"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Martedì, 07 Maggio 2013 20:07

"Sono così giovani! Che possono fare?"

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Esiste un luogo, sospeso tra la terra e il cielo, in cui vanno coloro ai quali è stata spezzata con violenza la vita. È un luogo attaccato con un filo alla mente di chi resta sulla terra. Esiste perché si nutre delle nostre riflessioni, delle nostre emozioni nell’apprendere certe notizie, della nostra immaginazione, di tutto ciò che conosciamo delle persone uccise.

Nel mondo sospeso, gli uomini e le donne senza vita, vivono, tengono sveglie le nostre coscienze, ci raccontano e ci impongono di cambiare le cose. Diego Sommaripa e Ivan Luigi Antonio Scherillo l’hanno chiamato "il campo delle viole", questo al di là in cui si vive e si combatte ancora, si pensa e si fiorisce. Ad abitarlo, per lo spettacolo che va in scena al Théâtre de Poche, sono Simonetta Lamberti, Salvatore Nuvoletta e Antonio Landieri, tutti e tre giovani vittime di camorra. Sono tre personaggi esemplari perché ognuno di loro è morto da innocente per i tre motivi per cui la camorra uccide gli innocenti: perché si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato, per vendetta o ritorsione, per scambio di persona.
Lo spettacolo ci circonda e ci tiene attivi. Seduti su di un puf su quello che di solito è il palcoscenico, possiamo girarci ed assistere alle scene che, di volta in volta, si svolgono nella grotta davanti a noi, nella quinta alla nostra sinistra e nel foyer alle nostre spalle, dal quale risuonano anche le musiche di tutto lo spettacolo interpretate dal vivo da Marcello Cozzolino. Le voci fuori campo arrivano da destra. Non c’è via di fuga, dobbiamo vedere ed ascoltare. In scena ci sono entrambi i mondi, quello reale e il campo delle viole.
Accade che ad inquietarmi è l’arrivo dei morti, nel buio dal fondo della grotta, pallidi con i loro vestiti bianchi e a rassicurarmi è il successivo ingresso in scena del vivo, il politico malavitoso. Perché lui è una “bomboniera”, ha la faccia pulita, un bel portamento, ha dei bei vestiti e una bella donna al suo fianco. È già da qui che funziona lo spettacolo: giocando sui preconcetti, ci impone di guardare al di là del visibile. Così, molto presto i nostri occhi si abituano e non sono solo le parole pronunciate a svelarci la verità ma piccoli particolari catturati con gli occhi: L’uomo degli affari sporchi, ad esempio, si deterge il collo e la fronte con un fazzoletto che è un sacco nero della spazzatura e si ammira in uno specchio che non lo riflette.
Dall’altra parte, nel campo delle viole, i tre personaggi vestiti di bianco ci parlano della vita e non della morte. Ci raccontano le loro storie e dicono quello che hanno intenzione di fare. Danno inizio ad un gioco, quello delle costruzioni, che non è altro che un modo nuovo di vivere. Mattoncino su mattoncino, vogliono costruire una nuova realtà in cui l’uomo resista alle mafie. Le fondamenta sono nel nostro bisogno di giustizia, nell’amore per la terra, nella dignità.
Nel finale avviene la fusione dei due mondi, con la presa di coscienza, da parte del politico, del senso della propria esistenza. In un tribunale in cui i giudici siamo noi e il tempo. A quel punto conosciamo la verità e non ci rassicura più il bel vestito o la faccia pulita. Il vivo era già morto e i morti sono vivi nei nostri occhi.
Nel campo delle viole ha un messaggio importante da trasmettere e utilizza più canali perché giunga a destinazione. Lo spettacolo si compone, infatti, di parti recitate, canzoni, musica, monologhi. Ad un testo nella struttura complesso, perché ricco di simboli, si accompagna una messinscena altrettanto complessa che mescola i generi e divide lo spazio. È uno spettacolo coraggioso. Da un lato il coraggio di andare contro la camorra e di dire quello che va detto, dall’altro lato il coraggio di dare tutto al teatro mettendo in gioco il proprio talento e correndo anche il rischio di fare troppo. Questo rende il lavoro difficile a chi lo spettacolo vuole raccontarlo e un buon pretesto perché si dica “è da vedere!”. L’impressione che se ne ha è quella di un lavoro giovane, è giovane il regista, Diego Sommaripa, così come tutti gli attori ognuno col dovere di rischiare. “Sono così giovani! Che possono fare?” dice la donna del malavitoso in una scena. Possono parlare apertamente del rapporto tra politica e malavita, possono ricordarci di chi è stato ucciso, possono scuoterci mettendoci sotto il naso una terra che è nostra e che abbiamo il dovere di difendere, possono gridare e cantare, possono fare Nel campo delle viole.

 

 

Nel campo delle viole
di Diego Sommaripa e Ivan Luigi Antonio Scherillo
regia Diego Sommaripa
con Paola Attilio, Ivan Boragine, Claudia De Biase, Fabio Pisano, Edoardo Sorgente, Salvatore Presutto
musiche dal vivo Marcello Cozzolino
Napoli, Théâtre de Poche, 4 maggio 2013
in scena dal 2 al 5 maggio 2013

 

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