“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Giovedì, 05 Dicembre 2019 00:00

L’emozione delle cose ancora possibili

Scritto da 

L’ultimo spettacolo del Teatro Valdoca è un “rito sonoro” di Mariangela Gualtieri, dal titolo Nostalgia delle cose impossibili. Si tratta, di fatto, di una rappresentazione poetica, di un dono lirico allo spettatore. La Gualtieri è sola sul palco di una Sala Assoli gremita e in ossequioso silenzio. È vestita d’intrecci di bianco e turchese. Con quel suo viso dolce e l’espressione timida sembra una fata e incanta delicatamente la platea. Un immobile, soave, effondersi di magia nello spazio sospeso. Braccia conserte, occasionale, lieve dondolio.
Il minimo indispensabile per un’esibizione che diviene sensazione di totalità interiore e percettiva.

Lo spettacolo vede alla regia il compagno di arte e di lavoro e di una vita, Cesare Ronconi, il quale con maestria impercettibile a noi profani prepara e gestisce lo spazio, le luci e i suoni lasciando un quasi vuoto perfetto affinché la poesia della Gualtieri echeggi.
Mi sono chiesta perché usare nel titolo il termine “nostalgia”, molto romantico, struggente ed evocativo. “Nostalgia” è una parola greca composta da νόστος (ritorno) e άλγος (dolore). Il dolore del ritorno, di ciò che è stato e non è più, di ciò che non è stato come avremmo voluto, anche. E in più si aggiungono le cose impossibili, che sono a mio avviso quelle dell’animo, quelle che si sentono in maniera speciale, quelle miracolose. Impossibili da trovare in questo mondo, impossibili da riprovare, se si è avuta la fortuna di averle sentite e vissute. Oppure impossibili, perché distanti nel tempo o perché non realizzabili e perciò recanti un dolore dell’incompiuto che però si percepisce ed è lontano, profondo come un solco d’aratro nel terreno... E infatti, a memoria, cito brandelli di poesie, dense di rammarico dell’inafferrato, di rimpianto per un passato dolce e intero, quando tutto era possibile, mentre ora, forse, tutto è irripetibile:

La mia disgrazia è il mio ornamento ora
L’antico me
Qualcosa di intravisto nell’attimo della rovina

Parole che danno il senso di un’interezza vissuta, ma non più presente, parole che dicono di un oggi amaro. Parole che lasciano però sempre uno spiraglio di bellezza possibile.
In questo rito, la Gualtieri unisce poesie già edite e note a poesie nuove, contenute nella silloge, da poco pubblicata: Quando non morivo. I due titoli, dello spettacolo e del libro, s’intersecano in un tempo imperfetto, in quanto vicino alla memoria e al cuore, pur se passato, e imperfetto in quanto irregolare, non ordinario, non preciso. Forse perfettibile, ma solo nel senso dell’ampliamento del vissuto, del suo unire dionisiaco e apollineo. È un’ipotesi, certo. Perché non vi è presunzione d’interpretazione della Poesia, né d’incasellamento di fonemi e loro evocazioni in categoria della logica o del pensiero. Si sentono nei versi di Mariangela Gualtieri una potenza arcaica e materica, la violenza dolce della fine, dell’esaurire ogni risorsa, ogni luce, la solitudine e la difficile sintesi con l’altro. Ma anche lo slancio inesauribile della vita umana che riesce a compiersi attraverso l’esperienza. Attraverso la Poesia:

Gli altri sono troppi, per me.
Ho un cuore eremita.
Sono impastata di silenzio e di vento.
Sono antica.
Mi pento ogni volta che vado
lontano dal mio stare lento
nelle velocità della sera,
nelle auto schizzate di pianto.
Col loro buio abitacolo.
E se sfreccio a volte
sulla modesta moto, è per cantare
a gola stesa l’ultimo del paradiso
fare il mio guizzo pericoloso
con tutto quel vento nel petto
seminare parole beate
nel panorama nervoso.

E:

Chiedimi ancora un dono: che la felicità non muti, che sia perfetta.

E se l’amore non c’è, se non basta – ci dice nella sua ultima opera – allora ci si inoltra nella natura. Si va nel bosco per ritrovarsi. E pregare. Senza fretta. Senza meta. Ci si riavvicina al proprio sé anche attraverso gli animali: Un falcone risveglia il proprio nome segreto, la chiave – forse – per trovare la propria strada nella vita, la connessione con sé e gli altri. E:

Ancora nella grande
gattesca pace. Qui.
Il frullío delle fusa
tremola l’aria. Protegge –
lo sappiamo –
alza tutto intorno
delicata imbattibile barriera.
E la mia testa quieta
Produce da qualche parte
un uovo
di bellissimo niente.
E questa voce.

Nella consapevolezza della presenza forte e ficcante del dolore, che mai abbandona le vite di chi vede, tocca e sente.

Varcherò la fessura del nero
l’involucro deposto –
sarò leggera e sola
muta e guizzante
tutta vestita solo
di un altro cielo.


... Ma che dà la forza dell’immaginazione, dello sperimentare, altri corpi, altre forme, altri luoghi, del ritrovare una speranza che trova ospitalità nell’essenza, non in una non intuibile o intangibile trascendenza.

Sono stata una ragazza nel roseto
una ninfa. Quasi fantasma che stava
scomparendo.
Sono stata una ragazza di 16 anni
distesa. Ho attraversato il deserto
rapidamente, quasi volando,
una statua di pietra del Buddha
dormiente, un Buddha di cenere
sono stata. Una donna appesa.
Sono stata un uomo duro e forzuto.
Un’eccentrica con un pesce in bocca
e poi il bambino dell’imperatore
del giardino orientale. Un albero
forse. Un topo. Un elefante
una lepre. Sono stata campo
di battaglia e una preghiera. Un papavero.
Un intero pianeta. Forse una stella
un lago. Acqua sono stata,
questo lo so. Sono stata acqua
e vento. Una pioggia su qualcosa
che ero stata tempo addietro.
Un giuramento. Un’attesa.
La corsa della gazzella. E proiettile
sono stata, freccia perfetta scagliata
catacomba. Un credo – un lamento.
Un bastimento fra onde altissime.
Forse anche il mare.
E dunque – di cosa dovrei avere paura
adesso.

Si evolve verso la bellezza, che è anche consolazione, con la bellezza della semplicità del gesto e delle parole, del silenzio della natura fitta e del connubio con ciò che ci circonda. Con la bellezza della preghiera al cielo e della trasformazione continua, dello sperimentare le varie parti di sé, senza perdere il proprio, unico, essere. E si evolve con il pensiero battente alla donna, simbolo di creazione e dolcezza:

Bambina mia,
per te avrei dato tutti i miei giardini
del mio regno se fossi stata regina,
fino all’ultima rosa, fino all’ultima piuma.
Tutto il regno per te

Una rivoluzione di fiori e di voli che non risolve il dolore con la fuga dalla realtà, ma che unisce elementi ultraterreni a quelli, materialissimi e al contempo magici, delle emozioni della vastità e inconoscibilità completa del mondo naturale e dei sentimenti per gli esseri viventi, umani e animali. E che non si stanca di cantare e sussurrare l’amore, il più grande motore della vita, origine e causa stessa della Poesia.

Sii dolce con me. Sii gentile.
È breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.
Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
e scorrere d’acqua e scatto
e becchettio e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno
dalla fioritura,
fino al pezzo di carne sulla tavola
che è corpo mangiabile
per il tuo mio ardore d’essere qui.
Ringraziamo. Ogni tanto.
Sia placido questo nostro esserci-
questo essere corpi scelti
per l’incastro dei compagni
d’amore

Un inno a viverlo e donarlo, l’amore, perché: “Nel disamore anche se fai, non è fatto”.





Nostalgia delle cose impossibili
rito sonoro di e con 
Mariangela Gualtieri
con la guida di Cesare Ronconi
lingua italiano
durata 55’
produzione Teatro Valdoca
Napoli, Sala Assoli, 22 novembre 2019
in scena dal 22 al 24 novembre 2019

Lascia un commento

Sostieni


Facebook