“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Venerdì, 28 Febbraio 2020 00:00

Dalla meraviglia dello stupore all’ironia del surreale

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Si ritorna a Salerno, si ritorna a MutaVerso, rassegna ideata da Vincenzo Albano e da lui portata avanti con pervicace e faticosa ostinazione insieme a Stefania Tirone. E infatti si ritorna da loro, apprezzandone gli sforzi organizzativi e la visione che trasfondono in una rassegna teatrale che, ad onta di quelle difficoltà strutturali con cui ogni anno ci si deve confrontare e che ogni anno mettono in dubbio la continuazione stessa di MutaVerso, finisce poi sempre non solo per farsi, ma anche per mantenere le prerogative che fin qui l’hanno caratterizzata: prime regionali di compagnie che per lo più passano sporadicamente (o non sono ancora mai passate) per la Campania e ricerca di una proposta artistica che non scenda mai al di sotto di un livello qualitativo mediamente elevato, con un’attenzione particolare alla diversificazione dei linguaggi scenici offerti e alla teatralità più interessante del nostro panorama nazionale.

In più, quest’anno – come a voler rilanciare e a ribadire la pertinacia di un intento, MutaVerso Teatro si moltiplica in una extended version che vedrà la rassegna, iniziata a gennaio, protrarsi fino a maggio inoltrato.
Suggerisce più di una riflessione, questo sforzo ostinato di cui si è detto (e che in questa intervista ci fu dettagliatamente raccontato), e non solo sulle difficoltà strutturali di un comparto come quello teatrale – vexata quaestio che pare sia ormai endemica al sistema – ma anche su quella sensazione che sempre più percepiamo che chi in questo ambito lavori bene si trovi troppo spesso a combattere una sorta di donchisciottesca lotta contro i mulini a vento, le cui pale (con una sola elle) girano prevalentemente all’interno delle istituzioni (spesso contribuendo a far sì che, all’esterno delle istituzioni, le elle salgano a due, per giri altrettanto vorticosi).
Al netto di queste considerazioni, c’è poi la sostanza teatrale (che è poi quella che alle suddette elucubrazioni fornisce – o meglio, dovrebbe fornire – materia concreta su cui ragionare in funzione di un sostegno più ampio e strutturale verso chi, a Salerno, da anni porta avanti un percorso competente e intraprendente). E la sostanza teatrale che ci conduce a Salerno a ‘sto giro è prima Maze di Unterwasser all’Auditorium del Centro Sociale di Pastena, poi Luisa uno sguardo Oltralpe del Nano Egidio alla sede dell’Associazione A Casa di Andrea, nuova location che si aggiunge ad altre che ampliano la mappatura cittadina dell’edizione di quest’anno di MutaVerso.
Partiamo da Maze, uno spettacolo senza parole che parla con la poesia delle immagini, dei suoni, mostrandoci una storia costruita con la polisemicità degli strumenti adoperati; è come assistere a un cartone animato guardandolo dal di dentro, mentre viene realizzato, col gioco della creazione scoperto, offerto a vista dalle tre autrici/creatrici in scena (Valeria Bianchi, Aurora Buzzetti, Giulia De Canio), eppure senza che ciò vada in alcun modo a inficiare la magia dell’invenzione creativa, lo stupore e la meraviglia della realizzazione.
Nel leggere i riferimenti a cui si è ispirata la concezione di Maze verrebbe necessario (utile), a chi ha poi come compito quello di scriverne una recensione, per prima cosa andare a studiare, spulciare, scartabellare tali riferimenti al fine di interpretare, decodificare, trovare chiavi di lettura che delineino strati di senso per ciò che magari sfugge o è sfuggito a un primo approccio, per “leggere” l’opera nei suoi risvolti, nelle pieghe delle sue sfaccettature, nei meandri di quel labirinto – ché è proprio questo che la parola “maze” vuol dire in inglese, “labirinto” – in cui invece scegliamo consapevolmente di perderci. E di lasciarci trasportare; seguendo il flusso delle immagini, dei suoni, delle evocazioni, di una storia che possiede i contorni sfumati di un disegno impressionistico e la partitura multiforme di un’opera espressionista.
Per cui prendiamo atto – e a spanne riconosciamo – i fili dell’esistere dei tessuti intrecciati di Maria Lai o l’ispirazione modiglianesca delle figure, così come appuriamo essere ispirati ad Alexander Calder i fili di ferro che stilizzano profili di volti umani, o alle sculture di Edoardo Tresoldi le gabbie metalliche che delineano parvenza di grandi edifici, mentre la suggestione sonora di Seven Variations ci accompagna facendo assieme alle musiche originali di Posho da morbido tappeto sonoro a giochi d’ombre che si trasformano in immagini concrete di una storia. Storia che s’affresca sul fondale per quadri successivi ed evocativi, seguendo il filo di una vita dal suo sbocciare, mostrato quand’ancora è solo amniotica promessa d’esistere e accompagnata lungo le tappe cadenzate e significative di un’esistenza intera, mostrata in soggettiva, offrendo al nostro occhio la possibilità di coincidere con quello di chi della storia è protagonista, vivendone le fasi cruciali, i momenti lieti e quelli critici, sintetizzati per salti immaginifici col tenue lirismo di immagini che si susseguono a comporre una drammaturgia compiuta e coerente. Prendiamo atto di quel che riconosciamo e prendiamo nota di quel che possiamo apprendere; eppure scopriamo che la “filologia” della messinscena, per quanto importante e significativa, non è quel che maggiormente ci interessi; molto più, assistendo a Maze, ci piace lasciarci guidare lungo il labirinto delle evocazioni seguendo il filo delle suggestioni, abbandonandoci a questa partitura delicata e leggera che attraverso la magia – ancorché scoperta e offerta in visione – delle ombre ci lascia l’evidenza di un candido senso di stupore.
Il Nano Egidio viaggia e si muove invece lungo linee e coordinate completamente diverse rispetto a Maze – a testimonianza di quanto si diceva dianzi circa la differenziazione variegata dei linguaggi scenici proposti in rassegna – raccontando secondo la cifra surreale e grottesca di una comicità debordante e stralunata una “teatronovela per attori e pupazzi”, in cui il gioco si regge sia sull’abilità mimica e verbale dei due attori in scena (Marco Ceccotti e Francesco Picciotti, in formazione priva di Simona Oppedisano, il che ha fatto sì che l’intero spettacolo fosse ricalibrato sulla presenza di loro due soli), ma soprattutto su due fattori chiave: l’esilarante genialità di testi e trovate comiche e la capacità di inscenarle con perfetti tempi comici, pur nella ‘artigianalità’ della fattura (vedi consolle in scena gestita direttamente a vista sul fondo da uno dei due), facendo sì che quello che all’apparenza potesse sembrare un limite si tramuti, per funzionalità, in una risorsa.
Lo spettacolo si sviluppa attorno a una storia sgangherata, all’insegna del nonsense: giochi di parole, calembour continui, lazzi di vario genere, forme cicliche che ritornano, il tutto con effetto comico che si diffonde senza soluzione di continuità; anche le fasi di passaggio da una scena all’altra non fungono mai da semplici raccordi scenici fra un collage di gag, ma sono funzionali alla costruzione di un’impalcatura drammaturgica; che però non rappresenta il senso ultimo di Luisa uno sguardo Oltralpe, senso che mi pare piuttosto risieda in un corrosivo esempio di satira (della società, del costume, di un certo modo di arrogarsi una sorta di primazia culturale da parte di certa classe intellettuale), che va dalla foto di Michela Murgia esposta in primo piano a mo’ di nume tutelare del politically correct, fino al “necessario omaggio a Pasolini” che smaschera e dileggia quell’abuso del nome del poeta corsaro a giustificare e ispirare ogni parvenza d’impegno e di teatro impegnato.
È un gioco consapevole e scoperto, quello del Nano Egidio, che gioca e si diverte a fare teatro, perché “è più forte di noi pupazzi il voler fa ridere”, perché, anche se si finge di chiedersene il motivo, si sa bene che “deve finire tutto in burletta”; perché questa è la loro cifra e perché è solo uno dei modi in cui si possono dire le cose, si può raccontare la realtà, deformandola, esasperandola, rendendola iperbolica e lasciandoci con la sensazione, mentre le mascelle ancora dolgono per le troppe risa, che un senso sottile e profondo, caustico e graffiante, si annidi sotto questa patina ridanciana e apparentemente naïf.
Che si tratti del delicato lirismo delle immagini costruite da Unterwasser o del surreale umorismo del Nano Egidio, questi due appuntamenti salernitani con l’edizione corrente di MutaVerso confermano la bontà di una programmazione e la coerenza di una visione d’insieme. E avvalorano l’ostinazione di chi persevera a portarla avanti.





MutaVerso Teatro
Maze
concept, creazione, performer Valeria Bianchi, Aurora Buzzetti, Giulia De Canio
musiche e sound design Posho
progettazione luci Matteo Rubagotti
produzione Unterwasser
con il sostegno di Théâtre La Licone, Festival Città delle 100 scale, CasermArcheologica, Teatro del lavoro
lingua teatro senza uso di parola
durata 50’
Salerno, Auditorium Centro Sociale, 31 gennaio 2020
in scena 31 gennaio 2020 (data unica)


Luisa, uno sguardo Oltralpe
Soap Opera Moderna e Contemporanea

di Marco Ceccotti, Simona Oppedisano, Francesco Picciotti
con Marco Ceccotti, Francesco Picciotti
produzione Nano Egidio
lingua italiano
durata 1h
Salerno, A Casa di Andrea ONLUS, 13 febbraio 2020
in scena 13 febbraio 2020 (data unica)

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