“Sono la lepre molto avanti alla muta dei miei critici”

Virginia Woolf

Venerdì, 19 Luglio 2019 00:00

Un corollario di metamorfosi, ma la catarsi dov’è?

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Michalis Theophanous porta in scena al Napoli Teatro Festival Italia Tiresias..., un lavoro coreografico ispirato alla figura del mitologico indovino della tradizione classica.

L'opera, presentata nello spazio della Sala Assoli, è una pièce per un solo performer che si sviluppa in un andamento concettuale e spaziale a piani verticali, orizzontali e trasversali: il performer, dalla presenza scenica molto forte, inizia la sua azione col corpo coperto totalmente di nero (rimando cromatico alla famosa condizione di cecità dell’indovino tebano), partendo dal piano superiore − consistente in una teca trasparente posta al di sopra del palco − e si presenta iniziando a generare un movimento animalesco. Sembra di avere di fronte una creatura mitologica, portatrice di teorie antiche e universali e di approcci alla vita volubili e vulnerabili, sempre in ricerca, un indovino che sente ma non vede, che percepisce la via ma non la visualizza con il senso che vi sarebbe preposto.
Dopo poco, il corpo inizia ad affrontare lo spazio del piano più basso, il palcoscenico, sul quale un pannello trasparente, una sedia, un lungo tubo a fisarmonica, una giacca e delle scarpe eleganti, uno specchio, avevano già riempito gli occhi e suggerito interrogativi agli spettatori.
Il movimento animale, il desiderio di uscire dall’anonimato e di sviluppare il processo di trasformazione, diventa il motore di una sorta di nomadismo, di un déplacement, che lo induce a scegliere la sedia come approdo del primo spostamento del processo di metamorfosi. Il corpo inizia a spogliarsi e da lì comincia a ripercorrere la storia di Tiresia: i suoi processi metamorfici, la cecità e la preveggenza, i doni concessi e le punizioni inflitte da parte degli dèi olimpici.
Sembra infatti che Tiresia, quell’indovino tebano che per Ovidio divenne donna e poi uomo e che per Omero rivelò ad Ulisse, nel regno dei morti, importanti profezie sul suo nòstos, abbia rappresentato la bilancia dei voleri degli dèi, la misurazione delle tentazioni, la volontà di porre delle cerniere.
Il corpo di Michalis Theophanous si spoglia della cecità, dell’ovattamento della vista e, dopo aver indossato un lungo tubo che gli copre ulteriormente il volto, mostra finalmente la sua antropicità, producendosi in movenze femminee davanti allo specchio, in cui la schiena è generatrice e protagonista di un immaginario di bellezza e scoperta.
Quell’alterazione, quell’alterità l’aveva già mostrata prima, esponendo attraverso il pannello retroilluminato un ingigantimento delle proprie forme, in tal modo evocando la metamorfosi.
Il passaggio totale all’essere uomo (uomo in generale e uomo giacché maschio) avviene nel momento della vestizione con gli abiti eleganti e qui la sua camminata − che porta via parti di pavimento, simbolo dello sradicamento dalla Terra − riprende chiaramente l’immagine già vista negli spettacoli del poeticissimo suo conterraneo Dimitris Papaioannou, di cui Theophanous è danzatore e assistente ai processi creativi. Ma il confronto, purtroppo, non regge: il concept è sviluppato in un profilarsi di immagini serrato e chiuso, troppo buio, pochi colpi di scena, pochi cambi di ritmo nell’andamento della pièce. La stessa discesa finale dei fiori, rappresentazione scenica della rinascita e richiamo alla costruzione anulare tanto cara ai racconti greci, fa ripartire il giro ma ancora una volta si limita a citare o meglio: a imitare.
La partitura musicale è composta da versi di uccelli e di animali della foresta e da elementi provenienti dal paesaggio naturale.
Il processo metamorfico declinato all’infinito, la riflessione sul mondo animale e sull'irrazionale che assume pian piano sembianze umane, pur avendo davanti agli occhi sempre e comunque un performer uomo, vorrebbe dare uno stimolo alla riflessione sulle componenti vulnerabili e labili della psiche umana e sull’andamento della vita ma tutto ciò è solo una bellissima idea di partenza che non si sviluppa in modo armonico con ciò che rimanda il susseguirsi delle azioni della performance; quel che ci resta quindi è sicuramente l’esperienza e la bellissima fisicità del performer-coreografo: elementi che nel tempo potranno farsi portatrici di novità e di nuove prese di coscienza perché lo sviluppo ulteriore del lavoro imbocchi vie di sviluppo più pulite, davvero originali.

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Tiresias...
regia, coreografia, costumi, scenografia, interpretazione Michalis Theophanous
musiche originali Dickie Landry, Giwrgos Poulios
editing sonoro Stephanos Droussiotis
aiuto coreografo Georgia Tegou
scenografia in collaborazione con Mayou Trikerioti
luci in collaborazione con Mike Toon, Adrienne Ming
luci e suono
Bruce Sharp
editing video Max Dinnar 
foto di scena Nikolas Louka
coprodotto da Change Performing Arts
durata 50’
Napoli, Sala Assoli, 1° luglio 2019
in scena 1° luglio 2019 (data unica)

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