“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Lunedì, 12 Ottobre 2020 00:00

Le mamme di Ruccello secondo Danilo Giuva

Scritto da 

La scena è nuda.
Una sedia, una tenda nera che scopre un panno bianco con un enorme cuore anatomico.
Il cuore inizia a battere, così come la vita prende forma all’interno dell’utero della donna.
E il narratore arriva in scena, viene alla luce.
Inizia a raccontare.

Sono quattro le storie che Danilo Giuva porta sul palco, partendo da Annibale Ruccello per approfondire il significato del senso di maternità.
Ancor prima che biologico, psicologico, declinato attraverso la deriva narcisistica che porta avanti e forse genera il meccanismo catartico della maternità: e non è un caso se Danilo utilizza Ruccello che utilizza il dialetto. L’elemento linguistico non è da sottovalutare né da slegare dal sottotesto psicotico dell’opera, perché assume una rilevanza fondamentale nella scrittura e nella resa scenica, soprattutto ricollegandosi al cortocircuito che si innesca nell’istante dell’espulsione del parto con la sua forza ferina, la sua portata istintuale.
Lo spazio scenico è di quattro metri per quattro, e quattro sono le donne e le storie.
Ruccello è il punto di partenza, percorrendo la strada che passa anche da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile: Caterinella è la prima mamma (con Catarinella e il principe serpente), e di lei come delle altre a Giuva poco importa il contesto storico (se non per dare colore), preferendo la cifra antropologica. La portata favolistica di Basile ha la giusta dose di crudele lascivia, un cromatismo vivace ed esplosivo perfetti per mettere a confronto una mamma nevrotica e ossessiva con una arcigna e cattiva, facendo sì che l’esasperazione tipica della fiaba dia una giusta cornice a quel sentimento feroce e assoluto, allo stesso tempo dono meraviglioso e condanna biologica.
Dai colori forsennati di Basile alle maschere di Luigi Pirandello: con il secondo racconto si arriva a Maria di Carmelo, con una ragazza mamma ricoverata in un manicomio perché convinta di essere la Madonna. Il passaggio dal primo segmento al secondo è graduale e inesorabile: da una dimensione intrisa di magia ed esoterismo ad una che rimane in bilico tra vero e falso utilizzando la follia come spartiacque. Graduale e inesorabile, ma anche impercettibile se non quando già avvenuta, è anche la trasformazione di Danilo Giuva in scena, che con piccolissimi accorgimenti (un rossetto, un corpetto, una maglietta calata sul seno) scivola da un personaggio all’altro in maniera mimetica e silenziosa, variando impercettibilmente il timbro e calandosi totalmente nei suoi personaggi.
E scendendo intanto sempre più giù, dalla Maria che si crede Madonna alla successiva mamma sempre più reale, sempre più “in basso”: ora siamo nel “vascio” di Jennifer, una donna che vuole fuggire dalla sua vita desolante e depravata fantastica di altre vite e altre donne al telefono con la sorella. A questo terzo step, il palcoscenico di Giuva questa volta coincide con la vita reale, dove l’abitazione tipica dei quartieri popolari tiene insieme cucina, soggiorno e camera da letto.
Siamo alla volata finale: dalla Jennifer de La telefonata alla genitrice de Il mal di denti il passo è più breve del solito, in un vorticoso rovinare verso il basso, stretti e costretti da un sentimento spietato e sanguigno. Senza rendersene conto, si è spazzata via l’immagine rassicurante di Angelo del focolare ad una mamma egoista e sofferente, risucchiata in una spirale di solitudine agghiacciante e disamorata, avvicinandosi pericolosamente ad un sentimento di rivalsa che sfocia in una violenza passivo-aggressiva. L’ultima donna protagonista dell’ultimo quadro di Mamma è una staffetta: madre di una ragazza a sua volta incinta giovanissima, è la chiusa perfetta di questa spirale di disperazione graduale che non poteva che concludersi con un gesto disperato e un dolore lacerante.
Nell’emozionante messa in scena di Giuva, dolore e dramma, sorriso e leggerezza, si compenetrano, si sfiorano, sfumano uno nell’altro: un mondo fluido e imprevedibile, doloroso e impervio, che usa il tessuto stesso del dramma per partire dal cuore e tornare a quel cuore di partenza, i cui battiti si confondono con il tremore di un terremoto, un sentimento (l’amore) che percorre come una scossa elettrica tutte le storie e tutti i personaggi, che cortocircuita nel suo opposto ma che basta a sé stesso (in nessun racconto di Ruccello sono presenti padri, o in ogni caso figure di contraltare).
Un’opera luminosa, che vive e si nutre dell’incredibile fisicità di Giuva: una fisicità al servizio della parola, pronta a mutare e a dissolversi per accompagnare lo spettatore nelle varie fasi di una disamina lucida e a tratti spietata.





Mamma
da Mamma: piccole tragedie minimali
di Annibale Ruccello
regia e spazio Danilo Giuva
con Danilo Giuva
consulenza artistica Valerio Peroni, Alice Occhiali
luci Cristian Allegrini
musiche e suoni Pippo Casamassima
costumi Sara Cantarone
scene Silvia Rossini
assistente alla regia Riccardo Lacerenza
lingua dialetto foggiano
durata 1h
Lamezia Terma (CZ), Chiostro di San Domenico, 5 ottobre 2020
in scena 5 ottobre 2020 (data unica)

Lascia un commento

Sostieni


Facebook