“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Domenica, 24 Novembre 2019 00:00

La guerra è uno scambio... alla pari?

Scritto da 

“Se sulla guerra vuol campar
Qualche cosa gli dovrà dar”
.


 
Che cosa chiede la guerra in cambio? Sacrificio, disciplina, uomini. Vittime. Coraggio.
E Madre Courage ne ha da vendere, di coraggio e di sacrificio. Ed è una vittima, una sopravvissuta.
È lei a prendere la parola per prima sul placo, lei al centro del palco, affiancata da quelle che man mano si scopriranno essere le altre figure della rappresentazione. Lo sguardo compie una carrellata veloce, incuriosita da quelle figure di spalle su un fondo che appare nero, ma si sofferma su quella centrale, che spicca per il colore rosso della pelliccia.

Il primo pensiero è di trovarsi di fronte a uno spettacolo di cabaret quando lei inizia a cantare, ma poi si spoglia di quella pelliccia rubata.
Lei è Madre Courage e veste di stracci.
L’interesse cresce, lo sguardo si fa più attento l’idea iniziale viene stravolta per ritrovarsi al seguito del carro di Anna Fierling e i suoi tre figli durante la Guerra dei trent’anni. Questa figura di donna si mostra immediatamente in tutta la sua prominenza scenica e di temperamento, con una parlantina sferzante ma imbonitrice, un tono di voce tonante e una capacità di venditrice non comune. Perché lei è una commerciante che ha fatto della guerra il suo business; insieme ai suoi tre figli viaggia al seguito degli eserciti e usa il suo carro come bottega. Si muove come si sposta la guerra, vincitori o vinti, cattolici o pretestanti per lei non fan differenza, basta che siano pagani. Che paghino.
Ma per campare sulla guerra, qualche cosa gli devi dire al brigadiere. E sarà proprio quello il momento esatto in cui si paleserà una forte contraddizione: lei sulla guerra ci vive, ci guadagna, quasi la osanna e spera non abbia mai fine per poter dare da mangiare ai figli. Gli stessi figli che vedrà miseramente morire. Per la guerra. Quegli stessi figli che tenta di proteggere perché non adatti a combattere: uno è furbo ma non ha forza; l’altro è troppo onesto tanto da apparire stupido e poi c’è la femmina, brutta e pure muta, che quasi quasi è un pregio perché non ti metti nei guai.
Eilif deciderà di arruolarsi e farà carriera con le sue gesta poco eroiche ma piene di inventiva, finché non arriverà la pace e lì rubare diventa reato.
Schweizerkas morirà per la sua onestà.
Kattrin per la sua bontà.
Loro sono le offerte che Madre Courage farà alla guerra in cambio della sua sopravvivenza. Sono vittime delle loro virtù, perché “dove occorrono virtù così grandi, vuol dire che c’è qualcosa di marcio. In un buon paese non ci vogliono virtù, tutti possono essere gente qualsiasi, d’intelligenza media, e, sissignore, anche dei vigliacchi”.
Il capolavoro brechtiano rivive grazie a Paolo Coletta con un linguaggio modernizzato ma non snaturato. La scenografia viene ridotta ai minimi termini: solo una cassa, e una parete alle spalle degli attori, leggermente piegata in avanti, riflettente e deformante, con un foro al centro che funge da luna, da voce fuori campo che riprende la sceneggiatura originale e dà indicazioni circa il contesto e le azioni e anche da occhio: forse di Dio o di osservatore giudicante dei comportamenti e del destino dell’uomo. Centrale è anche la musica, moderna e quasi allegra quasi a voler sdrammatizzare la storia, forse eccessiva perché distoglie l’attenzione. C’è un ma.
L’elemento che, infatti, sin dall’inizio si fa spazio è quello dello straniamento, tipico di Brecht: proprio la musica insieme al riso, o meglio al sorriso che alcune scene strappano per alcuni scambi tra i personaggi comici, e il dramma mancato creano una distanza dello spettatore dalla vicenda, dalla sua immedesimazione nelle vicende. Ma lo straniamento è dato anche dalla figura principale di Madre Courage, rappresentazione delle classi povere che devono cercare ogni mezzo per andare avanti, ma soprattutto emblema della guerra che di ideologico ha ben poco, perché è tutta una questione di interessi, di guadagno e di potere. Nulla è cambiato al giorno d’oggi, e questo rende il testo universale, adattabile e declinabile in ogni epoca; attuale. Durante tutta la rappresentazione Anna appare sopraffatta dal dolore e dalla stanchezza soltanto in due occasioni, alla morte di due figli, ma è solo un attimo fugace. Il corpo si affloscia, rimane in silenzio, ma subito dopo ritorna battagliera. La sua voce, quella della meravigliosa attrice Maria Paiato, risuona tonante e sicura. Bisogna andare avanti, la guerra è ancora in corso e si deve guadagnare.
È un personaggio apparentemente contraddittorio, forse fastidioso perché è una donna che vive bene solo se c’è la guerra, se si possono fare affari. È in bilico tra il ripudio nei confronti di tanta morte, come qualsiasi morale impone, e la sua esaltazione solo nel momento in cui questa può portare qualcosa a lei e alla sua famiglia. E la sua capacità di venditrice è anche la sua una virtù. Ma anche qui c’è qualcosa di marcio. È quasi impossibile accettare il desiderio della donna che la guerra continui a lungo perché in tempo di pace tutti si ingozzano e ogni cosa non vale niente, ma quando arriva la guerra tutto si tiene in ordine e si contano le perdite. Diventa simbolo di un’umanità mostruosa, senza anima come lei stessa dirà al cappellano, che scende a patti con il dolore e la morte distaccandosi da essa. E non è forse straniamento questo? Lei riesce a guardare la sua soddisfazione negli affari dal di fuori, con distacco, così come la morte dei suoi figli perché la sua esistenza, quella precisa esistenza, è qualcosa di naturale e necessario in quel determinato periodo storico.
Questa mostruosità sembra manifestarsi anche nel rapporto con i figli, in particolare con Kattrin, interpretata da Ludovica D’Auria: bravissima nel suo ruolo perché riesce a esprimere tutto attraverso la mimica facciale e lo sguardo, il mio, diverse volte si è lasciato distrarre dal centro della scena per soffermarsi su di lei, in particolare sui turbamenti di una giovane donna che non ha ancora fatto i conti col suo corpo e con l’amore, considerata troppo poco. Ma qui non c’è spazio per queste piccolezze, per il ruolo di madre e figlia nel senso più tradizionale del termine.
Il teatro epico di Brecht viene qui reso fedelmente dal regista: i fatti vengono rappresentati oggettivamente perché compito dello spettatore è quello di analizzarli dal proprio punto di vista. Il dramma, il pathos, a cui il nostro sguardo è abituato, non si compie e in questo modo non ci viene imposto di provare determinate emozioni o sentimenti. È una forma di libertà. Libertà di accettare quel che ci viene presentato, o rifiutarlo; di storcere il naso, adirarsi o comprendere le azioni e le parole. Una libertà e uno straniamento che confondono anche chi ha uno spirito critico e uno sguardo maggiormente sviluppato, o meglio addomesticato a non lasciarsi avvincere da ciò che gli altri vogliono farci vedere e credere. Forse è qui la forza di questo testo ma soprattutto dell’utilizzo di una musica che rende tutto più leggero, quasi da musical, e da una costruzione dei personaggi così poco ordinaria.
È qui la funzione, e la forza, del teatro epico di Brecht, il turbamento che vuole creare per obbligare lo spettatore a ritornarci, a cercare una risposta. Esattamente come ha costretto me a rileggere e a scrivere, lasciandomi una sensazione di non concluso, di sbagliato e di non abbastanza. Indubbia la bravura degli attori e la fedeltà che viene restituita al testo, ai temi e al pensiero dell’autore, ma la sensazione a luci accese è quella di aver assistito a uno spettacolo godibile. Forse è questione di gusto, di abitudine. Forse, è lo scopo stesso del teatro.





leggi anche:
Roberto Cirillo, Madre Courage... fatti ammazzare! (Il Pickwick, 19 giugno 2019)





Madre Courage e i suoi figli
di
Bertolt Brecht
traduzione Roberto Menin
drammaturgia musicale e regia Paolo Coletta
con Maria Paiato, Mauro Marino, Giovanni Ludeno, Andrea Paolotti, Roberto Pappalardo, Anna Rita Vitolo, Tito Vittori, Mario Autore, Ludovica D'Auria, Francesco Del Gaudio
musica Paul Dessau
scene Luigi Ferrigno
costumi Teresa Acone
light designer Michelangelo Vitullo
sound designer Massimiliano Tettoni
luci Michele Lavanga
fonica Riccardo Cipriani
organizzazione e distribuzione Massimo Tamalio
foto di scena Fabio Ruggiero
produzione Società per Attori, Teatro Metastasio di Prato
in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival − Napoli Teatro Festival Italia
lingua italiano
durata 2h
Napoli, Teatro Bellini, 19 novembre 2019
in scena dal 19 al 24 novembre 2019

Lascia un commento

Sostieni


Facebook