Quando nel ’94 mi fu affidata dal sindaco Cristina Garattoni − che ho sempre cara nel ricordo − la direzione del Festival di Santarcangelo, il primo problema da risolvere fu quello di individuare un fondamento semplice e modulabile, a partire dal quale avrei potuto analizzare e trascendere quella multiforme e complessa realtà che, per comodo, chiamiamo teatro di ricerca.
Quel fondamento semplice e sottilmente variabile lo trovai in Amleto − e un fotogramma dell'Amleto di Olivier fu l’immagine che scelsi come simbolo di Santarcangelo ’94, cui seguirono, nel ’95 e ’96, altri due fotogrammi sempre dall’Amleto di Olivier, e finalmente, nel ’97, uno della sua apparente contraddizione: un’immagine di Totò.
Totò mi persuase a dare le dimissioni per incompatibilità politica, diciamo così...
Amleto recita per capire.
Un Re è stato ucciso dalla sua propria immagine sfigurata. Amleto recita per capire le immagini e il Re, per capire, per rimettere in sesto un mondo di immagini sfigurate; e l’unica arma che ha è un altro mondo di immagini, ma programmaticamente folli. Immagini che provocano spaesamento, parole che creano cortocircuiti: collisioni che portano al silenzio.
Ma il teatro, come la vita, è pur sempre epifania, manifestazione; e in questa suprema, ironica coscienza dell’apparire si situa l’attore, e quindi il teatro; e di lì, dal centro, guarda ciò che accade, partecipandovi con estrema passione e distacco. Guarda l’evento partecipandovi con maestria, ne fa esperienza trasmutatrice: parlare di rappresentazione non ha più senso, sembra già tutto ambiguamente rappresentato o forse nulla è rappresentabile, ma tutto è.
Amleto è la suprema ironia che ci fa conquistare il silenzio. Più ci avviciniamo al silenzio, più profondo è il riflesso dell’essere nell’apparire, più comprensivo il nostro sguardo.
Se siamo nel silenzio, essere ed apparire sono uno.
Ma prima del silenzio, c’è la tragedia del linguaggio, la tragedia di Shakespeare, la nostra tragedia, la vocazione scismatica dell’Occidente.
E pensai a te come corpo in cui si incarnano quelle tensioni prima del silenzio, quelle tensioni che sono qui e ora, ma che ci fanno vagamente desiderare il prima e l’oltre, corpo come nostalgia del principio amletico, corpo come depositario dell’uomo e della tragedia del suo linguaggio, corpo come Mal-d’-Hamlé, che mi piace decifrare come mal d’Africa, malinconia dolce e terribile, quell’Africa che cercava anche Rimbaud. E ti chiesi di affrontare Amleto per la mia prima edizione di Santarcangelo, e in seguito anche Rimbaud: tu accettasti, e te ne sono grato, come ti ringrazio della partecipazione a tutte le edizioni del festival da me dirette, dove la tua presenza era per me essenziale, come lo erano quelle di pochi altri.
Da sempre non possiamo che tradurre, ma la traduzione del mondo, del grande Testo, è sfregiata.
Allora tu, Enzo, cerchi le parole nei ricordi. Quelle più preziose o quelle più desuete o quelle che oggi mancano: oppure ti prepari il futuro, inventando prima le parole, le parole “p’ ‘a cosa bella” che solleciti ad accadere domani.
Un filo di voce intonato, per un soliloquio perenne, un lungo mantra, che nella sua vana tragicità ha lampi ironici, riverberi comici. Una lunga domanda che fruga nella realtà o gira intorno ad un verso di Shakespeare, ad una citazione da Artaud, per potersi connettere ad altri mondi linguistici, squilibrandosi per afferrare i brandelli di qualche cosa, per poi ricomporsi, magari in una canzone – di quelle più emarginate, per dubbia qualità musicale o per troppo uso.
L’acquietarsi dell’ansia lo trovi, forse, nelle pause, nei silenzi, o in quel darti generosamente agli altri, quasi totalmente, con una specie di fatalità, nudo davanti agli spettatori, con un sorriso d’accettazione semplice. Oppure l’acquietarsi è nel dire o pensare forti intuizioni di poeti condivisi e scandalosi, che sono come dei punti fermi in una canzone risaputa e stravolta.
Il desiderio del tuo fragile corpo d’attore è il desiderio di una canzone nuova, di un canto nuovo, spremuto dalle macerie, dal dolore e dal sorriso; un desiderio che è oltre ciò che avviene sulla scena, è intorno al tuo corpo, è in quei momenti in cui fai in modo che anche gli altri, gli spettatori, si pongano in ascolto in prossimità del silenzio.
Ah! Mi ricordo che abbiamo parlato di teatro, la prima volta, proprio a Bologna, e nevicava – l’unica nevicata bolognese di questi ultimi quindici anni, credo...
Ha nevicato una sola volta in quindici anni, e proprio in quel giorno due emigranti parlano di teatro sotto la neve del Nord − non sembra girata in studio? Non è la scena di un film supremamente ironico? 
Lamed, carattere alfabetico ebraico, principio di elevazione, principio amletico.





Fondamenti del Teatro
Leo de Berardinis
Una dedica. Lamed
In: Enzo Moscato
Quadrilogia di Santarcangelo
Ubulibri, Milano, 1999
pp. 141, pp. 9-10

Lascia un commento

Sostieni


Facebook