“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Lunedì, 09 Dicembre 2019 00:00

“Dr. Nest”: vite allo stato puro

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C’era una volta un dottore, Dr. Nest, che mise piede a Villa Blanca, una casa di cura per malati di mente e di cuore (nel senso più romantico del termine), e quando ne uscì non fu più lo stesso.

Dr. Nest è uno degli spettacoli portati in giro per il mondo dalla compagnia berlinese Familie Flöz e attualmente in scena al Teatro Bellini di Napoli fino al 15 dicembre. I Familie Flöz sono ormai di casa per il pubblico napoletano che negli anni si è lasciato sedurre dal loro teatro puramente corporeo, dai silenzi, dagli slanci improvvisi di umanità e tenerezza, dalle maschere umanoidi divenute una cifra stilistica senza paragoni nel panorama internazionale.
Piccola premessa: se è vero come è vero che è difficile diventare Familie Flöz, ancor più ardua è l’impresa di rimanere Familie Flöz. Il rischio è quello di perdersi, di adagiarsi su se stessi, di non alimentare il fuoco sacro del dubbio e della riflessione sul genere umano. Pericolo scampato ancora una volta, dal momento che la compagnia tedesca ci conduce per mano nel mondo delle anime fragili, delle vite interrotte, delle umane alienazioni e lo fa con il tocco magico e delicato di sempre.
Sicuramente la storia portata in scena non è nuova al pubblico teatrale e cinefilo: il film del 1975 Qualcuno volò sul nido del cuculo aveva già dato voce agli ultimi e alle loro fragilità e l’idea era stata così appassionante e vincente da essere ripresa poi in numerosi spettacoli teatrali. Viene in mente il contemporaneo Pippo Delbono ma potremmo addirittura scomodare Erasmo da Rotterdam che nel 1509 dichiarava che “la vita umana, nel suo insieme, non è che un gioco, il gioco della follia”.
Tutto questo significa che il riferimento e l’attenzione all’umana fragilità non è una novità del ‘900 né del nuovo millennio e quindi neppure dei Familie Flöz. Ciò che sicuramente è nuovo e appartiene da sempre alla compagnia berlinese è lo sguardo disincantato e gentile, estasiato e dilaniato col quale sono portati in scena gli ospiti di Villa Blanca.
Uomini e donne che hanno interrotto le loro vite, che si sono fermati in un punto esatto, uno strappo, uno squarcio, una ferita oltre la quale è cominciato per loro il baratro.
Una donna che gira per le stanze della casa di cura con un asciugamano fingendo che sia un bambino in fasce: è una donna che ha perso suo figlio o non ha mai provato la gioia di essere madre?
Un uomo che non si stacca mai dal suo bongo e non riesce a fare a meno di percuoterlo continuamente, ma che va in tilt non appena sente rumori esterni e improvvisi. È abituato solo al suono del suo strumento o nasconde un trauma uditivo di cui non sapremo mai?
Il gigante buono che compare e scompare ripetutamente e che pur non avendo mai atteggiamenti davvero minacciosi incute paura a tutti. È felice o infelice nella sua solitudine?
Si potrebbe continuare a lungo con queste e altre domande senza giungere tuttavia alle cose necessarie.
Parimenti le scenografie e i toni scuri e ombrosi del palco riflettono l’anima dei personaggi: pareti mobili che si muovono continuamente a comporre, scomporre e ricomporre spazi. Spazi uguali a se stessi che diventano celle in cui non entra mai la luce. Porte che si aprono e si chiudono continuamente e da cui entrano ed escono le anime vaganti come in un vai e vieni da purgatorio dantesco.
E poi il silenzio. Un lunghissimo e mai estenuante silenzio che accompagna la precisione matematica dei gesti, scandisce i tempi, detta le regole del gioco, dona gentilezza persino ai burberi. Non una parola viene proferita nel corso degli ottantacinque minuti di pièce. Un silenzio religioso, senza tempo e senza pudore interrotto armonicamente dal suono di un piano suonato da uno dei pazienti della casa di cura.
C’è o non c’è uno spiraglio alla fine del tunnel?
La risposta tenderebbe inevitabilmente verso il no se non fosse che i personaggi brillano di luce propria. Lo sa bene Dr. Nest che in chiusura dello spettacolo non è più lo stesso, si sente perso e confuso e non più in grado di riconoscere persino sua moglie, la donna che lo ho inizialmente supportato ed accompagnato in questo percorso.
Cosa è accaduto a Dr. Nest?


“Giugno placherà i tuoi nervi
C'è una barca pronta
Dietro a un’altra pagina
Sfoga la tua rabbia
Nella rabbia dell’oceano
Forse c'è una spiaggia
Dietro a un’altra pagina
Ma come può accaderti questo?
Decolli a bordo del tuo letto
Stai tranquilla non è niente
È solo vita che entra dentro
Il fuoco che ti brucia il sangue
Quella è l’anima”.





Dr. Nest
di
 Fabian Baumgarten, Anna Kistel, Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler, Mats Suethoff, Michael Vogel
regia Hajo Schüler
co-regia 
Michael Vogel
con
 Anna Kistel, Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler, Mats Suethoff
maschere Hajo Schüler
musiche Fabian Kalbitzer
scene Rotes Pferd
costumi Masha Schubert
soudn design Dirk Schröder
disegno luci Reinhard Hubert
foto di scena Valeria Tomasulo
produzione Familie Flöz
in coproduzione con Theaterhaus Stuttgart, Stadttheater Wolfsburg, L’Odyssée Périgueux
con il supporto di HKF, Fondstransfabrik
finanziata da Hauptstadt Kulturfond
e da Fonds Transfabrik
durata 1h 25’
Napoli, Teatro Bellini, 6 dicembre 2019
in scena dal 6 dicembre al 15 dicembre 2019

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