“Che diamine, se sapessi chi è Godot non credete che l'avrei detto nell'opera?”

Samuel Beckett (ai critici)

Mercoledì, 23 Giugno 2021 00:00

Un’ultima cosa, forse più di una

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 “Hai presente quando sogni di morire
Per vedere chi verrà al tuo funerale
Per capire che hai sbagliato tutto
Che non manchi a nessuno e lei non è vestita a lutto”
(Rosso, Niccolò Fabi)

   

Signori e signore, ecco a voi la morte.
Nessuna cosa, tra tutte le faccende umane visibili e invisibili, ha più fascino di lei.
Il suo mistero tiene col fiato sospeso, legati a una domanda irrisolta, a quel “cosa sarà/non sarà” a cui nessuno riesce a trovare una risposta. Da qui il sogno, il pensiero indicibile della canzone di Fabi: la possibilità ultima di poter essere presenti al proprio funerale, guardare in faccia i vivi, ascoltare quello che diranno di te.

Come se Pasolini avesse chiesto a Moravia: “Allora Alberto che dirai?”. E l’amico scrittore prontamente avesse risposto: “Che oggi abbiamo perso un poeta, e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro in un secolo”.
Ma c’è dell’altro in scena al Real Bosco di Capodimonte di Napoli, c’è l’ambizione di essere ancora vivi, più vivi che mai nel giorno del proprio funerale per dire ancora, infine, un’ultima cosa.
Quella che gli altri non diranno e a cui neppure penseranno, la più sincera, la più sconosciuta, la più autentica e pulsante di vita.
D’altronde i discorsi funebri sono sempre così convenzionali tranne quelli dei bambini, chiarisce sin da subito Concita De Gregorio che scrive e legge Un’ultima cosa, cinque invettive a mo’ di risarcimento attribuite a cinque incredibili donne del Novecento. 
Lo spettacolo, per la regia di Teresa Ludovico, ha debuttato sabato 19 giugno all’interno del Campania Teatro Festival, nella cornice incantata del Real Bosco di Capodimonte a Napoli. L’aria è fresca e l’emozione del ritorno a teatro condivisa dal pubblico accorso. Quello che si realizza è un incontro magico tra la De Gregorio e  l’incredibile musicista pugliese, Erica Mou, che suona la voce e fa vibrare il corpo come unico strumento musicale, allo stato nudo e cristallino.
La scenografia è semplice, ridotta all’osso, praticamente vuota, occupata solo dai corpi e dalle voci delle due protagoniste in scena, dai loro abiti, color bianco e avorio, e dalle loro scarpe. Scarpe per camminare, ma anche scarpe con cui farsi valere nel mondo. C’è poi qualche gradino e lo schermo alle spalle che si tinge ora di rosso, ora di blu.
Insomma, c’è poco o niente perché ci sono soprattutto loro, cinque donne scelte dal secolo breve che vorrebbero ancora dire un’ultima cosa. Ma chi sono e cosa hanno da dire?
Sono donne che hanno combattuto, goduto, urlato, dipinto, cucito, parlato, ascoltato, commesso errori, subìto errori, amato, odiato e una serie infinita di cose che tengono insieme tutte le donne e gli uomini del mondo.
Dora Maar è la prima donna passata in rassegna. Fotografa e attivista, viene ricordata anche per essere stata l’amante di Pablo Picasso, il più grande amore e la più grande fonte di rabbia della sua vita.
Amelia Rosselli è un’intellettuale, poetessa e traduttrice la cui vita fu caratterizzata da crisi schizofreniche e tentativi di superare le apparenze, le credenze, le lotte, la morte. Morì suicida all’età di sessantasei anni l’11 febbraio 1996.
Carol Rama, invece, è una pittrice e disegnatrice torinese, con l’amore per i feticci, le cose rifiutate e il sesso. In lei l’arte vive come riparazione alla morte e al dolore.
Maria Lai è un’artista sarda, maestra del cucito che col filo unisce le cose come si unisce guardando e parlando. Il cucito come atto rivoluzionario, espressione di pazienza e di amore per la vita.
Infine, Lisetta Carmi appassionata di pianoforte prima, e di politica dopo. Diventerà in seguito una fotografa, la prima in Italia a documentare un parto naturale.
Lisetta è l’unica delle cinque donne ancora in vita e che alla proposta di scrivere la propria orazione funebre da parte di Concita De Gregorio ha risposto: “Ah, vuoi scrivere la mia orazione funebre, ma io non sono morta, accidenti. Non so se posso aiutarti. Vorrei. Fammi provare. Vorrei. Non ci avevo mai pensato. È vero questo che dici, sì sì. È giusto: dovremmo  essere noi a parlare di noi stessi, al nostro funerale. Sono così scialbi i discorsi d’occasione dei parenti. A parte i figli e i nipoti, certo, che a volte dicono cose minime e vere, a volte sorridono persino. Io vorrei che tutti  sorridessero ma di figli non ne ho. Perciò dubito, temo la cerimonia solenne il ricordo accorato. Che spreco, che occasione mancata! Sarebbe bello esserci da vivi, hai ragione. Dare a tutti il benvenuto, approfittare per dire un’ultima cosa.”.
Lo spettacolo dura un’ora e dieci minuti esatti e lascia tutti con una domanda condivisa: E tu cosa diresti al tuo funerale se potessi dire ancora un’ultima cosa?
Il maestro Ennio Morricone, scomparso lo scorso 6 luglio 2020, in qualche modo aveva anticipato tutti consegnando ante tempus, la sua ultima cosa.
“Io Ennio Morricone sono morto. Lo annuncio così a tutti gli amici che mi sono stati sempre vicino ed anche a quelli un po’ lontani che saluto con grande affetto. Impossibile nominarli tutti.
Ma un ricordo particolare è per Peppuccio e Roberta, amici fraterni molto presenti in questi ultimi anni della nostra vita.
C’è solo una ragione che mi spinge a salutare tutti così e ad avere un funerale in forma privata: non voglio disturbare.
Saluto con tanto affetto Ines, Laura, Sara, Enzo e Norbert per aver condiviso con me e con la mia famiglia gran parte della mia vita.
Voglio ricordare con amore le mie sorelle Adriana, Maria e Franca e i loro cari e far sapere loro quanto gli ho voluto bene.
Un saluto pieno, intenso e profondo ai miei figli Marco, Alessandra, Andrea e Giovanni, alla mia nuora Monica, e ai miei nipoti, Francesca, Valentina, Francesco e Luca.
Spero che comprendano quanto li ho amati.
Per ultima Maria (ma non ultima). A lei rinnovo l’amore straordinario che ci ha tenuto insieme e che mi dispiace abbandonare.
A Lei il più doloroso addio”.





Campania Teatro Festival 2021
Un’ultima cosa
Cinque invettive, sette donne e un funerale
di e con
Concita De Gregorio
regia Teresa Ludovico
musica live
Erica Mou
spazio scenico e luci Vincent Longuemare
cura della produzione Sabrina Cocco
management Valeria Orani
foto di scena Sabrina Cirillo (Agenzia Cubo)
produzione Teatri di Bari, Rodrigo
paese Italia
lingua italiano
durata 1h e 10’
Napoli, Real Bosco di Capodimonte, Cortile della Reggia, 19 giugno 2021
in scena 19 giugno 2021 (data unica)

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