“D'un tratto, per qualche motivo imponderabile, mi sentii profondamente addolorato per lui e bramai di poter dire qualcosa di reale, qualcosa con ali e cuore, ma gli uccelli che desideravo si posarono sul mio capo soltanto più tardi quando fui solo e non avevo più bisogno di parole”.

Vladimir Nabokov

Mercoledì, 28 Ottobre 2020 00:00

Dopo di noi, il teatro

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Non a tutti è stato dato di osservare da vicino il Diluvio.
   Si immagina l’umore di quelli che, avendolo presentito,
non vissero abbastanza per potervi assistere.
(Squartamento
, E.M. Cioran)


Il ritorno a teatro può insegnare molte cose. Può impartire lezioni diverse rispetto, per esempio, al ritorno al cinema. C’è un’aria mesta, la sera del 21 ottobre, al Mercadante. Anche se più che sera è un tardo pomeriggio. Aria di veglia, di commemorazione. Si parla poco nel vestibolo. E sottovoce. Anche al buio riconosci le vecchie signore, sempre tante, da come si rischiarano voci logorate da sigarette incatramate, dai loro profumi dolciastri o dalle permanenti appena fatte. I giovani, non a caso, sono pochi. Le maschere sui tacchi camminano ininterrottamente, in un andirivieni simile alle vasche di un nuotatore.

Il teatro è sempre stato un cerchio un poco magico, afferendo a qualcosa di rituale. Anche stavolta. Ma è un rito totalmente diverso. Provo a rendere l’idea di quest’atmosfera perché mi sembra perfettamente in linea col mood dello spettacolo in questione. Solo due sedie nel palchetto laterale, danno sulla platea che è stata riconvertita per l’occasione, scavalcando il palco, che resta chiuso, sbarrato da una paratia scenografica di assi rotte, al cui centro spicca la scritta ‘Interdetto’. E quell’interdetto dice già tutto. Il teatro è chiuso. Il teatro come quello di una volta. E di questi tempi è inimmaginabile che resti come un tempo. Il teatro deve venire incontro al suo pubblico, deve fare un passo in avanti, lui, cercandolo, trovandolo, sfidandolo e avvolgendolo. Per dare quest’idea, è avanzato. In tempi di distanziamento molto sociale e poco socievole, questo spettacolo accorcia le distanze fisiche. Gli attori si muoveranno per essere quanto più prossimi al loro pubblico ritrovato. Ritrovato per quanto? Impossibile immaginarlo. In questi giorni si va in scena col fiato sospeso, brancolando immersi in una nube di alee sospese. Ci faranno partire? Pe quanto? Ci si prepara ancor più in apnea del solito, nell’impossibile di prevedere se esordio ci sarà, se debutto ci sarà, se il pubblico ci seguirà.
La scenografia di Roberto Crea è spettacolare e all’imponente metafora silente e non detta, in tempi più incerti che mai in cui tutti dicono tutto e il contrario di tutto, viene abdicato molto. È una messa in opera che travalica la valenza scenica e già di per sé racchiude tutto il, letteralmente, stato dell’arte. Che poi è lo spirito del tempo. Un paesaggio lunare, un non-luogo tarkovskiano, come un cratere deserto e grigio spento, la cui polvere ottunde i pori e smorza qualsiasi colore vivido, ivi compresi i costumi spenti a riattati di Daniela Ciancio. In questo arido mare della tranquillità, che scopriremo essere inondato da scartafacci illeggibili, pagine al negativo, spiccano solamente alcune poltroncine della platea, infangate, che sfondano la superficie alzandosi come delle lapidi. Le luci di Cesare Accetta (magnifiche nel finale) si spengono nuovamente in un teatro da pochissimo riabitato, e il faro illumina il Danny di Walter Cerrotta, che avanza, solo, declamando versi. Al suo Danny, Walter Cerrotta porta in dote la sua voce da tenore, e il suo canto lirico. Una voce flautata come quella che s’immagina avrebbe l’angelus novus benjaminiano che sorvola le macerie, col suo occhio velato di pietà, per salvare la memoria di quel che è stato, e che è l’unico modo perché non tutto vada perduto, anche quel che di buono si cela fra le pieghe di qualsiasi passato. Persino il più doloroso. Efebico, leggero, il biondo platinato dei suoi capelli è l’unica macchia di lucente colore che balugina su un ambiente dalla tavolozza smorta e ingrigita, come tutti gli altri personaggi.
Primo fra tutti, il tenutario di questo caravanserraglio di archivisti, vittima e carnefice, di se stesso e degli altri, che tiene legati a sé e al loro vissuto in comune, dannandoli a non staccarsi mai dal tempo che il diluvio ha fermato. Parliamo del tormentatissimo Samuel di Danilo Nigrelli, che si affanno e arrabatta, maniacale, nella conservazione delle pagine della nostra vita, unica traccia rimasta delle nostre vite, coinvolgendo i suoi cari nella sua stessa dannazione: non dimenticare mai ciò che è stato e che mai più potrà tornare ad essere. Pater familias disfunzionale per antonomasia, è capace di amare solo ciò che ha perso. Figura tragica, incarna la memoria in un Paese, come il nostro, immemore di sé, capace solo di ricordare le parti sbagliate, incapace di riscattarle, che, senza passare mai per la messa in dubbio e l’autocritica, condanna se stesso e gli altri a replicare gli errori di sempre. Capocomico di questo circo gerontocratico, Danilo Nigrelli è capace di trafiggere il pubblico quando solleva il suo sguardo dalle carte al negativo che stringe sempre fra le dita, riempiendosene le tasche profonde come pozzi del suo pastrano nerissimo. Il suo è lo sguardo del teatro stesso, che buca il suo pubblico, che lo guata, cercandolo, cercando di appigliarsi in lui, per ritrovare reciprocamente la strada che conduca fuori da questo labirinto d’angoscia e straniamento. Cerca risposte nel vecchio, fra le pagine stinte, scartando quelle di chi ha smesso di lottare, s’è lasciato andare. Rifugge i fantasmi di quel passato la cui polvere non riesce a scrollarsi di dosso, portandone i segni fra i capelli grigi, come le pennellate di calce che orlano i visi degli altri protagonisti di questo girone dantesco.
Come il William di Michele Nani, un po’ ignavo e un po’ infingardo, degno ritratto di una generazione che non si decide a mollare lo scettro alla generazione che ha generato, e che preferisce crogiolarsi in una sclerotizzata adolescentizzazione di ritorno. Che non è mai paga. Dietro la sua barba fitta e la sua fronte imponente non c’è saggezza, ma autoindulgenza, una compiaciuta autorassegnazione ne infagotta i gesti del corpo quando si abbandona al suo sedile. Figura più comica che tragica, è l’anziano accantonato, l’umarell tanto popolare oggi, che si è ritrovato vecchio suo malgrado, e vive su di sé la contraddizione di una società che non sa cosa farsene della sua esperienza, dei suoi pensieri e della sua voce. Mezzo impotente, un poco grossolano, si lascia sballottare, come una polena fra i marosi, da un tempo che lo ha reso obsoleto e che si affanna a rincorrere. Edonista impenitente fuori tempo massimo, la sua è la maschera con cui è più facile empatizzare e parteggiare. Li conosciamo, questi vecchi qui. Sono ovunque intorno a noi. Poco o niente rassegnati, cercando sprazzi di piacere ovunque possono. Forse lui incarna il più positivo e risolto dei personaggi. L’acciaccato gaudente che trova sempre il modo di spuntarla e di non farsi sfiorare. Nemmeno un diluvio ci libererà di lui. Sua degna compagna è la Dorothee d’una Franca Penone irriconoscibile (ce la ricordavamo dalla rivisitazione de La classe operaia va in paradiso di Claudio Longhi). Insieme formano un duo che racchiude il paradigma di quanto resta della colonna portante della nostra società: la famiglia. In una società che non sa che farsene degli anziani, che non sa come collocarli, e sa solo farli sentire fuori posto, il suo personaggio non si arrende, e cerca di riconquistare il tempo perduto, in maniera imbarazzante e grottesca, cercando i giovani volontari, corpo invisibile, vivo e vivido, e quindi bandito dalla scena, imitandoli, sovvertendo quella che sarebbe la giusta emulazione: attingendo a loro invece che insegnando. Vitalissima come una pila di Volta, scalpita, non sa starci al posto che le stagioni della vita hanno riservato per lei, e conduce la sua battaglia donchisciottesca contro il tempo che trapassa. Anche lei la conosciamo molto bene, perché di personaggi come il suo sono piene le nostre case e i nostri palinsesti televisivi. Michele Nani e Franca Penone sono la degna trasposizione di tutti quei nostri anziani rimminchioniti da un ventennio di televisione commerciale che non ha mai finito di imbottire loro le taste di fatuità, medusati su un divano ad ammazzare pomeriggi alla ricerca di una distrazione passiva ed eterna, che rimandi sempre il conto, il bilancio finale. Capaci di sopravvivere a tutto, questi Sandra e Raimondo, sono quelli che, ahinoi, ce la faranno sempre, spuntandola comunque.
Altro paio di maniche, invece, la Claire di Bruna Rossi. Mortificata dal grigio dei suoi capelli, il dolore ne ha intagliato il profilo. Scritta in modo particolarmente felice, è un personaggio che si scontra contro i suoi limiti. Una mente arrugginita, la cui risposta al diluvio che ha sconquassato via tutto, e fatto macello di destini e speranze, ha reso debole e fragile. Eppure ha saputo trarre forza dal dolore, e accanimento, e continua a non demordere. La sua Claire sa quel che vuole. Sa che quello che vuole è degno e non si lascia sconfiggere dalle circostanze, se non per breve tempo. Continua a provarci, come quando prova a riportare in vita un gatto morto. Come quando si ostina a spiegare a chi non vuol capire. Come quando cerca di destreggiarsi fra le figure retoriche che la tormentano e affliggono coi loro sofismi, sfibrandola. È una vecchia amante che sa quello che vuole, e quello che vuole è la Marta di Maria Angeles Torres, la sorella di Samuel. L’attrice spagnola, in prestito all’Italia, vibra sulla scena di un fuoco sommesso che sa come e quando divampare. È la vitalità negata, la gioia sotto le ceneri, di chi sa ancora approssimarsi al tramonto con speranza e senza malcelata invidia o gelosia. Ferocemente felice, il suo appagamento è precluso solo dall’ingombrante presenza del fratello, in quel ricatto amoroso di pervertite maglie d’una catena che in Italia ci è così familiare.
Questi gli ingredienti di cui dispone Cerciello. Queste le tessere e i pedoni che può muovere. Egli sceglie di rimettere al centro della scena, laddove la nostra epoca li ha rimossi, quando scomodi, reso grotteschi e innocui quando non ha potuto far di peggio, i grandi, i vecchi, gli adulti. Quelli che oggi sono i più fragili. I sopravvissuti. I giovani sono spiritate figure che non compaiono mai. Che vengono anelati, come barbari, malamente riconosciuti, ectoplasmi sullo sfondo, da cui è impossibile essere contaminati veramente. Il gap generazionale si innalza come un muro, dopo il diluvio, impossibile da varcare. C’è chi li vede, chi li replica, chi li emula, chi li invidia, nessuno li capisce, a nessuno interessa. Si sono reciprocamente indifferenti. Fino a che proprio Nigrelli scopre che l’unico presente in scena sa comprendere il valore che ha la memoria per lui. Come un terrorista della resistenza di Fahrenheit, l’angelico Danny manda a memoria quelle radiografie di vite passate che sono i manoscritti del diluvio. Non solo. Si scopre migliore di quanto riesca a fare Samuel. Quando, infatti, nella sala scrittura, nell’archivio della memoria viene concesso l’ingresso all’estraneo, all’alieno, allo straniero, questi, una volta iniziato, sovverte, parla senza filtri, scompagina quell’ordine costituito che si era calcificato, rivelando segreti e bugie, di chi la storia la conserva, sì, ma per tradirla. Il suo canto è quello della rivoluzione, liberatore e sovvertitore. Porta la verità. Gli eventi precipiteranno. Le generazioni torneranno a incontrarsi e dialogare, e da questo confronto, anche violento, anche conflittuale, la storia potrà proseguire e trovare la via per defluire e superare se stessa.
Pandemia o diluvio, memoria negata o fossilizzata, quello che sembra aver voluto trasmetterci, Carlo Cerciello adattando I manoscritti del diluvio di Michel Marc Bouchard (autore di Tom à la ferme da cui Dolan ha tratto il celebre film), pare comunque voler indicare un sentiero di speranza, invitando le generazioni a non cedere alla facile polarizzazione, alla classica suddivisione che il distanziamento sociale sembra volerci indicare, con la sua terribile atomizzazione. Non ci è dato, di questi tempi, prevedere vie di uscita. Affrontiamo qualcosa di tanto più grande di noi, cui non siamo più abituati. L’incertezza è ovunque e ci lapida alla staticità, di giorni uguali e immoti, in cui la storia arranca fino a sospendersi, rivivendo sempre lo stesso passato, senza mai osare confessarci il nostro desiderio di futuri alternativi, giammai godendoci quel che il presente ha da offrirci. Non ci è dato trovare come uscire da questo loop. Ci è dato, però, scegliere di uscirne insieme, tornando al dialogo, instaurando un rapporto costruttivo con la nostra storia, e saltando il fossato delle divisioni e dei singoli interessi. L’amore che lega, che trova ancora il modo di legare Claire e Marta. L’umanità oltre la menzogna di Danny. Il desiderio di assumersi le proprie responsabilità, di ammettere i propri inconfessati torti di Samuel. Tutte queste sono le vie che ci condurranno a riaprire la saracinesca del teatro interdetto, a tornare sul palco, per essere investiti dalla luce calda del nuovo, dentro la quale immergersi. Davanti a una società sempre più disgregata, dove la solitudine è il vero virus che può propagarsi con la cultura lasciata inevasa, trincerarsi sulle proprie posizioni è prestarsi a un gioco al massacro a somma zero. Come sempre, ma stavolta più che mai, se ne uscirà o tutti insieme o nessuno. Comunicando e condividendo le proprie paure e insicurezze, abdicando un po’ della propria identità all’altare della comunità tutta nuova da costruire insieme come si vuole accogliendo il guanto di sfida che la storia ci getta, di non relazionarci a essa in modo passiva, ma provando a cambiarla, rinunciando a vecchi privilegi e posizioni di forza, per scendere i gradini che ci separano e venirci incontro.





I manoscritti del diluvio
di Michel Marc Bouchard
traduzione Barbara Nativi
regia Carlo Cerciello
con Walter Cerrotta, Michele Nani, Danilo Nigrelli, Franca Penone, Bruna Rossi, Maria Angeles Torres
scene Roberto Crea
costumi Daniela Ciancio
luci Cesare Accetta
musiche Paolo Coletta
suono G.U.P. Alcaro
aiuto regia Aniello Mallardo
assistente alla regia Cecilia Lupoli
assistente alle scene Michele Gigi
assistente ai costumi Arianna Pioppi
direttore di scena Teresa Cibelli
datore luci Pasquale Piccolo
macchinista Nicola Grimaudo
fonici Paolo Vitale, Daniele Piscitelli
sarta Roberta Mattera
trucco Vincenzo Cucchiara
foto di scena Marco Ghidelli
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale
lingua italiano
durata 1h 30’
Napoli, Teatro Mercadante, 21 ottobre 2020
in scena dal 14 al 25 ottobre 2020

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