"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Lunedì, 06 Maggio 2013 16:40

Nemmeno una nuvola

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Il palco vuoto presenta come unico segno scenografico, oltre allo sfondo su cui scorreranno foto e video, tre cubi di plexiglass che fungono da basi per un telefono grigio a disco, un mangiadischi bianco e un televisore da dodici pollici in bianco e nero. Poi parte Moscow Disco dei Telex e saltiamo indietro di trentatré anni. Un tempo che è una vita. Una vita fa. Per chi non lo sapesse, il mondo era ancora diviso in due blocchi e l’Europa presentava indicazioni come Yugoslavia, Germania Est, Urss, Cecoslovacchia, come mostrano le cartine proiettate.
Per chi non lo avesse capito, stasera è di scena l’annus horribilis (o mirabilis?) che ha segnato – prima di esso solo la fine della seconda guerra mondiale – il tempo per la gente d’Irpinia (e non solo). 1980, cronaca tragicomica di un anno è, appunto, il resoconto in prima persona di quell’anno fatto da Paolo, oggi uomo cinquantenne, allora “ragazzetto” quasi diciottenne iscritto all’ultimo anno del liceo scientifico di Avellino.

E la scuola è la dimensione da cui Paolo comincia a introdurci ai suoi ricordi, ad evocare la sua visione di allora.
Lui non fa parte dei “protagonisti”, è figlio di impiegato statale, sogna di diventare qualcuno, pensa a studiare e a passare il tempo come tutti (magari, come vorrebbero i genitori, frequentando i figli degli impiegati di banca, o dei medici e dei professori) e soprattutto cerca di soddisfare il desiderio per l’altro sesso così imprescindibile e totalizzante. Il desiderio frustrato, le avances disattese evocano locandine della commedia sexy che fu mentre i Ramones sentenziano Baby I Love You. Alle foto della città come era prima si alternano dati, cifre su come fosse allora il mondo, abitato da Reagan, da un giovane Saddam Hussein impegnato a combattere l’Iran di Khomeini, da Andreotti, Craxi e Berlinguer.
Tutto il monologo alterna agli inevitabili ricordi privati momenti pubblici, didascalie che sembrano discendere da una consapevolezza successiva ma che non appesantiscono la narrazione personale, la quale evita volutamente il tono elegiaco per adottare un registro ironico dagli elementi tragicomici. Ricorda molto Woody Allen e la celebrazione dei giorni della radio, con la goffaggine e la rivendicazione di una ostinata dignità, il Paolo di oggi che danza come una marionetta impazzita al ritmo di Coming Up di Paul McCarney e di Another One Bites the Dust dei Queen, novello David Byrne intento a correre lungo la strada del tempo che ci porta fino ad oggi, e oltre.
Sfilano le immagini della tragedia di Ustica e della strage di Bologna, sfregi indelebili sul volto della democrazia ma troppo distanti, nella loro serietà, a turbare quell’estate, la mia, trascorsa in strada e a sentire i successi del Festivalbar.
L’autunno di Paolo porta alla scoperta dell’amore più importante della sua vita, secondo solo a quello per le donne: il teatro. La domenica si prova in uno spazio improvvisato, con il palco fatto in proprio, in uno spazio che più di una cantina non è, anche quella domenica che i "Lupi" hanno battuto l’Ascoli per quattro a due, in quel pomeriggio che faceva caldo, troppo caldo per la fine di novembre, mentre nel registratore girava una cassetta degli Squallor.
Poche immagini, meglio allora le cifre di denuncia dello scempio umano, sociale ed economico del sisma: tremila morti, diecimila feriti, duecentomila senzatetto, sessantamila miliardi stanziati per l’Irpinia, di cui ventimila solo per Napoli (che pure ha subito danni, ma in misura molto minore), l’allargamento dell’intervento a 687 comuni a fronte dei 283 iniziali, la costruzione di intere aree industriali che si sono rivelate le classiche cattedrali nel deserto, forse l’ultimo grande intervento pianificato dello Stato nell’economia di mercato di un Paese occidentale.
Poi la narrazione riprende, come è ripresa la scuola dopo uno iato di almeno venti giorni di vacanze forzate, con la novità dei turni pomeridiani per assicurare una continuità didattica che arrivasse fino a giugno. Paolo non subisce lutti e la sua casa resta in piedi, come del resto è capitato alla maggioranza dei ragazzi di Avellino di riprendere le abitudini di sempre. Però qualcosa lo segna, e segna ognuno che abbia vissuto quei momenti, quei mesi, quell’anno che chiudeva il decennio precedente per aprirsi alla novità carica di aspettative di benessere di quello successivo.
Forse non è retorica affermare che gli Ottanta siano stati gli anni del disimpegno e dell’abbondanza dato che mai come nel caso del nostro Meridione terremotato la ricostruzione è stato il segno di un cambiamento urbano, economico, sociale, culturale, che ha dato l’impressione di un raggiunto benessere, pari a quello che investiva il Paese intero.
Un'impressione che si è alimentata delle speranze dell’adolescenza, dell’incontenibile desiderio di crescere e di diventare grandi, del miraggio di un cambiamento radicale: si è azzerato tutto, si ricostruisce tutto, nulla sarà più come prima! E invece… Babe, I love you so / I, I want you to know / That I'm goin' to miss your love / The minute you walk out that door / So please don't go, don't go / Don't go away…

 

 

 

1980, cronaca tragicomica di un anno
di Paolo Capozzo
regia Gianni Di Nardo
con Paolo Capozzo
immagini Olivo Scibelli, Lino Sorrentini
interventi video Gianni Di Nardo
musica brani di repertotio
durata 45 min
Mercogliano (AV), Teatro 99 Posti, 4 maggio 2013
in scena dal 4 al 5 maggio 2013

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