“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Mercoledì, 05 Dicembre 2012 12:19

Dov'è la mia discendenza?

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“Allora così stanno le cose. Edoardo Terzo, miei signori, ebbe sette figli: il primo, Edoardo il Principe Nero e Principe di Galles; il secondo, Guglielmo di Hatfield; il terzo, Lionello duca di Clarenza; dopo di lui vi fu Giovanni di Gand, duca di Lancaster; il quinto fu Edmondo Langley, duca di York; il sesto fu Tommaso di Woodstock, duca di Gloucester; Guglielmo di Windsor fu il settimo ed ultimo” (Enrico VI).
I drammi storici di Shakespeare, rivisitazione di ciò che accadde allora e prima ancora, sono una lotta per la corona: tra uomini vivi che hanno un nome, una terra, un titolo e delle forze. Una discendenza.

“Io avevo un Edoardo, finché un Riccardo non lo uccise; io avevo un Enrico, finché un Riccardo non lo uccise; tu avevi un Riccardo, finché Riccardo non lo uccise”, lamenta la Regina Margherita nel Riccardo III; al che la Duchessa di York non può che rispondere coi suoi: “Io avevo un Riccardo pure, e tu l’hai ucciso; io avevo pure un Rutland, e tu hai aiutato ad ucciderlo”.
Congiure, sotterfugi, tranelli messi a punto in qualche angolo; lame che vengono affilate, pozioni velenose, editti pubblici macchiati d’odio personale ed interi eserciti in fronti contrapposti o piccoli drappelli a guardia di castelli immaginari: sono orpelli, decoro necessario offerto come fregio di una storia il cui nucleo – sempre – è la corona, il suo passaggio, la catena di generazioni che si ricicla nella sua conquista. Un nobile illegittimo ottiene il trono, spandendo sangue dal trono stesso all’orizzonte; trucida i suoi nemici, i suoi amici, i suoi amici divenuti ora nemici; stermina tutti i successori tranne uno, che fugge, si salva, s’imbarca e va lontano; quest’unico cresce, si rafforza, in un lampo si fa uomo per tornare alla conquista: dietro ha tutti gli scampati dal sovrano, un nuovo esercito, qualche legione di qualche re straniero. Altri morti, altre condanne, altro passaggio di corona. L’insediamento, il finale, il sipario che cala tra gli applausi: pronto a rialzarsi al prologo di un vecchio schema che ha nuovi nomi, nuove terre, nuovi titoli; nuovi uomini e nuove discendenze.
Questo è il ciò che accade in ogni dramma storico. Questo è ciò che accade nell’Enrico IV, nell’Enrico V, nell’Enrico VI quanto nel Riccardo II e nel Riccardo III; nel Re Giovanni, nel Edoardo III, nell’Enrico VIII. Questo è ciò che accade nel Macbeth. Eppure il Macbeth passa per tragedia e non per dramma storico. Perché?
Non ha forse il Macbeth una buona fonte che s’occupa di vicende reali ed accadute (The Chronicles of England, Scotland and Ireland di Raphael Holinshed)? Non ha forse il Macbeth un titolo che è il nome di colui che regna in Scozia tra il 1040 ed il 1057? Non ha forse il Macbeth funzione di commento al presente shakesperiano (l’encomio alla dinastia Stuart, appena giunta allo scranno d’Inghilterra) tanto quanto le altre opere già nominate?
Non ha forse il Macbeth le caratteristiche evidenti perché sia anch’esso dramma storico, appartenente degno alla schiera delle “tristi storie della morte dei re”? Non racconta forse il Macbeth “di come alcuni re sono stati deposti, altri uccisi in guerra, alcuni perseguitati dagli spettri di coloro a cui avevano tolto il trono; alcuni uccisi nel sonno, alcuni avvelenati dalle mogli, e tutti assassinati” (Riccardo II)? Cos’è, allora, che lo differenzia? Cosa lo rende spurio, diverso, inavvicinabile? Cosa lo allontana, cosa lo tiene altrove?
Andrea De Rosa comprende che ciò che fa del Macbeth il Macbeth risiede nel primo atto, scena terza, quando le streghe gracchiano al protagonista un “Salve a te, che sarai re” nell’attimo medesimo in cui Blanquo è detto “Padre di re, anche se tu non lo sarai”; che risiede nel primo atto, scena settima, quando Macbeth immagina la Pietà “come un bimbo appena nato che, nudo, cavalca la tempesta”; che risiede nel primo atto, scena ottava, quando Lady Macbeth proclama: “Io ho allattato e so com’è tenero amare il bambino che succhia: eppure avrei strappato il capezzolo dalle gengive senz’osso e gli avrei fatto schizzare il cervello mentre mi sorrideva”.
“Metti al mondo soltanto maschi! La tua tempra indomita non dovrebbe forgiare altro che uomini”: non vi sono eredi. “È l’occhio del fanciullo ad aver timore d’un diavolo dipinto”: non vi sono eredi. “Nulla è avuto, tutto è sprecato se il nostro desiderio è ottenuto senza gioia”: non vi sono eredi. Non vi sono eredi: il Macbeth è il Macbeth perché non vi sono eredi e dunque dinastia. Il Macbeth è la tragedia della mancanza di una dinastia: “Sul mio capo collocarono una corona infeconda e mi misero in pugno uno scettro sterile perché mi venga strappato da mano estranea, non avendo io un figlio che mi succeda” (atto terzo, scena prima).
Per questo Andrea De Rosa veste una virile Lady Macbeth con dei pantaloni neri (“Venite, Spiriti, e toglietemi il sesso”; “Venite alle mie mammelle di donna e mutate il mio latte in fiele”) e per questo lascia che sia questa coppia senza prole, e non il portiere previsto dal testo originario, a declamare e confermare gli effetti dell’alcol sulla libido (“In quanto alla libidine, provoca il desiderio ma impedisce l’esecuzione. Perciò si può dire che il bere troppo giochi agli equivoci con la libidine: la crea e la distrugge; la spinge avanti e la tira indietro; la persuade e la scoraggia; la fa rizzare e la barcolla; in conclusione, con l’equivoco la fa cadere nel sonno e, stendendola così ed ingannandola, la lascia”). Per questo fa dell’alcova (“ritiriamoci nella nostra camera” porta alla stasi nel salotto: assenza del luogo da concepimento) un lettino infantile in cui è impossibile il riposo (“Macbeth assassina il sonno, il sonno innocente, il sonno che ravvia la matassa scompigliata dell’affanno”) e fa del gran banchetto un tavolino basso con due sedie piccole: oggetti in disuso, inutili in una casa priva degli infanti. Per questo sono pargoli le tre streghe; sono pargoli i figli di Blanquo e di Macduff (cui spetterebbe l’età adulta); sono pargoli le apparizioni che declamano il destino: sgravate all’utero, col cordone non reciso, sono imposture sporche a sangue che finiscono per pendere, nel finale, in quanto emblema d’ogni morto della tragedia.
“Il tuo Edoardo è morto, che uccise il mio Edoardo; l’altro tuo Edoardo è morto, a saldo del mio Edoardo”. Ancora la regina Margherita, ancora il Riccardo III, ancora un dramma storico. Ma qui siamo nel Macbeth, questa è una tragedia: stanco del sole, desideroso “che la struttura del mondo rovinasse”, Macbeth ha vissuto già abbastanza: “La mia vita ha raggiunto l’aridità, la foglia gialla; e ciò che dovrebbe accompagnare la vecchiaia io non debbo aspettarmi di averlo”.
Pur facendo del castello un interno, del gran ballo una festa da salotto, degli abiti di scena fogge assai moderne, Andrea De Rosa non tradisce d’un minimo il dettato shakespeariano bensì lo rispetta infedelmente nelle allusioni sceniche (valgano ad esempio i vapori che s’innalzano a velare ciò che accade altrove: “Vieni, densa Notte, e avvolgiti nel più scuro fumo d’Inferno”); nei rimandi metateatrali (“Se fossi morto solo un’ora prima di questo avvenimento, avrei vissuto una vita felice”, accenna Macbeth alludendo alla sua presenza in scena: un’ora dall’inizio doveva esser trascorsa per Shakespeare, un’ora dall’inizio è trascorsa per De Rosa); nelle ristrettezze cronologiche (la concentrazione, inusitata per il bardo, d’una intera opera nello spazio di una notte: “Lunga è la notte che non trova mai giorno”, “Com’è la luna ragazzo? La luna è tramontata, non ho sentito le ore”; “A che punto è la notte? Quasi alle prese con la mattina, per decidere chi sia delle due”).
In questo rispetto, fedele ed infedele assieme, il tema della assenza genealogica, della mancanza di dinastia, del presente senza futuro: del padre senza figli, dei figli senza regno.
“Questo è più strano di un assassinio” (Macbeth; atto terzo, scena quarta).
Assassinii e storie di assassinii sono i drammi storici: questo è il Macbeth, questa è una tragedia.

 

 

Macbeth
di
William Shakespeare
traduzione Nadia Fusini
regia Andrea De Rosa
con Giuseppe Battiston, Frédérique Loliée, Ivan Alovisio, Marco Vergani, Riccardo Lombardo, Stefano Scaldaletti, Valentina Diana, Gennaro Di Colandrea
spazio scenico Nicolas Bovey, Andrea De Rosa
costumi Fabio Sonnino
luci Pasquale Mari
suono Hubert Westkemper
produzione Fondazione Teatro Stabile di Torino, Teatro Stabile del Veneto
durata 2h
Napoli, Teatro Bellini, 4 dicembre 2012
in scena dal 4 dicembre al 9 dicembre 2012

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