“Che diamine, se sapessi chi è Godot non credete che l'avrei detto nell'opera?”

Samuel Beckett (ai critici)

Martedì, 21 Settembre 2021 00:00

La ricerca lirica e illuminata delle origini dell’umano

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È possibile il lirismo poetico e pittorico nel teatro contemporaneo pandemico?

Rubo solo la formula di una celebre domanda di Albert Camus che si chiese qualcosa di non molto distante in un saggio: se la tragedia o meglio il senso del tragico, quel conflitto inconciliabile di derivazione goethiana che accompagna la storia del divino e dell’umano nella grecità, fosse ancora risonante o riproponibile nel mondo dell’uomo moderno. Il coreografo greco Dimitris Papaioannou, custode della grecità antica e contemporanea, nel suo nuovo spettacolo dal titolo Transverse Orientation, che ha fatto il suo debutto nazionale sul palco del Teatro Politeama di Napoli, è stato attesissimamente amato ancora dal pubblico, napoletano e non, che ha applaudito a lungo.
Papaioannou mette in luce delle riflessioni cosmiche nel solco del ponte tra antico e moderno: lo fa con la tragedia, e lo fa con la commedia, confermandosi figlio di quella civiltà che identificò le forme primarie della scena. Nella sua ricerca la danza si fa pittura, si fa poesia allo stato puro, il corpo diventa medium scarnamente essenziale e le immagini, che si susseguono nei silenzi, raccontano dell’uomo, raccontano dell’umano.
Le fil rouge dello spettacolo è l’intermittenza della luce ovvero l’attrazione che esserini-ominidi del passato (o forse del futuro) provano verso un neon intermittente, così come gli uomini antichi erano attratti dal fuoco o l’uomo moderno cerca di riparare le sue fredde mancanze. E la scena iniziale effettivamente è scarna ed è fredda, asettica, bianca e se si volge leggermente lo sguardo intorno ci si rende conto che il palco è essenzializzato, spoglio delle quinte, rivelatore della sua struttura: è un teatro non impacchettato, svestito, nudo. La forma in silhouette degli ominidi è straniante e ironica: i corpi sono sformati, alti e filiformi; le teste sono minuscole. Possono sembrare un’impresa di elettricisti e (per contrasto e assonanza) a me ricordano leggermente i personaggi del teatro della compagnia Familie Flöz: lì i personaggi sono giganti e mascherati, vero, ma il senso dell’ironia e la capacità di dire senza proferire parola mi suggerisce adesso il parallelismo. Certo, con Papaioannou siamo nel solco del Teatrodanza e del Tanztheater bauschiano: egli vuole dichiaratamente essere l’erede di Pina, un erede consapevole che costruisce il suo tempo, un erede anche delle tradizioni successive del filone immaginifico della danza tedesca, quello di Sasha Waltz. Ci sono dunque vari tipi di corpi che si intrecciano e che danno vita a figure antropomorfe e animalesche generando un simbolismo puro, che azzera totalmente i virtuosismi divenendo emozione che, dagli occhi, si smaterializza per depositarsi nel cuore per un po’: da un lato, poi, c’è il corpo dell’uomo moderno, vestito in smoking nero, mentre dall’altro troviamo il corpo nudo e lucido dell’uomo antico, bagnato dalla luce come se fosse una scultura passata con la cera. Il simbolo della grecità e del richiamo alla mitologia arcaica è invece un grande toro che partorisce figli − sono esseri mezzo uomo e mezzo toro e sono immagini mascherate da Minotauro, figure trasformatesi da uomini in mitologia − in un continuo gioco giocato sulla congiunzione temporale tra ere, tempi, cronologie differenti. E c’è una donna, un’Arianna, una Venere di Botticelli, una Vergine Maria, ch’è simbolo della purezza ma anche della lussuria, una creatura un po’ botticelliana e un po’ boschiana, per restare sul confine delle categorie.
Il toro partorisce quindi la tragedia e la commedia: le scene (nel momento del massimo lirismo tragico) sfociano nell’ironico, smorzano, diventano catarsi pura, tante piccole azioni che tengono insieme la tessitura. Le vicende sono tante e labirintiche: non ci sono divinità, non c’è spazio per esse ma solo per il toro e le sue creature e per un ambiente fragile e in decomposizione, frammentato come frammentata è la musica, come rotta è costantemente la lirica di Antonio Vivaldi. Lo spettatore infatti non ha mai la possibilità di identificare dei brani specifici giacché il silenzio e il rumore del progresso e della modernità incombono alla porta. Ecco: la porta è la protagonista del fondale bianco ed è una soglia temporale, è il cambio scena ed è la consistenza delle metamorfosi mentre un occhio di bue ambrato, unica luce calda, getta il proprio focus sulle nuove scene abbandonando quelle passate. Da quella porta appaiono e scompaiono personaggi, appaiono e scompaiono le rovine, di cui gli uomini antichi si prendono gioco alla leggera, tra risi e schiamazzi, mentre invece l’uomo del nostro tempo ne viene sotterrato. Forse è il peso della storia, sì, forse è la ricorrenza di certe tendenze a cui l’umanità non accenna a sfuggire; quanto alla luce, beh... la luce degli spettacoli di Papaioannou meriterebbe una tesi di ricerca scientifica. Sembra appartenga già allo spazio, pare non provenire da nessuna fonte esterna ed è simbolo o rimando al chiaroscuro pittorico. Così tutta la scena è sempre lirismo pittorico in movimento ed è cinema muto e quadro rinascimentale.
Raccontare dell’umano attraverso il mito − un mito fatto di sangue e di mostruosità, di inganno e di contesa − è un’arte che permette di creare un ponte comunicativo acceso e fondamentale tra le esigenze e la Storia dell’umanità nelle sue varie stratificazioni sociali e temporali. Che dire poi del finale sorprendente? La donna, la Vergine (perché la donna è un simbolo velatamente ironico di sacralità) sprofonda sotto il palcoscenico, si immerge in terre desolate e primordiali, abitate solo dall'acqua, si riconduce all’essenza degli elementi e da lì gli uomini moderni sradicano il pavimento del palcoscenico. Per dare quale ultima immagine diradata? Quella che rivela la Terra allo stadio nudo e crudo del suo processo di nascita; è un’immagine che narra l’origine della costruzione del mondo, la Pangea e Panthalassa, con le poche isole emerse e un senso di desolazione che ne deriva ma anche di contemplazione silenziosa: inevitabile davanti alla maestosità dell’indefinito e simile a quella provata dal viandante di Friedrich.
Il processo che compiono gli uomini in smoking è lento, animato da metodica sacralità e il viaggio a ritroso è sempre all’attivo. Cosa c’è sotto? Solo il Teatro può sradicare e rivelare e il teatro di Papaioannou è un’arte che si fonda sulle citazioni, sì, ma in un legame pittorico e lirico mai visti, in cui il gesto è lento ed essenziale e i corpi e le scene sono puro veicolo di visioni. Ma non è forse questa la liturgia del corpo scenico? Il virtuosismo è vuoto e inessenziale se non comunica. Il Teatro delle origini di questo figlio della grecità non poteva invece che essere intenso, emozionante, totale.
Insomma Papaioannou − immettendosi nelle tradizioni del Teatrodanza − crea un suo stile specifico, una sua modalità di fare arte che abbraccia pittura, scultura, cinema: con lui non c’è più coreografica o danza, c’è invece il teatro come possibilità di ammirare e vivere delle emozioni, di riconnettersi, piangere, ridere, ricordarsi, scavare. I piani di lettura non sono solo emotivi ma anche razionali e colti, grazie al rimando alla grecità e al mito e grazie al fatto che saper riprendere la tradizione, darle luce e cuciture moderne è da veri maestri ed è creare qualcosa di nuovo, come fanno gli aedi-cantori o i rapsodi, i poeti originali e gli abili cucitori della storia umana.
Infine: essersi ritrovati comunità assetata di teatro, al Politeama di Napoli, è stato un segno dell’estrema necessità di ciò che per parte maggioritaria della società sembra oggi inessenziale. E invece il teatro apre immaginari e riflessioni così intime e nello stesso tempo comunitarie che non se ne può vivere senza.
Risulterebbe una non-vita, come quella che purtroppo abbiamo dovuto trascorrere in questi quasi due anni, ma anche l’a possibilità di elaborare una risposta eroica è un dato della storia di cui ci parla Papaioannou.







Campania Teatro Festival
Transverse Orientation
ideato e diretto da
 Dimitris Papaioannou 
con Damiano Ottavio Bigi, Šuka Horn, Jan Möllmer, Breanna o’Mara, Tina Papanikolaou, Lukasz Przytarski, Christos Strinopoulos, Michalis Theophanous 
musiche Antonio Vivaldi 
scenografia Tina Tzoka, Loukas Bakas 
composizione e progettazione sonora Coti K. 
costumi Aggelos Mendis 
collaborazione al disegno luci Stephanos Droussiotis 
supervisione musicale Stephanos Droussiotis 
sculture, oggetti di scena, costruzioni speciali Nectarios Dionysatos 
invenzioni meccaniche Dimitris Korres 
realizzazione costumi Litsa Moumouri, Efi Karantasiou, Islam Kazi 
tecnici di scena Kostas Kakoulidis, Evgenios Anastopoulos, Panos Koutsoumanis
datore luci Miltos Athanasiou 
opera in silicone Joanna Bobrzynska-Gomes 
team oggetti di scena Natalia Fragkathoula, Marilena Kalaitzantonaki, Timothy Laskaratos, Anastasis Meletis, Antonis Vassilakis 
produzione Onassis Stegi 
coproduzione Festival d’Avignon, Diennale de la danse de Lyon 2021, Dance Umbrella / Sadler’s Wells Theatre, Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival, Grec Festival de Barcelona, Holland Festival – Amsterdam, Luminato (Toronto) / To live, new vision arts Festival (Hong Kong), Ruhrfestspiele Recklinghausen, Saitama Arts Theatre / Rohm Theatre Kyoto, Stanford live/Stanford University, Teatro Municipal do Porto, Théâtre de la Ville – Paris /Théatre du Châtelet, Ucla’s Center for the Art of performance
con il supporto di Festival Aperto (Reggio Emilia), Festival de otoño de la Comunidad de Madrid, Hellerau – European Cente for the Arts, National Arts Centre (Ottawa), New Baltic Dance Festival, One Dance Week Festival, P.P. Culture Enterprises LTD, Tanec Praha International Dance Festival, Teatro della Pergola – Firenze, Torinodanza Festival / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
finanziato da Hellenic Ministry of Culture and Sports
paese Grecia
durata 1h 45’
Napoli, Teatro Politeama, 17 settembre 2021
in scena 16 e 17 settembre 2021

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