“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Giovedì, 07 Novembre 2019 00:00

Addio Vallo bella, l’anarchico va via

Scritto da 

Li riconosci, gli anarchici. Da come invecchiano. Come e più di qualsiasi altro iniziato d’un credo politico (quei pochi che restano) ma, con l’età, un anarchico stacca gli altri, e si rende vieppiù identificabile. Vien da dire che un anarchico (o un’anarchica) ha uno smalto tale, a rivestirne la tempra, che con l’usura del tempo resiste meglio. Non la lavi via di dosso a qualcuno, l’anarchia. A nulla possono, lavoro, famiglia, imborghesimento, rammollimento, delusioni. O meglio, possono sì, ma meno.

Invecchiano meglio gli ideali anarchici, si sa. Quando glielo lasciano fare.
Se ti sei mai imbattuto in un anarchico, a Napoli, allora prima o poi il nome di Mastrogiovanni sicuro sarà saltato fuori. Con rimpianto, con sospiro, con uno sguardo lanciato lontano a inseguire lo sbuffo di una sigaretta o per cacciar via, non visto, un bruscolino dall’occhio.
Invecchiano meglio gli anarchici. E loro, gli antianarchici, lo sanno più di tutti.
Perché a Mastrogiovanni il lusso di invecchiare non è stato concesso. Se Pinelli è stato defenestrato, però, Mastrogiovanni è stato affogato. Dopo una fuga per eccesso di velocità, infatti, si è rifugiato in alto mare. Ha resistito finché ha potuto. Cantato per tenersi a galla (‘Addio Lugano bella, gli anarchici van via’). Affogherà quattro giorni dopo. Ma non in mare, no. Non ha resistito tanto tempo. È affogato in un letto d’ospedale. Senz’acqua. Dall’interno.
Anche gli antianarchici, quelli che gli anarchici li sopprimono, invecchiano bene. Invecchiano anzi, benissimo. Forse perché, visto come sono partiti, non potevano che migliorare. Invecchiano, placidamente, nei loro letti. Assistiti e non solo. Non affogati, ma per cause naturali. Non si fanno nemmeno la galera (ma la fanno fare). Nemmeno quando ammazzano. Nemmeno quando omettono di soccorrere qualcuno. Impuniti, anche quando legano qualcuno a un letto. E ce lo lasciano per ottanta ore. Anche quando non gli danno da mangiare. O da bere. Per ottanta ore. Roba da Auschwitz. Roba da Guantanamo Bay. Roba da Seven. Roba da Goebbels. Roba da Vallo della Lucania.
Sì, perché quanto è occorso a Mastrogiovanni non è accaduto ad Arkham Asylum, e lui non era il Joker. Non ha dato vita a un movimento violento di massa di disobbedienza antiautoritaria. Perché questo non è un film, e con tutta probabilità non lo sarà mai (perché lo è già stato ma difficilmente vi sarà capitato di vederlo o di sentirlo nominare). Mastrogiovanni non è Cucchi e gli anni di oggi non sono quelli di Dario Fo e Franca Rame, o quelli di un Montaldo e di un Volonté. Eppure, nonostante ciò, a qualcuno cui fregasse di Mastrogiovanni pure è accaduto di incontrarlo.
Orazio Cerino (1980) e Mirko Di Martino (che ne è il direttore artistico) hanno inaugurato la nuova stagione del TRAM con quest’opera, già passata per il Napoli Teatro Festival: Il maestro più alto del mondo (la vocazione, Mastrogiovanni, l’aveva già nel nome). Si tratta di un monologo. Un one man show. Forma adatta perché solo muore Mastrogiovanni e solo resta, sul palco. E l’eco del silenzio cui è stato irrimediabilmente ridotto ci arriva ancora. I fatti ci vengono ricostruiti, puntuali, dal solo Orazio Cerino che interpreta narratore e i vari interlocutori. I poliziotti che l’arrestano. La nipote che non riesce a vederlo. Gli infermieri che lo legano. I dottori che gli negano tutto. Infine il compagno di stanza. Ma lui, no. Non fiata, afasico. Perché, chi può dire cosa abbia pensato, cosa sia passato per la testa di Mastrogiovanni, in quelle interminabili ore, mentre agonizzava? Quel che sappiamo è solo quello che ci hanno riportato i testimoni. Ovvero che cantava Addio Lugano bella mentre in alto mare provava una ridicola resistenza all’arresto. E le parole che ha proferito quando, prima di esser ridotto in ospedale, senza opporre alcuna resistenza, ha detto, al concierge del residence che ben lo conosceva, al punto da avergli affidato la nipotina la sera prima: “Se mi portano a Vallo della Lucania, mi ammazzano”. Quando si dice una profezia che si (auto)avvera.
Orazio Cerino (Era giovane e aveva gli occhi chiari, di Giovanni Mazzitelli, 2018) è bravo, si carica da solo tutto lo spettacolo. Fino in fondo. La scarna (ma efficace) scenografia di Gilda Cerullo e Renato Lori (assistite da Grazia Iannino e realizzata dagli allievi di Scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Napoli) se la carica addosso. Microfono per imitare la radio della polizia. Cassettina per sedersi. Cartellina dove leggere il referto medico. Fino alle sbarre di ferro, che si sollevano da terra, come una tortura medievale, chiudendosi sempre più intorno al corpo martoriato, defustellandosi ed ergendosi, come spogli alberi di ferro, dita nude, come una trappola per topi, striando il viso di Orazio Cerino di lunghe ombre cupe, come le sbarre dietro cui tanti (e tante) continuano a morire senza che noi lo sappiamo. Ogni tanto volge lo sguardo a lato, Cerino. Non fissa il vuoto, ma l’orrore, che resta ai confini della finzione, lo assedia, non viene mostrato. Gli basta solo di affacciarsi. Una luce verde funnaco gli riga il profilo. E un rumore cupo e ossessivo, come qualcosa che si trascina, ne interrompe il flusso di parole. Quando non si affida a meccanismi drammaturgici da teatro civile tradizionale moderno, quali la ripetitività o l’elenco pedissequo di dati, nel conferire l’algida freddezza della scientificità (strizzando l’occhio a Celestini o Paolini) Mirko Di Martino dà il meglio della sua scrittura. E non poteva non farlo, perché non c’è causa più meritevole. Tocca l’apice al climax finale, quando il compagno di corsia di Mastrogiovanni ne racconta la fine. O meglio, la ricostruzione della fine. Lo fa ricorrendo a una descrizione compiuta, anatomicamente feticistica, di come sono collassati i polmoni di Mastrogiovanni. Per aumentare la drammatizzazione ricorre alla ridondanza, salendo ogni volta di un’ottava, come cerchi concentrici che si stringono sempre più, fino a raggiungere il parossismo. Mollate le briglie, la recitazione erompe, si fa convulsa, ricalcando la sensazione di un corpo cui l’aria viene a mancare, con battute sempre più gridate e brevi, come i respiri boccheggianti. Come un pesce rosso saltato fuori dalla boccia di vetro, Mastrogiovanni è trapassato così. In silenzio. Senza dire niente. O senza nessuno che potesse ascoltarlo. Al posto delle parole ha lasciato un rivolo di schiuma rossa all’angolo della bocca e lo sguardo perso, verso l’orrore verde, il vuoto dove appuntano il loro, gli anarchici, che cantano di Galeoni e balbettano Kropotkin, quando gli chiedi di Mastrogiovanni.
Orazio Cerino tace. Silenzio. Lungo. Sapevamo della fine ma non potevamo sentirla. Ora la sentiamo. Dentro. Tutta. Pur nella sua irriproducibilità. Ci monta intorno assordante. Dopo che la schiuma ci ha riempito ogni alveolo, può accadervi che il pianto vi si strozzi in gola. Diceva Herling (cui è da poco ricorso l’anniversario, degnamente festeggiato), polacco trapiantato a Napoli, che più il grido della sirena, in Kafka, ciò che terrorizza è il suo silenzio. Il silenzio pieno di tensione che sopraggiunge quando non c’è più altro. Perché quella di Mastrogiovanni è una storia kafkiana, di un uomo che ha avuto in spregio, tutta la vita, il potere che opprime. Un anarchico solidale, quindi non individualista, quindi non un anarchico di questi tempi individualizzanti, in cui il potere si è fatto anarchico e l’anarchico si è fatto individualista. E il potere, Mastrogiovanni, l’ha conosciuto bene. Ne aveva fatti altri di T.S.O., in quest’Italia da Basaglia addomesticato. Ha incontrato il potere dell’indifferenza, dell’incuria, del menefrego, dello spetta a un altro e non a me. Che la legge impietosa di Kafka, qui in Campania, non la si incontra solo nei tribunali o nelle caserme (lì sì, ma solo gli sventurati che ancora militano), ma negli ospedali, dove tutto si fa meno che provare a curare. Avere cura. Empatizzare. Nulla di tutto ciò ha potuto conoscere Mastrogiovanni, fra dottori che non gli chiedevano niente, infermieri che lo cateterizzavano o lo costringevano in quei lacci imbottiti che non avrebbero dovuto eppure gli sfregavano i polsi e le caviglie, che gli porgevano acqua che non riusciva a raggiungere, o riportavano indietro vassoi di cibo intonsi senza chiedersi un perché.
Ma è morto peggio che in un romanzo di Kafka, Mastrogiovanni. Ne Il processo, infatti, Josef K., ingarbugliato in una fitta maglia di nonsense, fra la burocrazia e la legge che rappresenta l’insensatezza della vita portata a sistema, dopo varie vicissitudini, trova la morte in un campo. Mentre cade a terra sotto i colpi dei suoi boia, sulla sua retina si imprime, in lontananza, una finestra illuminata, con un osservatore che lo guarda. Secondo alcuni anche il Kafka più disperante non ha voluto negare al suo sfortunato protagonista, un testimone, qualcuno che raccolga il ricordo gettato dell’ultimo respiro, come la vita che fa lanciare l’ultimo seme all’impiccato, o il nome che urlano i migranti, mentre affogano in quello stesso Mediterraneo dove era corso, in cerca di rifugio dalle autorità costituite, dai rappresentanti dell’ordine, il nostro Mastrogiovanni/Martin Eden. A lui nemmeno questo è stato dato: qualcuno che custodisse il suo ultimo ricordo. Anche per lui valgono i versi dedicati a Ken Saro Wiwa: “È nell’indifferenza che un uomo vero, muore davvero”.
E, quindi, cosa resta? Fare giustizia trasmettendo questo ricordo, rabberciando le fila sbrindellate di un’altra storia sbagliata, preservandola dalla dimenticanza che rischierebbe di assolvere facilmente i colpevoli. Che poi siamo noi tutti. “Abbiamo incontrato il nemico e siamo noi”, recitava il misconosciuto protagonista del fumetto Pogo. Un nemico senza nome e senza volto. Come il potere, che a Mastrogiovanni riusciva tanto intollerabile, e che ha finito per ammazzarlo. Per redimerci, tardivamente, non ci resta che raccontarne la storia. Non perché non accada più, ma perché è un nostro dovere inemendabile. Ed è questo che hanno fatto Mirko Di Martino e Orazio Cerino (già collaudata coppia da dieci anni, e in Amore pazzo, e ne Il fulmine nella terra. Irpinia 1980, altro monologo di impegno civile ambientato in Campania, visibile su Raiplay e finalista al Roma Fringe Festival nel 2014). Brillantemente, con energia e con onestà intellettuale, con la passione dettata dall’impegno civile, lo stesso impegno che Mastrogiovanni versava in quell’arte infausta cui oggi si è ridotta la politica, un tempo, arte dell’amicizia. Perché questa storia, nonostante tutto, è ancora di nicchia, infossata, ancora tutta da riscoprire, prima di diventare di dominio pubblico e di capire che, fra le armi schierate per espellere l’altro dal proprio organismo, il sistema prevede, usa e pratica, abitualmente, il T.S.O. Oltre a (o insieme con) l’infamia e la tortura.
In una storia da un solo nome, una chicca, una curiosità per scoprire quanto veramente sia sfortunata la terra che ha bisogno di eroi (perché, alle volte, è facile dire ‘Io so i nomi’ senza farli): a firmare l’ordine di T.S.O., l’allora sindaco di Pollica, Angelo Vassallo.





Il maestro più alto del mondo
testo e regia Mirko Di Martino
con Orazio Cerino
scene Gilda Cerullo, Renato Lori
assistente Grazia Iannino
realizzate da gli allievi di Scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Napoli
musiche originali Tommy Grieco
aiuto regia Angela Rosa D’Auria
assistente Giuseppe Ania
foto di scena Valentina Cosentino
produzione Compagnia Di Martino/Cerino
con Teatro TRAM Napoli, Teatro dell’Osso
con il sostegno di Napoli Teatro Festival Italia
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Teatro TRAM, 3 novembre 2019
in scena dal 24 ottobre al 3 novembre 2019

Lascia un commento

Sostieni


Facebook