“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Mercoledì, 15 Maggio 2013 02:00

Ma la sostanza?

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Teatro. Theatrum. Theatrom. Theaomai (vedere). In principio era teatro, ciò che credevamo di andare a vedere. L’appuntamento era innegabilmente presso un teatro, la Galleria Toledo. C’è un regista, c’è una compagnia, insomma tutti i presupposti (mai presupporre, si rischia di diventare supponenti...) per una rappresentazione teatrale. Verrebbe da porsi, ci si sarebbe dovuti porre, ci si dovrà porre la domanda: cos’è il teatro? Cos’è oggi qui teatro? Narrazione? Sembrerebbe di no. Denuncia? Chissà. Pura espressione? Forse. Ma per il momento fermiamoci con queste elucubrazioni, ché alla partenza eravamo bendisposti, sicuramente curiosi, accolti con un bicchiere di vino da Woyzeck in persona (ma non lo sapevamo...).

Dunque partenza. Suona la campana e tutti compatti, seguendo una sorta di baldacchino da processione, raggiungiamo la chiesa di S. Giuseppe delle Scalze a Pontecorvo, alle spalle di piazza Dante, un gioiello stinto e malandato, ma enormemente ricco di fascino, del barocco napoletano. La chiesa, tuttora consacrata, anche se non officiata, è attualmente gestita da un coordinamento di associazioni, che svolgono un ruolo di cittadinanza attiva e cercano di animare la vita culturale e la consapevolezza politica (nel senso più antico e nobile del termine) del quartiere.
Entrati in chiesa ci accoglie, proiettata sul muro della scala, una miniatura gigante, con un arcangelo che sconfigge un drago. La stessa spada di fuoco fiammeggiante la ritroveremo poco dopo dentro, nel presbiterio, sotto forma di angelo(?)/acrobata(?) con la spada di fuoco. Prendiamo posto a terra, nella navata, senza sapere che poi ci saremmo dovuti alzare, travolti dalla performance, ma questo viene dopo. Nel frattempo, tra gli stucchi cadenti, affascinati da quel senso di scoperta, da quella sorta di particolare voyeurismo che coglie chi si trova a sbirciare dietro una porta sprangata ma cadente, dietro un muro parzialmente crollato, sui lembi di un contesto archeologico sigillato che racchiude la promessa di racconto di qualcuno, qualcosa che fu. Finché l’occhio si posa sull’altare, illuminato di candele, e su una figura ieratica, una Madonna profana dal manto nero disseminato di stelle, immobile, dalle cui mani penzolano collane. Ondeggiano le fiammelle e ondeggiano le collane. Bella immagine. Però, però... però c’è qualcosa che turba l’animo, pur di per sé non particolarmente devoto alla Chiesa come istituzione, eppure attento al senso del sacro nella sua infinita esplicazione e contemporaneità spazio-temporale. Quello stesso perturbamento che coglie l’animo quando si scopre, sotto la vernice delle processioni mariane, una Afrodite, oppure una Hera o quando si coglie la danza priapica e itifallica che è dietro (davanti...) i portatori di stendardi delle processioni della Madonna dell’Arco e il loro triadico ritmo oscillatorio. Insomma quel turbamento che coglie di fronte alla interpretatio cristiana dei luoghi del paganesimo, la necessità della nuova religione di appropriarsi di luoghi e riti per tenere legate le persone. Ecco, in questo uso di uno spazio sacro (ché ancora tale è, se fossimo in grado di sentire il numinoso) come fosse un luogo qualsiasi o meglio come se non fosse tale, ebbene in questo si sente come il senso di una perdita, più che di un arricchimento. Lo stesso turbamento che coglie nella seconda location (per usare un termine ormai di moda, quasi irrinunciabile), il museo Nitsh, dove vedremo una Madonna nuda infilzata di collane, col suo bambino proiettato sulla/nella pancia e un Woyzeck/Cristo ricoperto di sangue, senza sapere perché, compresi, attenti e attoniti astanti della performance.
Viviamo in un’epoca in cui sembrano pochi gli autori che vogliano produrre storie per il teatro, storie da raccontare, belle o brutte che siano, e così, spesso, ci si rivolge ai classici, per riscriverli, reinterpretarli, risignificarli. Woyzec è un’opera incompiuta. D’accordo. Ogni interpretazione è possibile. D’accordo. Ogni sviluppo è possibile. D’accordo. La trama stessa è solo un ordito sul quale operare innumerevoli variazioni/completamenti senza che siano travisamenti. D’accordo. Tuttavia, seppure riscritto, reinterpretato, risignificato, bisognerebbe trovare qualcosa dell’originale nella sua ultima epifania. Qui? Cosa c’è di Woyzeck in questo Woyzeck? Labili, labilissime tracce, suggestioni eteree, singole parole. Il lavoro che abbiamo visto si caratterizza per una fortissima consapevolezza: ogni gesto è misurato e compreso di sé, ogni particolare, ogni oggetto in scena, ogni immagine, ogni secondo, sembrano avere un preciso significato (che ahimè sfugge al disarmato spettatore). Ciascuno degli attori/performers è un artista completo in sé. Le singole immagini, o forse quadri scenici sono molto efficaci, a volte coinvolgenti. Molto bello il momento in cui Woyzeck fa roteare, come uno sbandieratore, uno dei teli bianchi. Inquietante ed efficace il suo respiro attraverso un boccaglio da sub, mentre il suo corpo è avvolto in una busta dell’immondizia, prima di essere trasportato come un cadavere, come fosse già cadavere, sul feretro/baldacchino dietro il quale eravamo partiti, da Galleria Toledo, e che seguiamo dalle Scalze al museo Nitsch. Ma alla fine di questo percorso, quando ci si sia lasciati trasportare dal flusso della rappresentazione (?) e si ritorni al sé dopo la sospensione dell’incredulità (?) al comando degli organizzatori (ché tutti abbiamo seguito lungo la scala la Madonna delle collane, per scoprire che non avremmo dovuto, visto che lo spettacolo era finito...), quando si esce fuori, sul belvedere del museo Nitsch e si cerca dentro di sé un senso, o comunque una suggestione, si cerca di capire cosa hanno voluto dire, raccontare, mostrare, evocare, beh, lì si resta spiazzati, perplessi e dubbiosi. Come se tanta arte, tanta capacità, tanto sapere e consapevolezza fossero fini a se stessi e non orientati a comunicare qualcosa, qualsiasi cosa.
Non vogliamo essere odiosamente pedanti e scolastici, con queste definizioni spicciole da manuale di linguistica, ma se il teatro è una forma di espressione utilizza un codice cui è affidato un messaggio. Quale? D’accordo, la forma è sostanza, ma la sostanza? Equivale alla pura forma?

 

 

 

Stazioni di Emergenza
Woyzeck
liberamente ispirato a Woyzeck
di Georg Büchner
regia Souphiène Amiar
con Collettivo Cercle
produzione Galleria Toledo – Teatro Stabile d'Innovazione
in collaborazione con Chiesa S. Giuseppe delle Scalze, Museo H. Nitsch, ALTRAdefinizione, Coordinamento Le Scalze
fotografie Renato Esposito
durata
2h 30'
Napoli, Galleria Toledo / Chiesa S. Giuseppe delle Scalze / Museo H. Nitsch, 11 maggio 2013
in scena dal 9 al 12 maggio 2013

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