“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Lunedì, 16 Novembre 2020 00:00

Fino a un attimo prima della fine

Scritto da 

È stato bello. È stato bello tornare a teatro e illudersi di aver ritrovato una forma di normalità, sebbene stramba, fatta di platee disseminate di pubblico disposto a macchia di leopardo, di termoscanner all’ingresso, gel igienizzanti sparsi qua e là nei foyer e mascherine d’ordinanza tenute su mentre si era spettatori.

E proprio da spettatore fra gli spettatori mi sono immerso nella realtà aretina del festival che a chi fruisce della visione è stato anche quest’anno dedicato: giunto alla sua quinta edizione, il Festival dello Spettatore è stato per me l’ultimo atto prima della chiusura ultima scorsa, quella decorsa a partire dal 26 ottobre. Preludio a quello che non sapevo ancora sarebbe stato l’ultimo viaggio teatrale da spettatore con penna e taccuino, era stata una capatina a Rifredi, sulle tracce del sentiero già intrapreso alla scoperta della drammaturgia di Sergio Blanco. Ed è proprio da qui, da Rifredi e da Blanco che parto per questo breve viaggio a ritroso che ripercorre le ultime tappe di un percorso necessariamente interrotto dalle cause di forza maggiore indotte dalla pandemia che sta funestando questo 2020.
Eppure per un po’ era sembrato che ci si potesse adattare a una nuova modalità di vita, comprendente anche un nuovo modo di essere spettatori, conforme ai dettami della cautela necessaria. In questo, il teatro a cui ho assistito in questi mesi di interregno calmierato del ritorno alle scene ha dato una prova di efficienza superiore a ogni altro comparto, mostrando la capacità di essere scrupoloso e ligio al rispetto di ogni protocollo prudenziale (e in ciò il conforto dei numeri può essere avocato a chiaro testimone): a teatro ci siamo sentiti tutto sommato al sicuro – per quanto al sicuro non si possa dire di essere mai del tutto, in un tempo cruento come il presente – più o meno come tra le pareti domestiche, forse perché ci si è sentiti all’interno di quella comunità allargata di prossimi e congiunti  che ci siamo abituati a percepire appena qualche spanna un po’ più larga di un nucleo familiare ad ampio raggio, vuoi per contiguità acquisite, vuoi per la consapevolezza di appartenere a un micromondo, vuoi perché in fondo ciascuno di noi finisce più o meno scientemente per scegliersi degli ambiti che elegge isole d’affidabilità, approdi sicuri resi tali dalla cura che percepiamo in chi ci accoglie. E, in ambito teatrale, è in buona sostanza così. Vale per Arezzo, vale per Rifredi vale per Castrovillari e per Palermo, giusto per citare gli ultimi luoghi in ordine di tempo in cui sono stato spettatore viandante.
Quest’ultimo viaggio, si diceva, è partito da Firenze: tornavo a Rifredi a giusto un anno di distanza da quando avevo assistito a Tebas Land, proiettandomi per la prima volta nell’universo drammaturgico di Sergio Blanco, autore franco-uruguagio, nonché teorico dell’autofinzione come tecnica compositiva drammaturgica fondata su una sorta di “patto menzognero” che gioca abilmente nella sovrapposizione e nella commistione dei piani – il reale e il fantastico – in tal modo costruendo un’esplorazione del lato oscuro dell’io (che è sempre il punto di riferimento di partenza per Blanco per la strutturazione di quella che egli stesso definisce “ingegneria dell’io”). Mi muovo pertanto in un solco già tracciato e riconosco nella drammaturgia di Blanco crismi con cui ero già venuto in contatto nell’opera precedentemente vista. Anche qui il punto di partenza è un episodio autobiografico reale: la partecipazione a una conferenza da parte dello stesso Blanco in Slovenia, all’Università di Lubiana, nel 2014 sul tema del Mito e dello Sguardo. A partire da quello spunto, poi diventato drammaturgia, il gioco di rifrazione dello sguardo, nonché la percezione di sé attraverso l’altro, prendono forma in scena nel corpo e nella voce di Carmine Maringola, che diventa per l’occasione l’alter ego dell’autore; Maringola si presenta in scena col proprio nome e cognome e – secondo quel meccanismo che abbiamo imparato a conoscere – si cala perfettamente nella dinamica autofinzionale, iniziando quel gioco di intrecciata complessità tra la realtà e la costruzione drammaturgica. Rispetto a Tebas Land, in questo caso abbiamo un unico attore in scena, con tanto di leggio davanti, sicché l’opera ci viene presentata come una lettura. Di fatto però siamo dinanzi ad un sostanziale adattamento per la scena, in cui l’attore non si limita a leggere, e nemmeno solo a interpretare ciò che legge, ma agisce la drammaturgia, si muove per il palcoscenico, si cala completamente nel gioco autofinzionale, dall’inizio fino alla fine, quando i propri riferimenti autobiografici si sovrapporranno a quelli del testo di partenza; risulta improprio derubricare L’ira di Narciso come una semplice lettura drammatizzata: nell’adattamento che Angelo Savelli – anche traduttore del testo in italiano – cura con la consueta precisione ci sono pochi semplici ed essenziali sintagmi registici che consentono a questa riduzione di essere qualcosa di più articolato e complesso: dall’atmosfera sinistramente sospesa suggerita dal commento musicale di Federico Ciompi alla cromia luminosa di luci rosso sangue che evocano il nerbo misterioso attorno al quale si snoda e si dipana l’intera vicenda, e cioè delle macchie di sangue che il protagonista trova intrise nella moquette dell’albergo di Lubiana nel quale è ospite. E c’è poi la continua comparsa sul palcoscenico di pannelli luminosi chiari  dal bordo scuro, nei quali campeggiano a grandi caratteri alcune parole chiave della narrazione, come specchi che concorrono alla rifrazione del concetto di sguardo e proiezione. Il testo è riproposto con fedeltà pressoché totale (ne sono espunti giusto due piccoli brandelli) e trova nell’interpretazione di Maringola il giusto respiro per ingenerare quel clima di sospensione onirica e scabrosa che tiene avvinti fino all’epilogo di una storia che, in linea con l’intento autoriale, resta lì a sobillare la tranquillità coscienziale per insinuare il dubbio sottile e destinato a rimanere irrisolto dell’autenticità del reale e delle sue recondite e spesso rimosse implicazioni.
Da Firenze ci spostiamo ad Arezzo, per continuare a essere spettatori, ma col valore aggiunto di una peculiarità dichiarata da parte di un festival che sceglie di mettere al centro del proprio focus proprio chi s’accomoda in platea, accompagnandone una riflessione che in questo tempo si è andata connotando di un’urgenza speciale per le implicazioni che la pandemia ha avuto sullo spettacolo dal vivo: il Festival dello Spettatore, oltre alla sua parte spettacolare – che pure già di suo si è dimostrata atta a suggerire un ragionamento precipuo su temi cogenti come l’apporto delle nuove tecnologie sia in fase progettuale che nel campo della fruizione – ha previsto giornate di incontro e di lavoro che avessero il proprio nodo focale su questi interrogativi, provando a passare in rassegna limiti e risorse che la tecnologia dell’era digitale può mettere al servizio del teatro.
In un alternarsi di incontri e spettacoli, il Festival dello Spettatore ha offerto una panoramica utile a sollecitare una riflessione stratificata, che non si soffermasse semplicemente sull’antinomia che in questi mesi ha polarizzato il dibattito tra spettacolo dal vivo e in fruizione digitale, ma la superasse partendo dall’assunto che il teatro è dal vivo e in presenza e che non sussista alcuna velleità di operare una sostituzione. Partendo da questo presupposto, del digitale e delle sue possibili ricadute spettacolari si è provato a esplorare le potenzialità, illustrando una serie di progetti nati in questi mesi, per lo più stimolati dalla ferma forzosa che ha indotto chi opera nel settore teatrale a provare ad inventare nuove soluzioni che consentissero di continuare a lavorare durante il lockdown. È nato così il progetto delle cosiddette Residenze Digitali, un bando promosso da Armunia, CapoTrave/Kilowatt, AMAT, ATCL  e Anghiari Dance Hub, che ha portato alla selezione di dieci progetti (su ben 398 arrivati), di cui cinque sostenuti da questa rete e un sesto dal Circuito del Lazio; ed è nato così anche il progetto BUGS – habitat digitali per il teatro ragazzi, promosso da Officine della Cultura, Straligut, Kanterstrasse, Officiine Papage e Pilar Ternera e che ha portato alla produzione dello spettacolo Il mezzo, della compagnia Genovese/Beltramo (vincitrice del bando), la quale partendo dal Visconte dimezzato di Italo Calvino, ha provato a esplorare le potenzialità espressive di tecnologie quali la Realtà Virtuale, il videomapping e la stop motion applicate al teatro. In effetti, questo lavoro di esplorazione ricalca negli intenti il sentiment dell’opera calviniana, quel senso di spaesamento dell’uomo dimidiato dall’eterna dualità del bene e del male: è come se il teatro del tempo presente fosse una sorta di Medardo di Tearralba in bilico fra la propria conservazione e l’apertura a nuove possibilità. C’è da dire che nella resa scenica di Savino Genovese e Viren Beltramo questo approccio esperienziale con le tecnologie digitali applicate al teatro risulta ancora piuttosto acerbo: si tratta di uno spettacolo per metà dal vivo e per metà in Realtà Virtuale, la cui complementarità delle parti non sembra essere giunta a sintesi efficace. Trovatisi nel bosco a cercar sentieri l’intento era, partendo da Calvino, di trovare una strada da percorrere, ma il bosco va ancora esplorato per prenderci dimestichezza e affinarne conoscenza.
I vari progetti digitali illustrati nelle giornate di lavoro hanno spaziato tra una serie di possibili declinazioni dell’uso della tecnologia, in taluni casi si è potuto assistere ad alcuni estratti, come nel caso del progetto 54dur05 di Jacopo Bottani e Gilberto Innocenti o per il progetto di danza interattivo Genoma scenico di Nicola Galli, o ancora per Isadora – the Tik Tok dance project, presentato da Simone Pacini; nella maggior parte dei casi si è trattato di progetti ancora a uno stato embrionale, dei quali pare al momento difficile pronosticare sviluppi possibili; tra gli altri linguaggi applicati al teatro, quello del gaming proposto da Shakespeare Shodown partendo da un videogioco in 2D incentrato su Romeo e Giulietta e quello di una interattività particolare proposta da Illoco con un progetto ispirato ad America di Kafka che prevede anche in questo caso l’interazione digitale dello spettatore, portato a scegliere le “stanze” virtuali in cui far proseguire la storia.
Un’altra giornata di lavori è stata dedicata agli spettatori, al loro ruolo nell’epoca in cui s’invoca da più parti l’implementazione del digitale a teatro, generando degli aborti concettuali come quello in cui è inciampato il Ministro Franceschini che qualche mese fa ha improvvidamente pontificato in merito a una (secondo lui) auspicabile “Netflix del teatro”, in ciò dimostrando di conoscere ben poco l’argomento di cui sarebbe preposto ad occuparsi nel ruolo istituzionale di esponente apicale. Ascoltiamo con attenzione tutti gli interventi, annuiamo quando qualcuno dice che “non esiste il teatro digitale, ma esiste il teatro che può essere consumato in digitale”, pur prendendo per buona l’idea di una ibridazione necessaria, di uno sviluppo naturale del fare teatrale, svincolato dalla dimensione emergenziale e invece proteso a far sì che la tecnologia, fornendo strumenti per la reinvenzione del linguaggio, possa diventare qualcosa di complementare allo spettacolo dal vivo. Che resta spettacolo e resta dal vivo, come emerge con piena evidenza, guarda caso, dall’intervento di una Spettatrice Errante (uno dei tanti gruppi di spettatori organizzati che si sono dati convegno a questo Festival), Sara Nocciolini, che sgombra il campo dal grande equivoco di fondo che farebbe collimare la tecnologia applicata al teatro con la tecnologia della fruizione; fruizione che conserva ad oggi la stessa ritualità di tremila anni fa, e che ha nel teatro quella cosa che accade in quella zona neutra tra palco e platea, tra attori e pubblico, nell’hic et nunc della compresenza. È stato bello e utile ascoltare il confronto fra gli spettatori dei tanti gruppi di Spettatori Erranti, Visionari e gruppi vari di case dello spettatore dalle varie denominazioni presenti – dal vivo o in remoto – per la loro Gran Reunion, consueto appuntamento del Festival, fino all’immancabile Stefano Romagnoli, “lo spettatore professionista”, la cui presenza a costante e indefessa a teatro in giro per l’Italia per oltre trecento sere all’anno ne fa una sorta di simbolico rappresentate di chiunque si sieda in platea.
Sarebbe bello e probabilmente molto interessante rileggere o riascoltare le parole di questi giorni aretini tra dieci anni per renderci conto di cosa sarà cambiato nel frattempo, di quale evoluzione avranno avuto tante delle idee esposte in queste giornate di incontro e confronto, perché la sensazione prevalente è che ci si trovi dinanzi a delle riflessioni e a dei tentativi alla cui base manchi ancora un pensiero organicamente strutturato e sviluppato.
Questo Festival dello Spettatore ha avuto una valenza sinergica: ha coniugato le riflessioni scaturite dalle giornate di lavoro e di incontro che si sono susseguite in orario diurno al Teatro Pietro Aretino con la programmazione spettacolare, che di alcuni nodi concettuali emersi negli interventi che si sono susseguiti ha rappresentato sinallagma fattuale. Dal mio punto di vista – che è quello di chi durante il lockdown ha scientemente e accuratamente evitato qualunque forma surrogata di teatro in visione – gli spunti forzosamente indotti dalla pandemia per ripensare diversamente al teatro viaggiano su due binari differenti e non necessariamente paralleli: quello della tecnologia applicata alle arti della scena e quello della fruizione spettatoriale che ha finito per sondare approcci non più solo tradizionali ma anche digitali e che presuppongano un tipo di partecipazione anche interattiva.
Beninteso, non che ci si voglia abbarbicare alle posizioni del più retrivo misoneismo, ma, pur facendo tesoro di numerosi spunti e suggestioni suggeriti dalle giornate di studio, continuiamo a nutrire qualche cospicuo dubbio circa le possibili ricadute digitali sul teatro, ferma restando l’apertura totale verso ogni forma possibile di evoluzione tecnologica applicata al fatto spettacolare. Ma, per quanto riguarda la fruizione, da spettatori, restiamo tuttora legati a un modello che non crediamo sia stato messo in crisi – né tantomeno superato – dalle occorrenze emergenziali di questo tempo balordo.
Ed è proprio rimanendo fedeli a questo modello che ci siamo contestualmente dedicati alle visioni in programmazione, che hanno spaziato in una pluralità di modalità espressive che, come si diceva, hanno avuto valenza complementare alle parole ascoltate. A partire dalla proiezione del documentario di Andrea D’Ambrosio Di mestiere faccio il paesologo, incentrato sulla figura di Franco Arminio, anche lui a suo modo spettatore di un mondo in preda allo spopolamento, quell’Irpinia raccontata senza edulcorazioni da cartolina, nella sue indole renitente, rassegnata alla ineluttabilità di un destino di giorni uguali, privi di qualsivoglia prospettiva di cambiamento.
Per quanto concerne gli spettacoli, de Il mezzo di Genovese/Beltramo già s’è detto. Rimanendo sul piano della transmedialità, torniamo al Cinema Eden dove avevamo visto il documentario su Franco Arminio per assistere a The Right Way – Volume II Digital The Other Side. Spettatore solitario in platea, assisto ad alcune scene del film Nascita di una nazione del 1915, di David Wark Griffith, considerato uno dei capisaldi della cinematografia statunitense delle origini, ma che visto oggi, coi paradigmi emancipati del tempo presente, mostra tutto l’anacronismo della propria visione reazionaria volta a rimarcare la presunta inferiorità degli afroamericani. Da lì, passo in una stanza e vengo fatto accomodare davanti allo schermo di un pc, indosso delle cuffie e ascolto la voce di Maddalena Vallecchi Williams, che mi guida nella visione; sullo schermo scorrono immagini che trattano temi quali il razzismo e la discriminazione di genere, mi viene chiesto cosa pensi di Ulisse e di George Floyd, l’uomo di colore a cui in America un poliziotto ha fermato il respiro. Mi vengono mostrate delle Veneri in iconografie rinascimentali, nella loro nudità, arriveremo poi alle adolescenti ritratte da Gauguin a Tahiti; nel mezzo, mi vengono poste domande sul white privilege e sul systemic racism, mi vengono mostrati Valerie Solanas che sparò a Andy Warhol e Harvey Weinstein, Fabrizio Corona e Salvatore Marino (il “Maschio 100 x 100”), Charles Manson e Roman Polański in una foto che lo ritrae felice con Sharon Tate nel giorno delle nozze, monumenti vandalizzati in America e la statua di Indro Montanelli imbrattata a Milano. Su ogni dettaglio mi viene chiesto un punto di vista. Non mi sottraggo. Il senso profondo sta nell’interrogarsi sul senso dell’arte, e ci sta. Ma quello che mi lascia perplesso è il tentativo di costruire (per carità, fatto anche bene), una sorta di dramma a tesi, in cui c’è già una verità precostituita da voler veicolare in maniera strumentale. E soprattutto alla luce di un approccio preconcetto che poco tiene in conto la stratificazione della realtà e le suo implicazioni molteplici, abdicando troppo facilmente alla dittatura imperante del politicamente corretto ad ogni costo, che rischia di far perdere di vista la sostanza effettiva delle cose, sottraendole alla loro legittima e semanticamente densa contestualizzazione. Mi chiedo, quando scivoliamo su simili derive che cercano di intervenire retroattivamente sul passato senza considerarne le profondità connaturate, se possiamo considerarci poi tanto diversi nell’approccio dai talebani che nel 2001 abbatterono le statue dei Buddha nella valle di Bamiyan.
Altro spettacolo “tecnologico” a cui assistiamo è Segnale d’allarme – La mia battaglia VR di Omar Rashid e Elio Germano al Teatro Verdi di Monte San Savino e che trova nella sua forma di fruizione virtuale (con tanto di cuffie e visori indossati da ciascuno spettatore) la chiave di volta per raggiungere il proprio obiettivo (oltre che la moltiplicabilità di un esperimento che, di fatto risulta costruito attorno allo spettatore e non davanti), e creare in chi vi assiste un sentimento di progressiva e montante adesione e identificazione puramente demagogica, fino allo svelamento finale che restituisce l’evidenza del pericolo verso cui possono virare potentemente certe derive qualunquiste che anche nel mondo attuale hanno dimostrate di poter fare facile presa sulle masse.
Spettacoli dedicati al teatro ragazzi sono andati in scena al Festival dello Spettatore in collaborazione col Festival Meno Alti dei Pinguini: Esercizi di fantastica, produzione di Sosta Palmizi che vede in scena la compagnia Dimitri/Canessa e Opera Minima della compagnia Can Bagnato. Il primo è un delizioso omaggio a Gianni Rodari e va in scena proprio nel giorno in cui lo scrittore che ha legato il proprio nome alla letteratura per l’infanzia avrebbe compiuto cento anni. Spettacolo estremamente godibile, incentrato su una coordinazione sincronica dell’azione scenica in sinergia con una scenografia modulabile che si presta alle evoluzioni corporee, coniugando linguaggio gestuale e corporeo, in un gioco di trasformazione progressiva che dal grigiore iniziale dei tre personaggi in scena deflagra poi in un’energia coinvolgente e travolgente. Lavoro discreto anche Opera Minima di Eugenio Di Vito e Valentina Musolino, che imbastisce una giocoleria d’impianto clownesco per raccontare una storia universale fatta di sogni e aspettative, declinata con la semplicità gioiosa di un linguaggio universale, che punta a sfruttare in maniera multiforme gli oggetti di scena (in particolare il divano, che diventa funzionale a pantomime da comica), spaziando dai riferimenti lirici a certe atmosfere da commedia slapstick del cinema muto.
Si chiude con Ballarini di Emma Dante, affidato al duo composto da Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco, di cui  non posso che confermare quanto già scrissi a suo tempo, e che si carica di un senso ulteriore alla luce delle urgenze dell’attualità, andando in scena all’immediata vigilia della nuova chiusura dei teatri, stabilita con decorrenza a partire dall’indomani fino a non si sa bene quando. Ebbene, al di là delle parole di Emma Dante, affidate alla pubblica lettura in esergo da parte di Manuela Lo Sicco, quel che appare significativo e struggentemente malinconico è proprio quel senso di caducità indotto dal fluire del tempo, quando ci si sofferma sul sentimento della perdita, mantenuto in vita dalla capacità di conservarne memoria: ecco, rivedere Ballarini come ultimo spettacolo prima che i teatri chiudessero nuovamente le loro porte ha avuto proprio l’effetto di evocare appieno questo sentimento precario di vita che si sospende, suggrrendoci, come per tutto ciò che è tanto bello quanto effimero, di goderne e assaporarlo fino in fondo, fino all’stante in cui inevitabilmente è destinato a sparire. Fino a un attimo prima della fine.





L’ira di Narciso
di Sergio Blanco
traduzione e collaborazione Angelo Savelli
con Carmine Maringola
musiche originali Federico Ciompi
produzione Pupi e Fresedde – Teatro di Rifredi
lingua italiano
durata 1h 20’
Firenze, Teatro di Rifredi, 21 ottobre 2020
in scena 21 ottobre 2020 (data unica)


Festival dello Spettatore
Arezzo, dal 22 al 25 ottobre 2020

organizzazione Rete Teatrale Aretina
con il sostegno e la collaborazione di
Compagnie della Rete Teatrale Aretina, Anghiari Dance Hub, Diesis Teatrango, Kanterstrasse Teatro, Libera Accademia del Teatro, Officine della Cultura, NATA Teatro, Teatro di Anghiari
con il contributo di MiBACT, Regione Toscana, Comune di Arezzo, Fondazione Guido d’Arezzo, Fondazione CR Firenze, Unicoop Firenze
in collaborazione con Fondazione Toscana Spettacolo Onlus, Cooperativa Progetto 5, RAT – Residenze Artistiche della Toscana, Murmuris, Liceo Vittoria Colonna, Sosta Palmizi, Il Sonar, BUGS – habitat digitali per il teatro ragazzi, Residenze Digitali, Libreria Feltrinelli
segreteria organizzativa Chiara Corbacchini
direzione tecnica
Maurizio Giornelli
ufficio stampa Elena Lamberti
documentazione foto-video
Mara Giammattei, Blanket Studio
visual Marco Talladira
supporto alla comunicazione
RadioFly, fattiditeatro.it


Di mestiere faccio il paesologo
regia
Andrea D’Ambrosio
con
Franco Arminio
produzione
Lama Film
paese
Italia
lingua originale italiano, dialetto irpino
colore
a colori
anno
2010
durata
60 min.
Arezzo, Cinema Eden, 22 ottobre 2020


The Right Way – Volume II Digital
The Other Side
creazione e regia Daniele Bartolini
con Maddalena Vallecchi Williams
produzione DopoLavoro Teatrale (DLT), Toasterlab
in collaborazione con Michele Andrei, Matteo Ciardi
con il supporto di Villa Charities Inc.
in collaborazione con FTS
con il patrocinio di Ambasciata del Canada in Italia
lingua italiano
durata 25’
Arezzo, Cinema Eden, 23 ottobre 2020
in scena dal 22 al 25 ottobre 2020


Esercizi di fantastica
da un’idea di Giorgio Rossi
una creazione di Elisa Canessa, Federico Dimitri, Francesco Manenti, Giorgio Rossi
con Elisa Canessa, Federico Dimitri, Francesco Manenti
scenografie Francesco Givone, Francesco Manenti, Francesca Lombardo
costumi Beatrice Giannini,Francesca Lombardo
illustrazioni
Francesco Manenti
disegno luciElena Tedde
produzione Associazione Sosta Palmizi
con il contributo di MiBACT, Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo/Direzione generale per lo spettacolo dal vivo; Regione Toscana/Sistema Regionale dello Spettacolo
con il sostegno di Armunia (Rosignano LI), Wintergarten – Atelier di Teatro Permanente (Livorno), Comune di CastiglionFiorentino (AR)
ringraziamenti Spazio Nunc, Elena Giacomin
lingua italiano
durata 50’
Arezzo, Teatro Petrarca, 23 ottobre 2020
in scena 23 ottobre 2020 (data unica)


Segnale d’allarme – La mia battaglia VR
tratto dallo spettacolo teatrale La mia battaglia
scritto da Elio Germano, Chiara Lagani
regia
 Elio Germano, Omar Rashid
con Elio Germano
post-produzione Sasan Bahadorinejad
produzione Gold production – Infinito srl
lingua italiano
durata 1h 10’
Monte San Savino (AR), Teatro Verdi, 23 ottobre 2020
in scena 23 ottobre 2020 (data unica)


Il mezzo
liberamente ispirato a Il Visconte dimezzato
di Italo Calvino
scritto e diretto da Savino Genovese
con Viren Beltramo, Savino Genovese
riprese e montaggio video Fabio Renis
stop motion a cura di Andrea Canepari
riprese VR 360 Stefano Sburlati
musicheHenoel Grech
costumi Giulia Del Santo
assistente alla regia Gabriele Vaschetti
tutor digitale Antony Mistretta
produzione Genovese/Beltramo
progetto di KanterStrasse, Officine della Cultura, Officine Papage, Pilar Ternera, Straligut Teatro
Arezzo, Teatro Pietro Aretino, 24 ottobre 2020
in scena dal 22 al 24 ottobre 2020


Opera Minima
di Eugenio Di Vito
regia Valentina Musolino
con Eugenio Di Vito, Valentina Musolino
scenografie e disegno luci Fabio Pecchioli
produzione Can Bagnato
lingua italiano
durata 50’
Arezzo, Teatro Pietro Aretino, 25 ottobre 2020
in scena 25 ottobre 2020 (data unica)


Ballarini
testo e regia
Emma Dante
con Sabino Civilleri, Manuela Lo Sicco
luci Cristina Fresia
foto Carmine Maringola
produzione Sud Costa Occidentale
distribuzione Grompone Management
in collaborazione con FTS
produzione Sud Costa Occidentale
lingua italiano
durata 45’
Arezzo, Teatro Petrarca, 25 ottobre 2020
in scena 25 ottobre 2020 (data unica)

Lascia un commento

Sostieni


Facebook