“Nonna Citta muore addrìtta. Si curva mentre esala l'ultimo respiro ma non cade. La sua è una morte in dialetto. Assurda e volgare. I quattro superstiti, sbandando, vengono verso di noi. Il sole è ormai calato e l'uscio dove imperterriti stanno è il proscenio del teatro che li tiene prigionieri. Spalancano la bocca ma il loro urlo è muto. Sembra, piuttosto, uno sbadiglio”

Emma Dante

Giovedì, 29 Luglio 2021 00:00

Mittelyoung: al di là del ponte, in cerca di eredi

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I ponti uniscono. Fisicamente e simbolicamente. Sponde diverse, popoli separati, culture differenti: un ponte è un legame tra un lato e un altro, nello spazio collegando territori e genti, nel tempo rendendo contigue generazioni che si succedono. E i ponti raccontano, di uomini, di storie, di leggende e eventi simbolici. Racconta delle traversie che all’ombra delle campate di quel ponte si andarono consumando nel corso dei secoli Il ponte sulla Drina di Ivo Andrić, romanzo che spiega alla luce della storia come quel crocevia di culture che passava attraverso i Balcani fosse una giuntura tra Occidente cristiano, mondo slavo e cultura musulmana.

Così come fu all’ombra di un ponte, quello di Bouvines, che nel 1214 i destini dell’Europa videro cominciare l’epopea federiciana, e proprio presso quel ponte lo Svevo “Stupor Mundi” fece ufficialmente la sua comparsa sulla scena politica europea, incarnando a sua volta un ponte tra passato e futuro.
Sono suggestioni vaghe che mi porto dietro da questo Mittelyoung, preludio “giovane” del Mittelfest che si terrà a Cividale del Friuli tra la fine di agosto e l’inizio di settembre prossimi. E sono suggestioni che nascono dal fatto che è proprio oltre un ponte, detto “del Diavolo” e che scavalca il fiume Natisone, che mi conduce questo viaggio in direzione Friuli, regione che avevo attraversato una manciata di lustri addietro, portandomi in dote il ricordo gradevole della quiete silenziosa e discreta che lo abita, quella che vi ho ritrovato nei caldi giorni di fine giugno di Mittelyoung, rinfrancati sistematicamente dalla frescura serale. Un anticipo di festival, una sezione che precede l’edizione vera e propria, e che si svolge a Cividale, tutta oltre il Ponte del Diavolo, attraversato il quale si trova quasi subito sulla sinistra quella che un tempo fu una chiesa e che oggi è luogo di spettacoli, Santa Maria dei Battuti. Una sezione, questa di Mittelyoung, che significativamente porta un titolo che mi lega a questa suggestione dei ponti e della trasmissione: “Eredi”. È un tema gravido di implicazioni possibili, vieppiù al tempo attuale, in cui ognuno di noi deve necessariamente fare i conti con il lascito di un anno e mezzo che ha cambiato le nostre vite e che ce le sta a poco a poco restituendo non più uguali a prima.
E così, nell’edizione che segna il trentesimo compleanno della manifestazione, Mittelfest –  auspice la guida del nuovo direttore, Giacomo Pedini – sceglie non di guardarsi indietro ma di proiettarsi in avanti, di fare tesoro dell’esperienza pregressa per rivolgerla al futuro; operazione tanto più meritoria in un epoca popolata di generazioni di figli senza padri, in cui – e il settore dello spettacolo ne è emblematicamente rappresentativo – ci si ritrova eredi di un bagaglio difficile da recuperare, smarrito tra le intermittenze di una trasmissione saltuaria quando non del tutto mancata, molto spesso esauritosi lungo binari morti imboccati da chi ci ha preceduto.
Sicché, affidati alla selezione di un gruppo di curatores under 30, ci troviamo ad assistere a nove spettacoli per tre sezioni (danza, musica, teatro) scelti tra un novero di oltre centosessanta proposte pervenute da parte di compagnie e ensemble (anch’essi under 30) dell’area mitteleuropea e balcanica, oltre che italiana; da ogni sezione esce un vincitore che sarà presente al Mittelfest dei “grandi” a partire da fine agosto.
Si parte dunque alla luce di una visione, che la nuova direzione interpreta “sul campo”, non solo con la presenza istituzionale, ma anche con la partecipazione attiva: è infatti lo stesso Giacomo Pedini a condurre in prima persona tutti gli incontri previsti con alcuni degli artisti in rassegna, un segnale di adesione intima al progetto, per giunta accompagnato da un approccio decisamente sciolto e informale – così come è informale la location, l’esterno della birreria Forum Iulii, appena fuori Cividale – approccio che finisce per imprimere un clima di partecipazione distesa ma non per questo meno densa di contenuti e argomentazioni; è anzi un modo di lavorare “dal di dentro” che sorprende positivamente e che si riverbera nello spirito genuino che ha animato questo Mittelyoung. Al quale sono arrivati spettacoli buoni e perfettibili, ma in ogni caso riconoscendo ai giovani artisti che vi hanno partecipato una possibilità troppo spesso negata: quella dell’imperfezione, ovvero si è offerta loro la possibilità di non dover essere a tutti i costi prestazionali, presentando progetti che vengono valutati anche sulla scorta dei loro margini di crescita ulteriore. Certo, qualche spettacolo è più pronto, qualche altro è più acerbo, ma fa parte del gioco e comunque non abbiamo assistito a nulla che non fosse al di sopra della soglia dell’accettabile.
Inoltre, per completare il quadro programmatico, al Mittelyoung e al Mittelfest, parti di rassegna festivaliera complementari e circoscritte nel tempo, va ad aggiungersi il progetto Mittelland, ovvero una rete di collaborazioni con altre realtà territoriali limitrofe che tiene viva per il resto dell’anno l’attenzione verso i luoghi circostanti e ciò che vi accade.
E, parlando di quello che è accaduto, proviamo a passare in rassegna ciò che abbiamo veduto, sezione per sezione, spettacolo per spettacolo, un passo oltre il Ponte.
Location uguale per tutti − come detto, Santa Maria dei Battuti − dove quattro gradini che un tempo sopraelevavano la base su cui poggiava un altare conducono ora a un palco di muratura ricoperto di linoleum. Lo spazio scenico conserva una coppia di colonne che suggeriscono una pregressa ripartizione in tre navate e alle quali corrispondono altre semicolonne lungo le pareti. Il rito, non più sacro, ma non per questo meno sacrale, dell’andare in scena avverrà per quattro giorni sempre qui.


La danza
Il programma della danza si apre con un solo, Indultado, di e con Lia Ujčič, performer slovena che porta in scena un’esplorazione di dinamiche e possibilità. La troviamo già in palcoscenico, accovacciata, puntellandosi ora su un ginocchio, ora sull’altro; davanti a sé una fila di dieci tazze disposte alla rinfusa, ne spicca una rotta. Un capo di corda corre in maniera ellittica e irregolare lungo lo spazio scenico circoscrivendone un perimetro come di arena dai contorni sfalsati. Lia gioca a mettere in fila le tazze, a sovrapporle, a spostarle all’interno di un rettangolo di luce delimitato, prima che un buio ce la riconsegni a centro scena: prona, una delle tazze le sormonta il capo, flette braccia e gambe, si inarca e si solleva. Tutto questo affastellarsi di oggetti usuali e quotidiani – e quindi evocazione di una dimensione domestica e protetta – prelude a una parte centrale molto dinamica, in cui la coreografia si spinge nel territorio di una cruenta lotta, nella quale apprezziamo la grande padronanza del corpo e di tutto l’apparato coreografico di cui si avvale. Gli scatti, le pose, la micromimica delle dita, sono tutti piccoli elementi e segni che concorrono alla funzionalità del disegno; il corpo di Lia Ujčič attraversa tutto lo spazio a disposizione, lo abita pienamente, rotolando, inarcandosi, contraendosi o accostandosi a una colonna, in tal modo uscendo dalla dimensione protetta iniziale e evocando la furente lotta bovina (di un toro nell’arena, ma anche di suggestioni che vengono dall’infanzia e da una nonna che accudiva bufali nell’Istria rurale) che scarta, scalcia e si dimena in direzione di una conquista pacificatrice, che le riconsegni il perdono (ché è questo che in spagnolo significa “indultado”, “perdonato”). C’è, nella coerente e composita concezione drammaturgica di questo solo, una grammatica lineare, che probabilmente in fase di crescita dello spettacolo verrà ulteriormente affinata in direzione di un maggiore bilanciamento tra le parti e una più netta evidenza dei legami logici tra gli elementi, ma in definitiva Indultado è un lavoro che già così com’è si lascia apprezzare.
Studio più breve, ma non per questo di minor spessore è Portrait of a Post-Asburgian di Sara Koluchova, che in venti minuti di coreografia disegna una successione organica di suggestioni che trasportano in una dimensione identitaria progressiva, in cui emerge la stratificazione culturale che pervade quell’area mitteleuropea che in un passato neanche troppo lontano fu sotto l’egida asburgica, conglobando anime differenti e contemperando culture peculiarmente diverse. Sara veste abiti tradizionali, una camicetta bianca e una gonna blu al ginocchio; è già in piedi a centro scena, piantata nelle sue scarpe bianche, quando la musica parte trasportandoci in un’atmosfera che potrebbe appartenere a una corte viennese; lo sguardo che si volge all’intorno, a destra, a sinistra, in alto, è prima traccia di uno spaesamento, che troverà conferma nel sapiente uso del controtempo. L’armonia dei gesti si lascia ammirare, mentre nel chiarore diafano delle luci (tra)balla ora su una gamba, ora sull’altra, trasmettendo l’idea del bilico di una condizione liminare; il corpo ondeggia, gli arti penzolano, s’evoca il disequilibrio, fino a terminare in terra accovacciata (una resa?), per poi rialzarsi, agendo come a volersi scrollare di dosso qualcosa (una reazione? Forse una ribellione), in ogni caso quello che emerge è il disegno di un immaginario composito e “contaminato”, i cui segni – sembra volerci dire Sara – concorrono a creare un patrimonio culturale e un immaginario ideale all’insegna del sincretismo delle influenze, imposte dalla storia o scelte dall’individuo. In ogni caso, portate e sintesi nell’immagine del presente.
Il terzo spettacolo di danza in ordine di tempo è Remember My (Lost) Family, della compagnia Cornelia, l’unico dei tre in rassegna a prevedere la presenza in scena di più danzatori (tre). Vestiti di nero, due uomini e una donna incarnano le figure archetipiche della cellula sociale primaria, la famiglia; e compiono un viaggio quasi in punta di piedi nella sua disgregazione, nella consunzione dei legami sanciti dai vincoli precostituiti. Nella dinamica dei corpi si riverbera quella dei ruoli e delle relazioni; così, se all’inizio i corpi si cercano, si sfiorano, si abbracciano si sussurrano – complice la musica – parole d’amore e s’intrecciano, progressivamente i respiri ansanti si tramutano in qualcosa di convulso. L’entrata in gioco di una terza figura scompagina e spariglia, ne sortisce una coreografia di lotta quasi guerresca, in cui fa capolino un Edipo irrisolto, conflittualità freudiana che, palese o latente, appartiene all’inconscio di ogni vissuto. La lotta è estenuante – come può esserlo il conflitto serrato all’interno di un nucleo famigliare – rendendo i corpi in scena zuppi e claudicanti, quasi incapaci di reggersi in piedi, fino a culminare esanimi ai bordi della piscina di gomma a centro scena. Nel far parlare i corpi i tre danzatori (Eleonora Greco, Nicolas Grimaldi Capitello, Francesco Russo) tratteggiano un percorso organico e progressivo capace di evocare i gangli della relazione attraverso una gestualità essenziale e misurata, mai sovrabbondante, pur andando a toccare corde espressive che vibrano di una drammaticità profonda, che è poi quella che alberga nelle pieghe dell’universo umano e negli interstizi di quell’apparato monadico chiamato famiglia, in cui molto spesso si annidano ferite in suppurazione e conflitti in procinto di deflagrare o costipati nell’implosione.


La musica
Un ensemble di tre donne – due tedesche e una greca, ma tutte facenti base a Berlino – in armonica commistione di generi ed esperienze, di tradizioni e libere rielaborazioni: Mosatrïc il loro nome, eseguono un concerto che spazia in un repertorio che va dal folk al jazz, inframmezzandoci anche la tap dance. L’armonia è nella musica e nei gesti, negli sguardi che si scambiano, nelle giocolerie da palco che, a concerto ormai entrato nel vivo, contrappuntano l’esecuzione musicale e canora, stemperandone il clima in direzione di un divertissement gioioso, oltre che musicalmente valido. Un percorso suggestivo lungo cui lasciarsi trasportare in un viaggio tra terre diverse e Paesi lontani, all’insegna del plurilinguismo e di un universalismo trasversale (che è poi quello proprio alla world music) e che fa della musica una sorta di esperanto extratestuale. Esecuzioni polistrumentali, in cui agli archi si aggiungono le percussioni di tamburello e castagnette e a cui s’accompagna la voce, plurilingue come polimorfi sono i linguaggi, da quello eminentemente musicale a quello corporeo e gestuale in accompagno, per finire con la vena giocosa (e gioiosa) grazie alla quale anche un semplice bicchiere d’acqua diviene elemento ludico di complemento scenico. Il tutto senza mai far perdere di vista l’elemento principale e precipuo, la musica, con cui danza e gioco di scena si integrano nella composizione di un affresco musicale che sfugge a definizioni codificate per abbracciare una dimensione eclettica ed estensiva.
La seconda formazione musicale ad esibirsi in questi giorni di Mittelyoung è quella dei Burtuqāl Quartet, quartetto d’archi che compone un’esibizione bipartita. Concertisti siciliani, mostrano sin da subito una solida preparazione concettuale e tecnica che mettono immediatamente in campo nella prima parte eseguendo il Quartetto in Sol Minore di Antonio Scontrino, compositore siciliano attivo a cavallo tra fine ‘800 e inizio ‘900, che compose quartetti in controtendenza, in un’epoca storica in cui già non se ne componevano più, e la cui riproposizione in questo contesto da parte dei Bortuqāl assurge a un significato precipuo di demusealizzazione di un patrimonio classico troppo spesso relegato nelle angustie polverose del retrobottega. Cambio di registro radicale nella seconda parte del concerto, in cui si spazia dall’omaggio a Rosa Balistreri, con tanto di esibizione vocale di Andrea Timpanaro, al Viaggio in Italia di Giovanni Sollima, in cui in particolare mi affascina il tema strumentale ispirato a Federico II (ancora lui), capace di trasportare con l’ascolto nell’atmosfera epica e lontana di un’epopea cavalleresca. Per poi avviarsi a chiudere all’insegna del virtuosismo, che precede l’ultimo, toccante, discreto e rispettoso – e non era affatto scontato che riuscisse ad esserlo – omaggio a Franco Battiato con l’esecuzione strumentale de La cura.
Tecnicamente bravi, puliti negli ingressi, affiatati nell’insieme, l’esibizione dei Bortuqāl, a dispetto della bipartizione del concerto, segue comunque un filo conduttore improntato alla sicilianità dell’origine comune, sceverata però di qualsivoglia nostalgismo oleografico, indirizzandosi invece verso una conoscenza consapevole del proprio patrimonio culturale e verso un’altrettanto strutturata riproposizione coniugata al tempo presente.
Terza in ordine d’apparizione è la performance degli XTRO, A Waste of Time, mescola di generi spettacolari e invenzione musicale che nasce dal riutilizzo di materiali di risulta. Siamo nel solco più contemporaneo della creazione musicale, qui interrelata con le videoproiezioni all’inizio, per poi svoltare radicalmente nell’ultima parte in direzione di un gioco clownesco che riconverte i suoni prodotti in elementi da pantomima, in abilità da giocolieri e in micropartiture che coinvolgono anche la dinamica dei corpi. Il punto di partenza è la riconversione in strumenti musicali di ciò che strumento musicale non è: bottiglie, bidoni, scarti di lavorazione, pezzi di ferro e di legno, grossi pezzi d’osso. La forza di questo progetto sta – oltre che nell’abilità tecnica di rendere strumento sonoro ogni oggetto raccattato, costruendo una ritmica armonica che converte il semplice ‘rumore’ che un oggetto normalmente farebbe in organicità musicale – nel fare in modo che ogni elemento acquisisca una capacità non solo di vibrare, ma di creare risonanza a cui non si può non riconoscere pregio musicale. Che si tratti di bacchette di legno, di campanelli da reception, o di semplici percussioni manuali su un piano d’appoggio, il terzetto riesce a produrre un percorso musicale che, se sottotraccia è animato dall’ideale ecologico del riciclo – e quindi dall’idea che ogni oggetto, apparentemente di scarto, possieda sempre un’anima sonora al suo interno – nel farsi musica si spande con valore artistico che viene a ricordarci quanta armonia e quanta bellezza possano essere racchiuse nel mondo circostante, anche in ciò che erroneamente bolliamo come scarto, sotto la patina fuorviante dell’apparente.


Il teatro
Il primo spettacolo teatrale a cui assistiamo è P.P.P. Ti presento l’Albania, prima prova drammaturgica firmata da Klaus Martini, che ne è anche unico interprete in scena. E che, per questo esordio attinge alla propria storia (nato in Albania, cresciuto in Italia) per trasfigurarla in un discorso culturale più ampio, che si sceglie un nume tutelare d’eccezione, Pier Paolo Pasolini, per farne destinatario ideale della cronaca interiore di un vissuto stratificato.
In scena da solo, Klaus Martini, camicia bianca, pantaloni neri e piedi nudi; con lui un tavolo e una sedia ribaltati, qualche altro oggetto disseminato e una fila di lampadine penzolanti non allineate, con tre fogli a pendere stesi, con le foto a fungere da appiglio memoriale. A terra, legato, un libriccino sarà il diario da rivolgere a Pasolini, la cui opera giovanile Il sogno di una cosa fungerà da motore ispiratore, per analogia e riferimento.  La costruzione drammaturgica è coerente e strutturata in maniera circolare tra inizio e fine; nel mezzo, lo sviluppo dell’idea passa attraverso una bipartizione di passato e presente, di verità e leggende, di storie tramandate e nuova vita a cui andare incontro. Ed è una bipartizione, quella che traspare, che riflette il senso di un’anima sospesa, in bilico tra le radici che affondano nella terra d’origine e le nuove propaggini che si ramificano nella nazione d’adozione. È uno spettacolo che possiede la sua cospicua dose di autenticità, pur vivendo anche un altro bilico pericoloso quale quello della retorica da orazione civile che rischia di essere in agguato nella trattazione di simili tematiche; in compenso, Klaus Martini sa stare in scena, sa giostrare e bilanciare l’uso simbolico degli oggetti e probabilmente – ricollegandoci a quanto dicevamo in sede introduttiva – questo spettacolo è, nella sua impronta di opera prima, comunque conformato come qualcosa destinata a crescere, ad esempio bilanciando maggiormente la relazione tra l’esperienza individuale e il testo pasoliniano di riferimento, che da ispirazione e espediente drammaturgico, potrebbe acquisire maggiore peso nell’economia scenica dello spettacolo.
Lavoro che rincontro a distanza di tempo, da quando vi avevo assistito a un primo studio a Crotone alla finale del Premio Laura Casadonte, Mamma son tanto felice perché è spettacolo che già all’epoca aveva fatto intravedere le proprie potenzialità e che ritrovo a Cividale nella sua forma compiuta (probabilmente il più maturo dei progetti teatrali in lizza). In scena, autrice interprete e regista di se stessa, Angelica Bifano. Più maturo perché? Perché è una storia che Angelica Bifano padroneggia, al pari degli strumenti e dei codici espressivi che adopera. Una coperta color senape sarà il tratto distintivo che caratterizzerà dapprincipio l’identificazione dei tre personaggi femminili di una famiglia raccontata nella sua linea matriarcale, nel solco di tre generazioni successive: una madre anziana, una figlia nubile cinquantenne (in contesti come quello raccontato le si affibbierebbe lo status conclamato di ‘zitella’) e una nipote a incarnare la prospettiva neogenerazionale. Ma è Delfina, la “donna di mezzo” il vero fulcro narrativo, esistenziale e drammaturgico dell’opera, rappresentando quella generazione che, in un universo famigliare meridionale e remoto, rappresenta la castrazione diuturna di una possibilità di futuro che non sia legata al matrimonio, dovendosi poi accollare inderogabilmente l’onere dell’accudimento della madre anziana. Oltre ai tre personaggi principali, Angelica vivifica in scena uno stuolo di figure di contorno – ne contiamo undici in totale – che costituiscono il resto del parentado, ciascuno con le proprie peculiarità, raccontati nel corso di un pranzo domenicale; le tre figure principali vengono dapprincipio identificate, oltre che mediante la variazione dei registri vocali, dall’uso della coperta: giustapposta sulle gambe nel caso della matriarca, messa su una spalla nel caso di Delfina, poggiata in terra quando a essere chiamata in causa è la nipote Alice. La Bifano giostra gli oggetti di scena sia fisicamente presenti (come le patatine) sia simbolicamente evocati (come può accadere con una pentola), in un gioco che concorre alla vivificazione dell’immutabilità di una società ancestralmente uguale a se stessa, che si autoalimenta e si riproduce inesausta in una ritualità consuetudinaria, fatta di gesti e azioni, ma anche di modi di dire e di pensare, di posti sempre uguali occupati a tavola e di visioni della vita e del mondo cristallizzate. Il codice della coperta che identifica in tre posture tre personaggi, viene poi abbandonato, demandando tutte le caratterizzazioni alle modulazioni della voce, oltreché a una buona capacita mimico-espressiva.
Le tre donne incarnano e rappresentano i tre stadi della vita; Delfina ne è il centro, l’assenza sublimata e la speranza del futuro resa sempre più vana dallo scorrere del tempo, con in mezzo l’incapacità (l’impossibilità?) di reinventarsi un presente a cinquant’anni, anche quando l’ineluttabile ruolo di supporto all’anziana madre viene azzerato dalla morte.
Infine, a chiudere la rassegna teatrale, un lavoro di compagnia, Attenti al LooP, una rivisitazione della favola di Cappuccetto Rosso ad opera della Compagnia Sclapaduris: cinque gli attori sul palco, che inscenano un progetto che ha dalla sua la freschezza inventiva, pur denunciando ancora qualche ingenuità compositiva e talune incertezze nella resa scenica. Di una favola nota scelgono di fare anatomia. E per farlo, indossano lunghi camici scuri che richiamano quelli dei medici secenteschi – e segnatamente quelli della Lezione di anatomia del Dottor Tulp di Rembrandt – operando vivisezione teatrale di un corpo narrativo dato per acquisito, andandone invece a scavare gli anfratti, alla ricerca di un senso estensivo da mostrare al cospetto di una platea, così come accade per l’appunto nel quadro di Rembrandt, così creando una sorta di “teatro anatomico”, in cui l’anatomia in questione è per l’appunto quella della favola così come ci è stata tramandata e sul cui “cadavere” si sceglie di ritornare. Dinamico e ricco di trovate, congegnato con un meccanismo circolare e centrifugo, Attenti al LooP è giocoso esperimento da palco, in cui i tanti oggetti di scena – un guanto da forno (che scopriremo contenerne altri), un vecchio telefono, un drappo rosso, dei cespugli, e una gabbietta per gli uccelli, più un leggio posizionato lateralmente e delle sedie dall’alto schienale che fungeranno da supporto coreografico – concorrono a creare questo disegno scenico estremamente affastellato, a cui non fa difetto l’inventiva di situazioni e di chiavi di lettura da applicarvi, ma che cade in qualche imprecisione che ascriviamo soprattutto alla poca dimestichezza (stanti gli ultimi difficili tempi) con dinamiche e distanze. E, che sia un gioco scenico, ce lo dice anche la teatralità dichiarata (“pulite lo spazio”, “sgomberate la scena”), come pure tutta una serie di giochi scenici, dalle ombre al marionettismo, che pure denotano il possesso di un buon bagaglio formativo, oltre che performativo. Per cui, benché pletorico e sovrabbondante nei sui cinquantacinque minuti, Attenti al LooP, nel suo essere imperfetto mostra di contro il potenziale di una compagnia che ti lascia con la sensazione di avere qualcosa da dire e di possedere gli strumenti espressivi per poter affinare il modo in cui dirlo. E ci pare che tutto ciò sia perfettamente in linea con la mission che si è proposto questo Mittelyoung.


Riportando per dovere di cronaca che gli spettacoli risultati vincitori e selezionati tra le tre terne per riapparire in scena al Mittelfest sono stati Portrait of a Post-Asburgian di Sara Koluchova, Amus*d  dell’Ensemble Mosatrïc e  PPP Ti presento l’Albania di Klaus Martini, aggiungo qualche ulteriore considerazione a latere sulla bontà complessiva del progetto Mittelyoung e sul valore – sostanzialmente in controtendenza – dell’apertura di uno spazio di possibilità a realtà emergenti, non completamente emerse o addirittura confinate in un limbo ai bordi dell’oblio, di mettersi in gioco e di sfruttare l’opportunità non di avere una semplice vetrina (magari esaurita la quale, l’attività successiva verrebbe poi lasciata al caso o all’ingegno improvvisato), ma di compiere un percorso virtuoso, breve ma intenso, che metta queste piccole realtà non ancora affermate nella condizione di relazionarsi con il mondo dei ‘grandi’. Di quei grandi dei quali dovrebbero ambire a diventare eredi, nella speranza di un passaggio di testimone che – ora più che mai – tarda ad avvenire tra una generazione e la successiva, affinché questo presente, ancorché incerto e nebuloso nel suo complesso, possa essere – se maneggiato con cura – un ponte necessario tra passato e futuro. Intercettare una traccia, coglierne il valore sedimentato, disporsi a farsene latori, interpreti e testimoni: questo il lascito che sento di aver percepito nelle azioni e nelle parole di chi è andato in scena e di chi ai bordi della scena ha lavorato.
Ed è pensando a quello che dovrò scrivere, alle parole di cui questo viaggio mi lascerà a mia volta erede, che, finito Mittelyoung, mi incammino a ritroso lungo il Ponte del Diavolo e mi lascio alle spalle Cividale. Dietro i miei passi un’idea di futuro.





Mittelfest/Mittelyoung
Cividale del Friuli (UD), dal 24 al 27 giugno 2021


Indultado
concept, coreografia e danza
Lia Ujčič
assistenza e consulenza coreografica Lilijana Ujčič
disegno luci Jaka Šimenc
costumi Scivanka
assistenza tecnica Lilijana Ujčič
musica L. Morosin, Kronos Quartet, Dead Man Ray
foto di scena Luca A. d’Agostino
produzione Lia Ujčič
con il supporto di Concorso Internazionale di Giovani Interpreti di Danza OPUS 1 – Short Dance Piece 2017 a Celje, Slovenia
collaborazioni Ministry of Culture RS, Cultural center Izola, Dance studio LAI
con il sostegno di Mittelfest
paese Slovenia
durata 30’
Cividale del Friuli (UD), Chiesa di Santa Maria dei Battuti, 24 giugno 2021
in scena 24 giugno 2021 (data unica)


P.P.P. Ti presento l’Albania

di e con Klaus Martini
gestione tecnica Stefano Bragagnolo
foto di scena Luca A. d’Agostino
si ringrazia per l’ospitalità
CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Civica
Accademia D’Arte Drammatica Nico Pepe, Lo Studio-compagnia Arearea, Circolo Arci MissKappa
sostegno produttivo al primo studio Mittelfest 2021
paese Italia
lingua italiano, albanese
durata 50’
Cividale del Friuli (UD), Chiesa di Santa Maria dei Battuti, 24 giugno 2021
in scena 24 giugno 2021 (data unica)


Amuse*d

di Ensemble Mosatrïc
voce e percussioni Stelina Apostolopoulou
violino e  tap dance Marijn Seiffert
violoncello Clara Baesecke
ingegnere del suono Christoph Rönnecke
management e testi Clara Baesecke
foto di scena Luca A. d’Agostino
realizzato con il sostegno di Mittelfest
paese Germania, Grecia
durata 1h 15’
Cividale del Friuli (UD), Chiesa di Santa Maria dei Battuti, 25 giugno 2021
in scena 25 giugno 2021 (data unica)


Portrait of a Post-Asburgian
di
Sara Koluchova
concept, coreografia, danza Sara Koluchova
costumi Sara Koluchova
consulente Modris Opelts
foto di scena Luca A. d’Agostino
realizzato con il sostegno di Mittelfest
paese Repubblica Ceca
durata 20’
Cividale del Friuli (UD), Chiesa di Santa Maria dei Battuti, 25 giugno 2021
in scena 25 giugno 2021 (data unica)


Sorda e bella
di Burtuqāl Quartet
violino Andrea Timpanaro
violino e ukulele Aura Fazio
viola Marco Scandurra
violoncello Andrea Rigano
foto di scena Luca A. d’Agostino
realizzato con il sostegno di
Mittelfest
paese Italia
durata 1h
Cividale del Friuli (UD), Chiesa di Santa Maria dei Battuti, 26 giugno 2021
in scena 26 giugno 2021 (data unica)


Mamma son tanto felice perché
di e con
Angelica Bifano 
collaborazione alla messa in scena Giovanni Battista Storti 
disegno luci Federico Calzini
foto di scena Luca A. d’Agostino
realizzato con il sostegno di
Mittelfest
paese Italia
lingua italiano, dialetto cilentano
durata 1h
Cividale del Friuli (UD), Chiesa di Santa Maria dei Battuti, 26 giugno 2021
in scena 26 giugno 2021 (data unica)


Remember My (Lost) Family
coreografia e regia Nicolas Grimaldi Capitello
performer Eleonora Greco, Nicolas Grimaldi Capitello, Francesco Russo
assistente e videomaker Nyko Piscopo
assistente Sibilla Celesia
music designer Luigi Sica
organizzatore compagnia Leopoldo Guadagno
foto di scena Luca A. d’Agostino
produzione Cornelia
coproduzione Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza, Festival Danza in Rete
Residenze Teatri Associati della Campania, Residenza MU.D, Inteatro Residenze
ringraziamento speciale Compagnia Körper, L’Asilo. Vetrina della giovane danza d’autore ANTICORPI XL
Con il sostegno di Mittelfest
paese Italia
durata 40’
Cividale del Friuli (UD), Chiesa di Santa Maria dei Battuti, 26 giugno 2021
in scena 26 giugno 2021 (data unica)


Attenti al looP. Anatomia di una fiaba
di e con Francesca Boldrin, Letizia Buchini, Matteo Ciccioli, Francesco Garuti, Gloria Romanin
tecnico di compagnia Marco Andreoli
costumi Francesca Boldrin
foto di scena Luca A. d’Agostino
produzione Compagnia Sclapaduris
progetto realizzato con il prezioso sostegno di Dominio Pubblico, Strabismi Festival, Kilowatt Festival, Teatro Thesorieri di Cannara, Civica Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe
con il sostegno di Mittelfest
paese
Italia
lingua italiano
durata 55’
Cividale del Friuli (UD), Chiesa di Santa Maria dei Battuti, 27 giugno 2021
in scena 27 giugno 2021 (data unica)


A Waste of Time
di XTRO
foto di scena Luca A. d’Agostino
produzione XTRO
con il sostegno di Mittelfest
paese Italia
durata 45’
Cividale del Friuli (UD), Chiesa di Santa Maria dei Battuti, 27 giugno 2021
in scena 27 giugno 2021 (data unica)

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