"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Domenica, 05 Maggio 2013 18:00

L'insostenibile leggerezza del peso

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Skylab, la gravità dei corpi, in scena al teatro Galleria Toledo, è uno spettacolo che attrae a sé come quella forza di cui parla, magnetica, invisibile e imprescindibile alla quale i nostri corpi sono soggetti tanto quanto gli oggetti dalla pietra alla piuma.
Decisamente interessante la ricerca coreografica e stilistica che la compagnia Laudati Danza di Bologna sviluppa a partire dal principio fisico della gravità dei corpi, restando delicatamente in equilibrio fra definizione, dimostrazione, evasione e disintegrazione della regola: fino a che punto il corpo di cui parla la fisica matematica corrisponde a quello che abitiamo? Il nostro essere vivi e senzienti, l’essere possessori di un corpo animato, capace di moto ma soprattutto di movimento, non è già di per sé una sfida alle leggi dell’universo?

È in questa chiave che il principio del peso viene indagato da Nicola Laudati e le sue tre danzatrici Paola Ferraro, Corradina Grande e Chiara Zampa mentre attraversano danzando il tempo dello spettacolo, dimostrandoci quanto entrambi i concetti di peso e tempo siano relativi, sorprendendoci ad applausi terminati che sia già trascorsa un’ora.
La campionatura di una voce che fa pensare alle ricetrasmittenti aeree o alle onde radio accompagna lo spettatore in una dimensione altra, un vero e proprio viaggio spaziale, reso dal suggestivo disegno luci; magnetici i due corridoi di luce che disegnano uno spazio, questa volta scenico, che i danzatori attraversano in coppia sfruttando il contatto dei corpi con leve e sospensioni, la cui fluidità evoca il camminare sulla luna, laddove la gravità non scompare, ma è sei volte inferiore che sulla terra.
Ma è sulla terra però che pesiamo le nostre esistenze fra il desiderio di restare coi piedi ben saldi e quello di liberarci dal peso che spesso ci opprime e ciò conduce la ricerca a livello profondo ed interno; al livello del peso che diamo alle cose della vita, della gravità con cui ci approcciamo al quotidiano, al presente, al passato, al sempre dell’uomo in un certo senso uguale e diverso a quello dell’universo.
Le note musicali di Estate di Bruno Martino, in un quadro, ci giungono dalla pochette nera di una donna in abito fiorato, parrucca rossa e occhiali scuri, come da un altrove della memoria; quel filo che dentro rimane sempre sospeso e che ogni tanto ci strattona e fa cadere, così come vediamo cadere questa figura ironicamente enigmatica, che sembra non fare caso al perdere l’equilibrio, perché imperterrita si risolleva, riacquistando una verticalità incerta, sempre in bilico con un fare ironico e svampito.
Una sposa in lutto con velo nero e seno scoperto racconta la possibilità della convivenza degli opposti, svelando quell’intimo contrasto in una dinamica di salti e cadute che spostano l’aria e muovono l’energia interna ed esterna, colpendo non con violenza ma con decisione quella stessa legge di Newton che suggerisce una propria reinterpretazione: ‘anche la gravità delle situazioni può infondere molta forza’.
Molto ben strutturate le parti di gruppo e i duetti che fanno da contrappunto alla scelta musicale di qualità, tra cui Bach e Alva Noto, tanto quanto di qualità la coreografia e l’interpretazione dei danzatori che, con semplicità ed efficacia, rendono piacevole seguire il loro viaggio attraverso lo scontro e l’incontro con la leggerezza, il desiderio di staccarsi dal suolo o di entrarci dentro, di sollevarsi dalla terra o di incorporarla.
L’attenzione al dettaglio e al microcosmo degli spazi interni alla pelle non rischia mai di essere solo concettuale ed intimo, ma apre e dispone immaginari creativi al servizio del pubblico; nella scena in cui gli interpreti sono di spalle, creando tensione scenica e mistero, preparano la loro metamorfosi in animali e creature di specie differenti servendosi di un semplice naso finto che li ha rideterminati nuovi e curiosi; per un istante sembra siano gli animali della fattoria di George Orwell.
Si è sotto l’effetto di un incantesimo e sembra di essere assorbiti da una bolla d’aria o di essere all’improvviso entrati in uno spazio più lunare che terrestre, ma a riportarci saldamente sulla sedia lasciandoci divertiti come bambini sono dei cavalli-giocattolo, se ne contano all’incirca dieci, che, posti su di una piattaforma rettangolare e legati ad un asse, descrivono orbite gravitazionali con un trotto regolare fino al ‘fade out’ della luce violacea. È buio, i cavalli ancora corrono. È tempo di applaudire.

 

 

 

 

Skylab – la gravità dei corpi
regia e coreografie Nicola Laudati
con Paola Ferraro, Corradina Grande, Nicola Laudati, Chiara Zompa
musiche Johann Sebastian Bach, Alva Noto, Bruno Martino, Einstuerzende Neubauten
costumi La Compagnia, Leitmotiv
luci Nicola Laudati, Luigi Agliarulo
produzione Compagnia Laudatidanza
in collaborazione con Prof. Giovanni La Guardia – Università di Napoli "L’Orientale", Körper. International Dance Contemporary Art Center
un ringraziamento speciale a AICS Bologna, Isadora Centro Danza - Bologna, Spazio Danza -  Bologna
durata 1h
Napoli, Galleria Toledo, 3 maggio 2013
in scena dal 3 al 5 maggio 2013

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