“Che diamine, se sapessi chi è Godot non credete che l'avrei detto nell'opera?”

Samuel Beckett (ai critici)

Venerdì, 24 Settembre 2021 00:00

Mercurio Festival: da un anno all’altro

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Mentre si accinge a partire la terza edizione del Mercurio Festival (a Palermo, ai Cantieri della Zisa dal 24 settembre al 2 ottobre, in una collocazione che si sta ormai stabilizzando), ci riallacciamo all’edizione precedente provando a raccontare (e a raccordare) cosa sia e cosa sarà questa rassegna.

E per farlo non si può che ripartire dalla città che lo ospita: Palermo ha il sapore dei ritorni, dei luoghi che riconosci all’impronta, perché ti fanno sentire un po’ a casa, per quella istintiva dimestichezza con cui la attraversi sentendola affine, per quel suo accogliente modo di essere corpo unico e cangiante, singolare e mutevole, identitario e plurale.
E, da questo corpo che è città, parte il nostro viaggio a ritroso, in quel corpo nel corpo che è il Mercurio Festival, rassegna che pulsa nel cuore – in uno dei cuori – del capoluogo siculo, la Zisa, quartiere verace in cui i Cantieri Culturali si aprono come spazio di partecipazione plurale e diversificata.
Mostre, spettacoli, installazioni, concerti, laboratori, proiezioni: Mercurio Festival è rassegna diffusa, che attraversa gli spazi dei Cantieri abitandoli nelle location al chiuso e nelle pertinenze esterne.
Ma la peculiarità principale del Mercurio Festival sta nella scelta programmatica operata dalla direzione artistica; ovvero in una programmazione affidata agli artisti partecipanti, ciascuno dei quali sceglie e nomina un altro artista (compagnia, gruppo, performer o qualunque altra tipologia) che andrà a comporre il cartellone dell’edizione successiva. Attenzione: scelta affidata, ma non del tutto delegata, perché la direzione artistica di Babel Crew (e di Giuseppe Provinzano) si espleta non solo nel ratificare le scelte, ma anche nel concordare e raccordare le proposte, inserendole in un percorso coerente e lineare pur nella eterogeneità della programmazione. E, come talvolta accade esplorando percorsi avventurosi, succede che si crei quella magica alchimia per cui, anche se a sottendere al progetto non ci sia un filo prestabilito e coerente, finisce comunque per trovarsi una sottile venatura che permei l’intera programmazione: una sorta di “serendipità artistica”, che nella fattispecie dell’edizione 2020 abbiamo riscontrato – probabilmente complice anche il periodo senza precedenti dal quale venivamo, con pandemia, lockdown e relative conseguenze – in istanze comuni (a spanne, s’intende) che hanno connotato la settimana palermitana di eventi ai Cantieri. E questo filo, questa traccia sottesa che avevamo riscontrato nel dipanarsi del Mercurio, ha a che fare con un’idea di corpo. Con le valenze che il corpo assume nelle sue declinazioni, artistiche sì, ma ricordandoci soprattutto di quanto e come l’arte possa parlare dell’umano, all’umano.
E così, mentre l’edizione 2021 ha preso forma, nel cartellone suggerito da chi era andato in scena lo scorso anno, proviamo a guardare indietro per ripercorrere quanto visto e immaginare quanto si potrà vedere.
Quella che si era svolta nei Cantieri della Zisa tra la fine di settembre e l’inizio dell’ottobre del 2020 (in quella effimera tregua tra una chiusura e l’altra dei teatri) era stata un’edizione che aveva mostrato la bontà del progetto Mercurio, con la sua idea di direzione artistica sui generis e con la sua proposta variamente interessante, dipanatasi tra installazioni di videomapping, esposizioni, laboratori intensivi, il tutto dislocato negli spazi diversi e differentemente funzionali dei Cantieri, trasmettendo come primissimo impatto un senso di osmosi multidisciplinare tra le arti. Arti che come si diceva hanno finito per trovare, pur nella diversificazione dell’offerta artistica – o forse a maggior ragione proprio grazie ad essa – un nesso alchemico che ha di fatto  reso coerente la proposta spettacolare, in ciò inverando la bontà della scelta di questa formula non comune di allestimento di una rassegna festivaliera. Tant’è che, felicemente, si prosegue anche quest'anno lungo il solco tracciato.
Dunque il corpo, si diceva; il corpo nelle sue forme, nel suo essere molteplice portatore di significati estensivi, nel suo essere veicolo d’espressione, volano di un sentire individuale e comune, vettore di trasmissione.
E un corpo che mi era apparso come una sorta di manifesto programmatico (di cui avrei avuto contezza solo dopo, retrospettivamente) sin dalla prima mostra/installazione visitata, quella di Donato Sansone, Nelle viscere del sogno: un viaggio multistratificato nelle pieghe del corpo umano, nelle sue membra scomposte e scarnificate, tra disegni e cortometraggi, quasi ad offrire un viatico (involontario? Probabilmente sì, ma è qui che nasce la magia alchemica) di quello che sarebbe stato il contenuto pregnante di quasi dieci giorni di Festival e che sarebbe proseguito con i corpi danzanti – in visione suddivisa tra due sale contigue – dei danzatori di Bruma / Net della compagnia catalana Kònic THTR, in cui la danza entra in commistione e sincresi con la videoinstallazione, giocando col concetto di trasmissione, allargando lo spazio reale e virtuale in cui far entrare i corpi in relazione, spaziando tra il reale e il digitale, esplorando le possibilità offerte dalla nuova frontiera multimediale, vista, sentita e vissuta come estensione del corpo e non come percezione del suo limite.
Da lì in poi non è mancato il confronto più verace – e veridico – con i corpi attorali veri e propri, con le messinscene di Mattia e il nonno (a cui assistevo per la terza volta, trovandolo ormai collaudatissimo, con Ippolito Chiarello sempre più dentro il testo, padrone misurato della calibrata idea registica di Tonio De Nitto), e la piacevole scoperta delle Sementerie Artistiche, che col loro Ol Baraba (scritto e diretto da Manuela de Meo) vedeva in scena altro corpo d’attore, quello di Pietro Traldi, portatore della propria esperienza artistica in un monologo stralunato e sorprendente che, strizzando l’occhio al grammelot, racconta di una liminare condizione dell’esistenza, mostrando Traldi una gran capacità di tenere la scena, di reggere il ritmo e le variazioni di registro.
Ancora corpi. Tanti. Sono quelli che partecipano al workshop di danza di Roberto Castello, che seguo per intero, dai primi esercizi basici fino agli ammaestramenti più profondi, prendendo contezza di cosa voglia dire essere un “maestro” e dimostrare di esserlo con disarmante semplicità: il lavoro diretto da Castello è un’occasione di apprendimento continua, dai suggerimenti di lettura, che appunto alacremente sul mio taccuino, agli insegnamenti concettuali – ma infinitamente pratici – ch’egli dispensa ai partecipanti, spaziando dalla storia della danza ai suggerimenti basilari sull’attenzione immediata a dove stia il peso del corpo durante il movimento; si lavora alla scorrevolezza, alla scioltezza e per farlo si adottano riferimenti colti e illustri come la pittura francese. E sono soprattutto certi gangli ‘filosofici’ a catturare la mia attenzione, certe sfumature: “Non muovere il bacino, ma lasciare che si muova”, concependo il movimento come una risultante tra le singole arti del proprio corpo e l’esterno. Più in generale, nel lavoro portato avanti in quei tre giorni da Roberto Castello sembra esprimersi una prospettiva da cui guardare il corpo che pare voglia affrancarsi dalle logiche della società dei consumi in cui siamo immersi, come a voler recuperare attraverso i corpi in movimento una autenticità delle relazioni, bandendo qualsiasi integralismo normativo (così come, ed è tema su cui Castello spesso ritorna, non è lecito a detta sua segnare una stagna linea di demarcazione tra la danza e il teatro). È un tipo di lavoro che conta molto su una pratica esperienziale che ricerca sia la libera creatività dell’atto corporeo che una relazione tra i corpi, che poi è a sua volta rappresentativa del rapporto tra corpi e società.
Dai tanti corpi a un altro corpo singolo, che è quello di Giustina Testa. Singolo e dilaniato, come la storia che racconta nel suo Sala Party, un assolo che parla d’aborto, in una costruzione registica semplice e chiara, che percorre il solco di una lacerazione, portando in scena la verità del corpo, ripercorrendo le tappe sensibili di uno strazio, fisico e psicologico, lancinante e struggente supplizio inferto a mente e membra, tenendo viva la tensione narrativa in un congruo bilanciamento tra resoconto cronachistico e panorama emozionale. Giustina lascia percepire il senso di colpa provato da una donna che abortisce, il pericolo di sentirsi egoista, che veicola un inesausto desiderio di una pacificazione che appare lontana e che passerà attraverso un dialogo toccante con quel figlio mai avuto, con quel feto espulso e non partorito, che le fa percepire il proprio alla stregua di “un’anfora rotta”.
Altri corpi ancora sono quelli che partecipano al laboratorio di Enrico Casale (coadiuvato da Simone Benelli), che prende le mosse da un documentario già realizzato, intitolato Ciò che resta (visto al Cinema De Seta all’interno dei Cantieri) e che vede protagonisti i detenuti del carcere “Villa Andreino” di La Spezia; corpi che lavorano sul concetto di assenza, sulla privazione e seguono la traccia di una domanda ultima che ben si collega al tempo recente, ovvero: “Cosa perderemmo se perdessimo il teatro?”; una domanda che schiude possibilità espressive varie e variamente interpretabili, e che vengono declinate facendo in modo che si sprigioni da parte di ciascuno la massima libertà espressiva.
In quest’alternanza di corpi plurali e corpi singoli, s’inserisce anche quello che è un vero e proprio dono, ovvero Cordata Panormus, un’opera di difficile definizione, ma di adamantina lettura. Perché ci raffronta con una idea di corpo in crisi che è propria del nostro tempo – quel tempo che ha dovuto affrontare un evento pandemico di proporzioni globali come non se ne registravano da secoli – e che vede nel corpo fragile di Chiara Bersani il latore di un messaggio che travalica l’opera in sé: non siamo in presenza (ché in pieno Covid per la Bersani spostarsi avrebbe rappresentato un rischio che ne avrebbe potuto mettere a repentaglio la salute), ma ascoltiamo sul cellulare, attraverso un qr code scaricabile da una cartolina, la sua voce che ci accarezza delicata con un racconto che ha il sapore del dono poetico di un corpo che riesce a farsi presente pur dovendo fisicamente abdicare all’assenza.
E, sempre in linea con questo concetto della presenza/assenza dei corpi è anche la visione di Segnale d’allarme – La mia battaglia VR, di Elio Germano e Omar Rashid, che vivifica gli spettri dei meccanismi della persuasione occulta, in questo caso mediati da una forma di fruizione (e comunicazione) rappresentata dai visori della realtà virtuale, così fornendoci una visione sfalsata, che ci proietta in una dimensione che mischi i piani del reale e del virtuale, sobillando un ingranaggio perfido e perverso, teso a mostrare i rischi di un’adesione inconsapevole e crescente alle lusinghe di un populismo che può riprodurre scempi già visti.
Ultimo corpo scenico che ci si offre in visione è quello di Fabio Mascagni (Sotterraneo), nel cui solitario monologare il testo di Europeana rifrange in narrazione centrifuga l’intero Novecento, facendo racconto condensato del cosiddetto secolo breve, lasciandone percepire la larghezza; infine, simbolicamente, conservandone interrato nei Cantieri il file della caracollante interpretazione prodotta per oltre due ore, come fosse un reperto per posteri, umani o alieni che siano.
A tutti questi corpi, esposti, recitanti e narranti, il Mercurio Festival ne aggiunge altri precipuamente vocali, coi concerti di Giuseppe Di Bella, Emma Nolde, Aleph Viola, FLxER & Ipologica, diversi per generi e stili, ma ciascuno lasciando traccia di stupore dietro di sé, come per ogni piccola scoperta di ciò che non si conosce (almeno per me, che ne ascoltavo le voci e i suoni per la prima volta), al pari delle altre installazioni artistiche  e alle performance (Pinball, Videoart, Zero /AV Show, la “grigliata performativa” di Gianluca Concialdi). Tutto questo ha contribuito a fare del Mercurio Festival un’esperienza a tutto tondo, esaltandone la multidisciplinarità. Farlo diverso, farlo bene, farlo di nuovo: da questa traccia lasciata nella memoria a un anno di distanza, riprende e si riallaccia, nel solco della continuità, questa esperienza virtuosa, che merita di essere attraversata e vissuta.
E che se a un anno di distanza, ha lasciato impressa tangibile memoria di quel che è stato, suscita di conseguenza stimolo ad essere seguita con attenzione e interesse, con la curiosità di vedere gli artisti della passata edizione a chi avranno trasmesso il testimone. E se nel 2020 è stato il concetto di corpo a fungere da filo conduttore invisibile e sotteso, resta ora da vedere quali precipue specificità potranno venir fuori da questa nuova edizione che va a incominciare e che vedrà in scena Enrico Ascoli, Alessandro Baris, la compagnia  Berardi/Casolari, Adrian Castaneda dalla Spagna, Alessandro Certini di Company Blue, Collettivo Cinetico, K-Dance dalla Francia, Lorem – Francesco D’Abbraccio, Balletto Civile con Michela Lucenti, Blanca Matias (produzione ispano-tedesca), Marta Olivieri, Orelle, Ortolab, Deniz Ozdogan, Daria Paoletta – Compagnia Burambò, Riserva Canini, Alessandra Tudisco, Virgilio Villoresi.
Da un anno all’altro, da un Mercurio al successivo, da Palermo a Palermo, nel suo cuore pulsante e verace, sempre all’insegna della multidisciplinarità e della specificità di un modello fino ad ora risultato convincente.





Mercurio Festival 2020
Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa, dal 25 settembre al 3 ottobre 2020


The Pinball: Interactive Installation of Video Gaming
di FLxER
Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa – Bottega 4, dal 25 settembre al 3 ottobre 2020


Videoart
di
Jorge Isla
Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa – Bottega 2, dal 25 settembre al 3 ottobre 2020


Nelle viscere del sonno
di
Donato Sansone
Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa – Bottega 1, dal 25 settembre al 3 ottobre 2020


Bruma / Net
idea e realizzazione
Rosa Sánchez, Alain Baumann
con Federica Aloisio, Gianni Gabbia, Oria
produzione Kònic THTR
Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa – Spazio Franco /Arci Tavola, 25 settembre 2020
in scena 25 settembre 2020 (data unica)


Happening in esterno
di
Gianluca Concialdi
Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa – Spazio Ducrot, 25 settembre 2020


Mattia e il nonno
di
Roberto Piumini
adattamento e regia Tonio De Nitto
musiche originali Paolo Coletta
produzione Factory Compagnia Transadriatica, Fondazione Sipario Toscana
in collaborazione con Nasca Teatri di Terra
Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa – Palco Franco, 26 settembre 2020
in scena 26 settembre 2020 (data unica)


Ol Baraba
regia e drammaturgia
Manuela de Meo
con Pietro Traldi
musiche dal vivo Antonio Gobbo
produzione Sementerie Artistiche
Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa – Palco Franco, 26 settembre 2020
in scena 26 settembre 2020 (data unica)


Laboratorio per danzatori e attori
con Roberto Castello
Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa – Arena Tre Navate, dal 28 al 30 settembre 2020


Sala Party
di e con Giustina Testa
regia Daniela Dellavalle
Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa – Palco Franco, 30 settembre 2020
in scena 30 settembre 2020 (data unica)


Zero. A/V Show
di Spime.Im
Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa – ZAC, Zisa Arti Contemporanee, 30 settembre 2020


Un corpo attaccato alla terra
laboratorio di Enrico Casale
Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa – Spazio Tre navate, dal 1° al 3 ottobre 2020


Segnale d’allarme – La mia battaglia (in VR)
testo Chiara Lagani, Elio Germano
regia Elio Germano, Omar Rashid
con Elio Germano
produzione Gold, Infinito, Riccione Teatro
Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa – Cinema De Seta, 1° ottobre 2020
in scena 1° ottobre 2020 (data unica)


Giuseppe di Bella in concerto
Fuddìa

Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa – Palco Franco, 1° ottobre 2020


Cordata Panormus
di Chiara Bersani
capo cordata Marco D’Agostin
suono F. De Isabella
produzione Associazione Culturale Corpoceleste C.C00#, Centrale Fies
con il supporto di UFO Residenze d’Arte non identificate, Teatro Stabile La Contrada – Trieste
Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa – Centro Internazionale di Fotografia, 2 ottobre 2020
in scena 2 e 3 ottobre 2020


Emma Nolde in concerto
Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa – Palco Franco,  2 ottobre 2020


Ciò che resta – Appunti dalla polvere
di Enrico Casale
documentario prodotto da Compagnia degli Scarti
Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa – Cinema De Seta, 3 ottobre 2020


Europeana
da Europeana. Breve storia del XX Secolo
di Patrik Ourednik
con Fabio Mascagni
luci Marco Santambrogio
sound design Luca Scapellato/LSKA
produzione Sotterraneo
con il sostegno di Centrale Fies
Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa – Haus der Kunst, 3 ottobre 2020
in scena 3 ottobre 2020 (data unica)


Aleph Viola in concerto
Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa – Palco Franco, 3 ottobre 2020


FLxER & Ipologica in concerto
No Borders

Palermo, Cantieri Culturali alla Zisa – Palco Franco, 3 ottobre 2020

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