“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Sabato, 30 Novembre 2019 00:00

“La valle dell’Eden”: come Latella rilegge Steinbeck

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Sono trascorsi diversi giorni da quando La valle dell’Eden, adattamento teatrale di John Steinbeck per la regia di Antonio Latella, ha debuttato il 6 novembre al Teatro Arena del Sole, che lo produce e ora, mentre ne scrivo, è già in tournée. Molto atteso dal pubblico bolognese, lo spettacolo è stato preceduto da un anno di appuntamenti con la lettura a puntate del romanzo dello scrittore americano − titolo originale East of Eden − da cui la drammaturga Linda Dalisi, insieme al regista, hanno tratto la materia scritta di quello che è risultato un “kolossal” teatrale.

Faccio due premesse. La prima: non ho letto La valle dell’Eden. Di Steinbeck conosco, da altre letture, la mirabile capacità di trasformare il quotidiano in capolavoro, l’ordinario in straordinario attraverso la scrittura del paesaggio americano, protagonista al pari dell’inconscio dei personaggi, anch’esso descritto in toni paesaggistici. La perlustrazione dell’anima umana attraverso una lingua che dosa magistralmente realismo e immaginazione, ha fatto di questo autore un premio Nobel nel 1962, a dieci anni dall’uscita dell’opera che lui considerò come il suo “unico libro”, la storia del bene e del male, East of Eden.
Viene la seconda premessa: di Antonio Latella ho visto solo Natale in casa Cupiello al suo debutto, nel 2014, all’Argentina, che ricordo soprattutto per lo stile recitativo eclettico, per una certa smodatezza dei costumi e degli elementi di scena, per l’ascesa tonale, per i cambi di atmosfera tra un atto e l’altro. Si trattava di uno spettacolo controverso, quasi opera lirica nel finale: una natività espressa nel nudo, misero e adulto, del protagonista Luca Cupiello, giacente in una mangiatoia a sua misura, riscaldato da un vero bue e un vero asino.
Conscia delle lacune con cui mi sarei ritrovata a scriverne poi, ma con l’entusiasmo che prepara la scoperta, ho affrontato la maratona de La valle dell’Eden. Su tali presupposti ho fondato la mia aspettativa nei confronti di questo rifacimento di un super-classico americano che racconta, attraverso le vicende della famiglia Trask, il passaggio dall’Otto al Novecento, gli stravolgimenti socio-culturali e gli strascichi della metamorfosi storica americana, basandosi sul racconto di Caino e Abele, da cui ha origine la narrazione della natura umana nella Bibbia.
Presto l’aspettativa è stata disattesa: non ho ritrovato sul palcoscenico quel Latella che ricordavo e nemmeno Steinbeck come lo conoscevo. Ho trovato, invece, un tono moderato, una recitazione asciutta, un’estetica fotografica (o cinematografica) messa in costante confronto con la dichiarata finzione della scatola teatrale. E proprio in questo contrasto ho scoperto la bellezza dell’opera che − per quanto manchi dei guizzi, degli scossoni tragici, che mi aspettavo avrebbero dato ritmo alla vicenda − ha una facoltà importante: quella di lasciare allo spettatore la possibilità della scelta. Assoggettandolo, solo apparentemente, nell’atto passivo di guardare un flusso continuo (perché esteticamente perfetto) come quello del cinema, lo rende, invece, protagonista attivo, restituendogli una certa dignità.
Mentre costruisce la scena totale come una inquadratura esatta che miri, senza pause spaziali, all’occhio di chi guarda, la regia costringe lo spettatore a rimanere vigile cogliendolo in flagrante (con una battuta a lui rivolta che spezza il flusso recitativo) mentre distratto osserva il cartello verde che indica l’uscita di emergenza in fondo alla scena, sprovvista di quinte. Oppure mentre, assorto, presta attenzione alle parole del protagonista Adam Trask (interpretato da Annibale Pavone) ma che, invece, sembravano provenire da lui; tradito dall’amplificazione delle casse − anche quelle a vista − lo spettatore è impedito a fare affidamento sul labiale perché Adam è girato di spalle, dall’inizio dello spettacolo fino a metà del secondo atto (per più di cinque ore, quindi).
Questi elementi insidiano la perfezione estetica creata come piccole molecole d’imperfezione. “Ma perché il Dio che tutto sa creò l’imperfezione al centro del suo Eden?” scrive Antonio Latella nelle note di regia mentre si confronta con la narrazione di un Eden pervaso da difetti e vizi (violenza, possesso, gelosia, ambizione, tradimento) come lo descrive Steinbeck ricollocandolo nella valle del fiume Salinas, in California. “Solo per essere chiamato?” continua. E queste domande che appaiono tanto mistiche affrontano, invero, un problema che sta alla base del fare artistico: che ruolo ha la regia contemporanea? Che ruolo lo spettatore?
È proprio in quei dettagli che tradiscono la finzione teatrale, che si frappongono tra noi, che siamo reali, e il palcoscenico − luogo dove tutto è possibile − che riconosciamo la mano del regista, come nella ruvidità della corteccia di una quercia riconosciamo l’atto della creazione.
Forse anche nell’Eden è l’imperfezione che dà all’uomo il libero arbitrio? La parola “Timshel”, tradotta come “tu puoi”, che Dio rivolge a Caino condannandolo all’esilio gli offre una possibilità di redenzione di cui lui solo è responsabile. Non il destino, non la divinità, ma l’uomo.
Su questo tema Latella e Dalisi basano la riscrittura. Adam Trask è il frutto della colpa di chi l’ha generato: la sua colpa, e quella del fratello Charles, si è trasmessa da padre in figlio e ha attraversato le generazioni ricadendo sui suoi figli, Caleb e Aaron. La storia di Caino e Abele si ripete senza soluzione di continuità e più viene sviscerata, più i protagonisti si rendono consapevoli di poter scegliere tra bene e male.
Noi cosa scegliamo?
Scegliamo dove posare lo sguardo, a cosa prestare attenzione, ci assumiamo la responsabilità di essere distratti dalle luci della sala che restano soffuse fino alla fine, o di dare peso a uno o più dettagli. Quando, dopo poco dall’inizio del primo atto, un enorme muro di legno scende a invadere il palcoscenico e il nostro campo visivo si trasforma in una panoramica (cinematografica), siamo costretti a scegliere se osservare quello che accade davanti al muro, sul proscenio, o dietro di esso. Tutti gli interpreti infatti si muovo liberamente sul palcoscenico, parlandosi attraverso il muro, fronteggiandosi come se questo non esistesse. È, in effetti, un muro simbolico che rappresenta la rottura del legame tra fratelli, Charles e Adam, e anticipa la partenza del secondo verso la California, il suo trasferimento nella valle del Salinas, alla ricerca del proprio Eden. Davanti al muro Adam, sempre di spalle, sceglie il suo destino. Ma dietro al muro tutto continua ad accadere: emblematico in questo senso il parto di sua moglie Cathy che dà alla luce due grosse pietre proprio come la terra dove Adam è nato e cresciuto, che partorisce solo pietre e rende difficile il raccolto, e da dove sta per fuggire.
Nel secondo atto la casa, luogo dei peccati e dei sogni, che fino ad ora era stata solo immaginata e evocata da Adam si manifesta: scendendo dall’alto come prima aveva fatto il muro, un grosso scheletro di casa in ferro invade per metà il palcoscenico e l’azione non perde il suo dualismo formale passando da davanti-dietro al muro a dentro-fuori le mura domestiche. Dentro c’è la madre, Cathy, fuori i suoi figli, da lei abbandonati, Caleb e Aaron che rivestono di listoni bianchi tutto lo scheletro della casa durante lo svolgimento della trama.
Quello che stanno costruendo è un filtro e una tomba. La tragedia, ovvero il suicidio di Cathy, avviene infatti dentro casa e si consuma lontano dagli occhi dello spettatore, quando “le mura” sono quasi totalmente in piedi. Ora la luce in sala, che si era spenta a sancire la tragedia, si riaccende: entrano in scena due macchinisti con i caschetti anti-infortunio e una impalcatura per rivestire le parti rimaste scoperte dello scheletro e per alcuni minuti noi non vediamo che questo. Dopo un incidente, una calamità naturale, una morte, c’è un tempo di durata variabile in cui i sensi sono ancora confusi: proviamo dolore e compassione ma proviamo anche una forma di piacere, non del tutto celato, nel vedere arrivare i soccorsi, nel vedere spalare fango, cercare tra le macerie, ricostruire. Qui non vediamo che questo: la realtà di ciò che siamo rivelata attraverso una dichiarata finzione.
Nel finale di fronte al candido mausoleo di Cathy la narratrice (Candida Nieri) interviene, come un messo dell’antica tragedia greca, a dirci l’epilogo: con tanta dissonante naturalezza inforca gli occhiali e legge dal testo l’ultima pagina della storia. Siamo tornati alla realtà dalla quale abbiamo tentato di sfuggire, rifugiandoci in teatro per mezza giornata, allettati dall’idea di stare al buio.





La valle dellEden
di
John Steinbeck
traduzione Maria Baiocchi, Anna Tagliavini
adattamento Linda Dalisi, Antonio Latella
regia Antonio Latella
con Michele Di Mauro, Christian La Rosa, Emiliano Masala, Candida Nieri, Annibale Pavone, Massimiliano Speziani, Elisabetta Valgoi
scene Giuseppe Stellato
costumi Simona D’Amico
luci Simone De Angelis
musiche e suono Franco Visioli
assistente al progetto artistico Brunella Giolivo
assistente alla regia volontario Paolo Costantini
direttore tecnico Robert John Resteghini
direttore di scena e capo macchinista Lorenzo Martinelli
macchinista Riccardo Benecchi
capo elettricista Lorenzo Maugeri
fonico Chiara Losi
fonico di palco Hania Radecka
sarta realizzatrice Cinzia Virguti
sarta Simona Paganelli
trovarobato Alessandra Biondi
scene costruite nel laboratorio di Emilia Romagna Teatro Fondazione
responsabile e capo costruttore Gioacchino Gramolini
costruzioni in ferro Marco Fieni, Riccardo Betti
macchinisti costruttori Sergio Puzzo, Gianluca Bolla
scenografi decoratori Ludovica Sitti (capo), Lucia Bramati, Sarah Menichini, Benedetta Monetti, Rebecca Zavattoni
grafica Marco Smacchia
documentazione video a cura di Lucio Fiorentino
foto di scena Brunella Giolivo
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Metastasio di Prato, Teatro Stabile dell’Umbria
lingua italiano
durata 5h 40’
Bologna, Arena del Sole, 16 novembre 2019
in scena dal 6 al 17 novembre 2019

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