“Sai quello che succede con le poesie? Un giorno sembra che l'hai pensata tu. E non sai se sei stato tu a raggiungerla o è lei che ha raggiunto te".

Daria Deflorian

Lunedì, 03 Dicembre 2012 21:33

Madonne, pistole e pitbull. La nostra città evidente

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C’è una città evidente ed è quella che abbiamo costantemente davanti agli occhi, quando passeggiamo per i nostri Quartieri Spagnoli e inciampiamo con lo sguardo in una delle tante edicole votive che gareggia in kitsch con i peggiori saloni di bellezza dove i nostri concittadini fanno le “lampade” tutte le settimane. C’è una città evidente ed è quella di quando ci guardiamo intorno e troviamo cumuli di vecchi materassi nel solito cumulo di munnezza nel solito angolo della scuola elementare all’interno dei quali si aggirano le figure della marginalità nostrana o immigrata. C’è una città evidente ed è quella di quando cerchiamo ancora nel fondo di uno sguardo, di un gesto, di un comportamento di mutuo soccorso, di un sorriso anche nei confronti della povertà più totale, di lacrime urlanti per la morte di un qualsiasi parente, insomma quando cerchiamo e crediamo di trovare e ci convinciamo che ci sia lì qualcosa che assomigli alla genuinità, allora ci facciamo prendere dal vecchio male dell’intellettuale napoletano, il primitivismo fine a se stesso e a-storico. Eppure c’è questa città evidente ma non c’è la città evidente che ricerchiamo nella nostra costruzione immaginaria, nella nostra fragile e commovente fantasia antropologica. Eppure c’è questa città evidente anche se non c’è e c’è poco altro da dire.

E allora la vera città evidente, quel miscuglio tutto napoletano di atavismo e modernità, di camorra e religiosità, di pitbull e ultras, la racconta Mario Spada in questa mostra fotografica che riesce a descrivere e sottolineare dove Napoli ha perduto la sua storia, dove Napoli non può essere più quella del Gennariello di Pasolini, dove il primitivismo e la ricerca della genuinità nel fondo di uno sguardo è già sempre un errore “metodologico”.

E allora si può incontrare di tutto nella città evidente di Mario Spada, mani che ammonticchiano tappi di birra e ferrarelle cercando di sconfiggere avversari ipotetici su un’improvvisata dama senza pedine, interni scrostati e vecchi mobili incrostati dalla povertà che si accumula silenziosa negli anni, ultras che scavalcano bestialmente per entrare allo stadio, che brandiscono feroci mazze di legno più per la propria potenza che per sfogare repressione, che gioiscono in una sorta di rapimento estatico con occhi strabuzzati a guardare l’ultima divinità della grandezza napoletana, Maradona, e poi la scritta “noi odiamo tutti”, che racconta di quei volti che si sovrappongono in queste immagini e che ci ricordano persone la cui esistenza è inesistente, eppure è concretezza di processioni religiose che si affannano tra pistole, camorra e bestemmie a rincorrere la Madonna dell’Arco che deve proteggerci da ogni male e alla quale si chiede sempre perdono per aver chiesto i soldi a nome suo (con pistola per accrescere l’autorevolezza dell’istanza) ed esserseli messi in tasca per la Smart del proprio figlio quindicenne, oppure i battenti stremati dopo chilometri di cammino e che poi dinanzi all’altare crollano in preda ad attacchi di mistica epilessia mista a stanchezza, e poi ancora vicoli su vicoli su vicoli che si aprono su interni poveri e su volti che non vorresti mai osservare e che non vorresti mai che ti osservassero, e ancora matrimoni pacchiani, debiti contratti per la vita intera in mano a strozzini eterni per un vestito la cui oscenità è irraggiungibile da qualsiasi fantasia sfrenata che un normale borghese come noi può sfiorare, e poi pitbull e ancora pitbull, i cani preferiti da questi veri e veraci napoletani, e allora pitbull incattiviti come belve senza cervello, come prodotti subumani della cultura subumana di questa subNapoli, appesi al primo piano e che per tenersi e non cadere giù devono stringere la mascella sempre di più serrando un vecchio copertone d’auto, e che poi vengono bastonati se sono incapaci di farci guadagnare cento euro alle lotte di cani clandestini, oppure il bull terrier, altro cane dalla presa prodigiosa, rinchiuso nella cappelletta di una chiesa (crediamo) sconsacrata, e poi il classico dei classici della vecchia tradizione napoletana, i femminielli che oggi chiamiamo trans, in tutte le pose e situazioni, la migliore è sicuramente quella con il culo in bella mostra e con le bambine del quartiere che incuriosite parlano con lei (accompagnate dalle mamme) e lì in fondo è possibile vedere una bambinetta con il cestino delle offerte alla Madonna, il tutto a creare un quadretto di sporco lirismo che farebbe eccitare qualsiasi intellettuale partenopeo e no.

Ecco la città evidente di Mario Spada, macchiata dai nostri inutili commenti, a raccontare ciò che vediamo tutti i giorni, a farcelo (ri)vedere per l’ennesima volta, a ricordarcelo ogni santa volta che ci mettiamo lì a parlare della nostra città, dell’amore, dell’affetto, della genuinità dei rapporti, di come ci si aiuta tutti quanti, di come è sempre bello stare qui tutti insieme a scordarci del passato, perché del resto – e questo il principe proprio non lo doveva dire – siamo di Napoli, paisà.

 

Segnaliamo per dovere di cronaca che la Galleria 1Opera è il nuovo progetto espositivo di Largo Baracche Project. Il 30 novembre si è festeggiata l’apertura della nuova sede a palazzo Diomede Carafa in via S. Biagio dei Librai, Napoli.     

 

La città evidente

di Mario Spada

Galleria 1Opera

Napoli, dal 30 novembre 2012 al 6 gennaio 2013

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