“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Venerdì, 29 Novembre 2019 00:00

“Skianto”: urlo muto sottopelle

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Il sipario si solleva, come velo di Maya, e disvela l’infanzia perduta di un bambino interiore cui non è dato crescere. Cui non è dato perdersi. Il protagonista, calzettoni giallo fluo, pigiama di Mazinga, imbracato ai lombi, volteggia, come un acrobata sospeso, o meglio, burattino, bimbo costretto a una sindrome di Peter Pan, nonostante i suoi un metro e ottanta e passa.
Questo incipit trapezista occorre per introdurre allo spirito di leggerezza (qualche volta naïf, qualche volta sguaiato, qualche volta patetico, ma sempre efficace) che è proprio di tutto lo spettacolo. Nonostante il tema affrontato. O forse proprio per questo.

Attraverso un fitto monologo di sessanta minuti (che però non si sentono, anzi) in un umbro che è una mezcla di tutti i dialetti, nel quale sembra di risentire l’eco del grammelot della giullarata di Fo sulla fame dello Zanni – i diti –, Timi (premio Lo straniero 2010 come ‘nome di punta del sistema culturale e spettacolare italiano’, già Ubu under 30 nel 2004) vomita un riflusso di coscienza joyciano e con questa tavolozza dipinge, con mano andante con b(r)io, il ritratto di questo giovane condannato a riluttare nell’acerbitudine, dando fiato alle lettere d’un condannato a vita in una casa di bambole, solo apparentemente afasico. Come l’ultimo uomo scimmia del Pleistocene cantato dal compianto Di Giacomo: “La mente vuole ma il labbro inerte non sa dire niente”. Ma la mente vuole, eccome se vuole. E quanto lo sapremo noi cui è dato subire, per bocca di Timi, la fitta sassaiola di quei pensieri (che solo i pessimi intenditori o i cattivi tecnici possono confondere con scarabocchi puerili), duri come petrose terzine dantesche. Perché la vita dell’omonimo Filippo personaggio, scritto dal Filippo autore e cui presta le carni (ma anche il passo, la voce, la mimica, il canto) il Filippo attore, è stata una stagione all’inferno, per questo Rimbaud umbro e umbratile.
Parla tanto questo cucciolo di bête humaine. Anzitempo, già prima di nascere, descrivendoci quando il padre, operaio invecchiato a sua volta precocemente per via della calce che gli ha succhiato la vita di dosso, ingravida la sua Pasifae in un’Aulide mittelitaliana. Fecondando lo spermino Filippo in un ovulo che non brilla per trasporto amoroso, nasce così, in un cimitero di girini albini che, prima di trapassare, si autoflagellano le teste idropone, con le loro code idrofile, abbracciandosi come amanti pompeiani. Da questo parto mostruoso non poteva che nascere un figlio straordinario, mandato sulla terra da un dio troppo umano, e quindi, per partenogenesi, viene messa al mondo una creatura bestiale (d’altra parte, La vita bestia è opera di questa bestia da stile), ma sempre divina. Ma questo figlio da tragedia greca non ha torso umano e corpo di toro (semmai si farà pasoliniano centauro onironauta nell’adolescenza puberale), ma cranio incassato e membra dall’incerto sgambettio. Che Timi sublima facendocelo volteggiare, in un’autonarrazione, a tratti metatestuale, quasi partecipe col pubblico, per quanto è viscerale la sua attorialità, sempre priva di gravità, nella forma, diversamente rispetto alla materia trattata. Con mani da Golia verde si sbrindella da sé, sbucciandosele fino alle nocche, quando ancora non lo legano al lettino, perché, scopre, provare dolore fuori lo allevia dal dolore che gli preme dentro (com’è con tutto quando non trova la via per esternarsi). Mani che non carezzeranno mai se non oggetti: ruvidi, come i palmi delle mani rese zigrinata pelle di squalo degli acrobati, che così possono carezzare solo di sbieco, di piatto, di dorso.
In una Macondo ineditamente perugina, periferia del piccolo borgo premodoreno dell’Italia degli ultimi, smoccolanti, scampoli di ’70, dal fondo della culla in cui è immobilizzato, l’enfant prodige al contrario, assiste, trascinandoci con lui, a un turbinio di personaggi che si succedono (il nonno analfabeta su tutti, che lo inizia al sesso decantandogli il suo doppio sverginamento a opera d’una professionista e del cambio della sua 600). Reali? Fittizi? Al piccolo Filippo (nome principesco per questo protagonista da fiaba moderna, novello Pinocchio, inchiavardato in una dimensione solipsistica, individualista a fortiori, privo di Lucignolo, Grilli parlanti, Gatti, Volpi e Mangiafuoco. Solo, nel suo mondo autistico, fra i campi deserti), dopo che l’iniziazione al mondo esteriore era stata tutta tattile, e poi canora (di quel canto a cui non può ambire), infine arriva dalla televisione commerciale degli edonici ’80, colonizzatrice del suo fervido immaginario, della sua mente spugnosa, impregnandola a secchiate di cartoni giapponesi, videoclip e discomusic, antesignana di quello che assurgerà al godimento massimo per l’uomo-massa mediatico la cui soglia d’attenzione scorre lungo un tweet o un meme: i video su Internet di gattini jedi e spot egiziani sul formaggio. Ed ecco, quindi, in una realtà che non lo accetta, il piccolo Filippo finisce per confonderla con un’irrealtà ben più comunicativa, innamorandosi del principe di Candy Candy, sognando che i ricci della Houston sostituiscano il suo caschetto inclemente à la Carrà o, peggio, à la Nino D'Angelo (che fa somigliare Timi al Goffredo di Montmirail del Reno de I visitatori), o di volteggiare sul ghiaccio, magari convolando a nozze danzanti, con un biondo vichingo, fra le culate generali del parentado. Tutto ciò viene evocato in uno spettacolo dove abbondano gli inframezzi, proiettati sul velo che cala o sullo sfondo, saturando e aggredendo i sensi dello spettatore di stimoli che si sovrappongono, trascinandolo con sé. Ma Timi, a differenza del suo alter ego, sul palco non è solo, e interagisce, spesso e volentieri, col suo coro greco, qui ridotto alla più gestibile forma di un unico componente ma che fa anche da pianobar. È, infatti, bravissimo e prezioso, Salvatore Langella. A stemperare, a smorzare, a riprendere e a ritessere le fila. A dare il tempo agli stralci di monologo, anche talvolta drammatici (non poteva essere altrimenti, si parla pur sempre della marginalizzazione del diverso, in questo caso diversamente abile), di decantare nelle teste pensanti del pubblico, sfibrato e sballottolato da quella gragnuola di colpi verbali. Parte da una cover italianizzata di David Bowie, passa per altri stornelli, sempre intonati, taluni persino malinconici, fino all’apoteosi del solo mimare, con voce off in playback, il gesto del canto (come il protagonista può solo mimare le capacità comunicative che gli precludono qualsiasi dialogo/incontro con la sua cerchia di famigliari, piccolo tribale clan di provincia composto da zia invadente, nonna, nonno, mamma e babbo), volto coperto da un mascherone di Ollio dalle fessure degli occhi nere, vagamente inquietante dapprincipio, visceralmente beffardo in seguito, quasi a ricalcare il Fassbender di Frank.
E come non citare la scena dell’ospedale, quasi da Grand Guignol dell'immaginario, kafkiana (ma anche bergonzoniana) nel suo non sense eppure così cruciale, in questo bambino interiore in cui l’esterno combacia con l’interno, per condurlo alla rabbiosa epifania del momento culminante del gran finale travolgente.
Si ride tanto, in questo spettacolo, e di pancia. Timi è un virtuoso, mattatore trascinante, fra un cambio d’abito e l’altro, illustrandoci la crescita di questo infante distorto, cui nessun Don Bosco ha saputo riconoscere il talento, come da parabola del Vangelo di Matteo, che non ha trovato nessun insegnante di sostegno o assistente sociale a traghettarlo dall’incomunicabilità al mondo esterno.
Strizza l’occhio al cabaret, Timi, innaffiato di verve fassbenderiana, o alla standupcomedian cinica e iperbolica, col gusto del paradosso, recuperando la tradizione del teatro di svago dalla risata a bocca aperta dell’avanspettacolo. Non lesina e non trattiene niente, nel tentativo di fare un teatro, anche crudele, come quello artaudiano cui si ispira. D'altra parte la materia si presta, perché, altrove altre menti avrebbero potuto narrarla come la storia di un elephant man, di un freak, isolato, tenuto appartato, incompreso da genitori non in grado di riconoscerne i doni, in una società solo apparentemente tollerante ma che ghettizza il diverso, il non omologato, l’incesellabile figlio, quando abbia un’intelligenza sua, propria, diversa (ché le intelligenze sono tante, ma il nostro sistema, scolastico e non, ne apprezza e valorizza solamente una: quella razionalmente borghese, pragmaticamente utilitarista, economicocentricamente monomaniacale), eppure la resa che Timi adotta è una che sia facile, anzi, facilissima al riso: che sconvolga o coinvolga, ma sia destinata a non lasciare, indifferenti, ingessati sulla poltroncina.
Timi ci stacca tutti. Mentre pedala inforcando una cyclette e sciorina parole. Mentre pattina, vestito come il peggiore Elvis o più pacchiano di qualsiasi Liberace, e ci infiocina di versi. O ancora, mentre avviluppato da un chiarore cremisi e non più dalle due strobosfere (cruciale il gioco di luci di Gigi Saccomandi, almeno quanto gli abiti di Fabio Zambernardi), s’improvvisa un Nesso lubrico e lussurioso, scalpitante e sbuffante. Il desiderio, tenerissimo, di una carezza, espresso dalla prima infanzia, per lui che il solo dialogo inintelligibile col mondo era affidato al senso del tatto, crescendo, infatti, si è transustanziato in un desiderio famelico di bocca, fame di una moltitudine di corpi, stanco di questo sofferto desiderio d’amore, tipico di quando il romantico volge al gotico orrorifico, quando l’amore, che non conosce resi, marcisce e si fa pulsione di godimento rabbiosa e schiumante. In una prova d’attore impegnativa e riuscita, perché anche quando imperfetta comunque è sempre audace, in questa maratona in cui corre solo contro se stesso, Timi ci brucia, non ci fa sconti. D’altro canto, lui sembra non spossarsi mai, nel suo rodeo personale, come fosse nell’arena di un circo, fino a che non trova il suo epilogo inerpicandosi su una sedia, in un dialogo, prima e unica volta, di voce e controvoce, in un’efficace parodia della Lollobrigida di Comencini in salsa queer, che strappa le ultime risate.
Troppo facile lasciarsi andare alla suggestione tentatrice che Timi abbia attinto al suo passato per caratterizzare il suo personaggio, lasciandosi andare all’innesco associativo, di quanti conoscono un poco il suo vissuto privato, identificando la balbuzie autobiografica con l’afasia di finzione, o del differente orientamento sessuale con il diverso tout court. Ciò nulla rileva e niente importa né apporta al godimento libero di questo spettacolo, che tanto in fretta passa, quanto a lungo si rapprende nella memoria dello spettatore. Ci resta, questo personaggio, e il suo interprete, segnandoci e accompagnandoci, per un poco, perché, tramortiti anche da alcuni bellissimi lirisimi di cui è capace la penna felice di Timi, alla fine, ci ritroveremo gli occhi invasi di umor vitreo, impossibile discernere se si tratti di lacrime di riso feroce o vivida commozione. L’una e l’altra, alla fine, pari son.





Skianto
di e con Filippo Timi
e con Salvatore Langella
luci Gigi Saccomandi
costumi Fabio Zambernardi
canzoni Filippo Timi, Salvatore Langella
assistente alla regia Daniele Menghini
produzione Teatro Franco Parenti
in coproduzione con Teatro Stabile dell’Umbria
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Teatro Bellini, 26 novembre 2019
in scena dal 26 novembre al 1° dicembre 2019

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