“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Mercoledì, 26 Giugno 2019 00:00

Ne basta uno...

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Si potrebbe cominciare in tanti modi diversi.
Uno potrebbe essere quello di partire dai numeri. Rilanciare i numeri. Si farebbero scoperte niente affatto scontate, come quella stante la quale, in realtà, da quando c’è lui (innominato ma in minuscolo, perché tale è la sua statura umana) il numero di irregolari è aumentato anziché diminuito. Notizia del solito beninformato sinistroide o, come li definisce lui, radical chic? No, sono i numeri che dà il Viminale, in forza dei quali, a smentirlo, non è uno di quei giornali faziosi e di partito, ben foraggiati dalle controparti politiche. No, è Il Foglio.

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Un altro potrebbe essere quello di rivolgergli contro una citazione che oggi suona più attuale di quando venne scritta, nel 2014, e che fa suppergiù così: “La vita, specie quella umana, è potenza: è quando pretendiamo di esserne sovrani, volendo imporre a ogni costo e contro qualunque argomento la nostra volontà, anche ricorrendo a coercizioni e soprusi, che diventiamo prepotenti”. È tratta da Generativi di tutto il mondo, unitevi! Manifesto per la società dei liberi, di Magatti e Giaccardi.
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Un altro ancora potrebbe essere quello di girargli uno scambio di commenti che ormai rimarrà nella storia degli epic fail, accorso fra un trumpista e il chitarrista dei Rage Against The Machine (noto gruppo di zecche sinistroidi), il quale, al suo ‘Fuck Trump’, si è visto rispondere con la tipica bordata da trollo: “Ecco che un altro musicista di successo diventa istantaneamente un esperto di politica”. La silurata di Tom Morello ha del mirabile: “Non serve essere laureato con lode in scienze politiche all’Università di Harvard per renderesi conto della natura disumana e senza etica di questa amministrazione, ma il caso vuole che io sia laureato con lode in scienze politiche all’Università di Harvard, quindi posso confermartelo”.
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Un altro ancora, infine, l’ennesimo, potrebbe essere quello di riportare giù tutta una serie di dotte argomentazioni, provenienti dai campi più disparati, dalla biogenetica che ha smentito ogni pretesa di eugenetica, all’etica e basta, dalla sempreverde conoscenza cui, smentendo l’ignoranza, corre l’obbligo di ricordare ai puristi della razza (termine valido solo in zootecnica, per gli umani è possibile parlare di etnie non essendoci differenze genetiche facendo noi tutti parte di una sola comunità nel cui continuum si possono presentare delle sfumature) che ariano deriva dal sanscrito Arya che compare per la prima volta negli Avesta e si riferiva, sì, a un popolo nobile e puro, ma trattavasi degli indoriani, alla faccia di qualsiasi suprematista bianco #makeitaliagreatagainstacippa!
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Un altro ancora, ed è senz’altro il mio preferito, è quello di far appello a tutti i grandi intellettuali che, da un tre secoli a questa parte, fra psicanalisti e pret-à-penser, non hanno fatto non tanto che ribadirci la nostra natura non insulare, quanto la misura in cui l’altro sia elemento imprescindibile della nostra fioritura umana. Il gnothi sautòn rigurgitato da una Pizia durrenmattianamente in evidente e comprovato quanto felice anzi estatico stato d’alter-azione psicofisica indotto da sacrosante sostanze psicotrope somministratole da compiacenti ierofanti delfici in vena di excursus lisergici à la Timothy Leary, ha da tempo trovato felice risposta per bocca di frotte di psicanalisti piuttosto lucidi: è tramite l’altrui alterità, infatti, che scopriamo noi stessi. Più che conosci te stesso, quindi, il motto delfico sarebbe da tradurre in ri-conosci te stesso, dato che è solo dalla conoscenza dell’altro che passa la mia. C’è un fondo egotico più che egoistico: come in ogni atto di solidarietà, d’altra parte: non servono buone ragioni, per salvare le persone, basta solo prendere coscienza della nostra interdipendenza costituente, per dirla con Lacan, e allora si capirà che salvando l’altro salvo me stesso, o meglio, che nessuno salva nessuno, e tutti ci salviamo da soli, e, come diceva Anaïs Nin: “Non puoi salvare le persone. Puoi solo amarle”, e se la conoscenza è un atto d’amore, ecco che il messianico si fa socratico, e conosci il prossimo tuo come te stesso farà sì che amando l’altro potrai amarti, amando la parte di te di cui sei mancante e che solo lui può restituirti, dopo che vi siete incontrati. 
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E ancora, si potrebbe discutere della disumanità del reato di clandestinità, del calvario burocratico del dover conseguire e rinnovare un permesso di soggiorno, degli schiavi moderni: schiavi in casa nostra, non come quelli invisibili che cuciono le nostre magliette, sabbiano i nostri jeans, estraggono le terre rare per i nostri manufatti tecnologici, verniciano le nostre auto; non bisogna andare così lontano, per vederli. Li puoi vedere il giovedì pomeriggio al parco, vivere i luoghi che non abitiamo più, fare pic-nic alla Floridiana, feste per bambini al Molosiglio d’estate, prendere la cumana per Torregaveta a bruschinare sotto il cielo inclemente d’un ferale sole atomico, le loro pelli ucraine, georgiane, kirghise, russe, moldave. Sono quelli che, nelle retrovie d’una cucina, affettano il tuo sushi, friggono i tuoi crocché, girano le marmitte dove pippea il tuo rraù, cambiano le lenzuola del tuo albergo. Con mani srilankesi, egiziane, senegalesi, sudanesi, nigeriane, bengalesi, tunisine, marocchine. Il popolo spanto degli Alì dagli occhi azzurri, la cui domanda di benessere l’ha spanto ancora di più, ha matchato (mi si passi la lingua del nemico, horridus verbus di un non meno terribilis tempum in cui si è coniato, in flagrante reato di barbarie linquistica, il termine ‘negrofilo’, a farci intendere che un nemico c’è, esiste, e ha anche un proprio, deficitario quant’egli è deficiente, idioma di cui non siamo messi a parte) l’offerta inevasa di tutti quei lavori indesiderabili che solo le persone non grate, i non-individui resi tali da una colpevole vacatio legis, erano disposti a fare. Gli appartenenti a quest’orda d’oro colgono il nostro oro rosso, vegliano i nostri nonni allettati e infermi (vittime del nostro impietrimento e del welfare privatizzato; dice molto d’un popolo smemorato il valore in cui sono tenuti i suoi anziani), scendono la nostra mondezza, pisciano i nostri cani che non abbiamo il tempo di curare (mi unisco a loro nel transitivizzare l’intransitivizzabile), accompagnano a scuola i figli che non abbiamo il tempo di crescere (cosa prendiamo a fare i primi, allora, e cosa facciamo a fare i secondi, verrebbe da chiedere, se non abbiamo tempo da condividire con loro), djinn e mama devi delle piccole arundhatiroyane cose che poi darebbero il senso di tutto se non avessimo consentito all’economia di ribaltare le nostre priorità, genius loci dallo ius soli negato di cucine borghesi, numi tutelari di vecchi parati che hanno il famoso odore delle case dei vecchi. Si potrebbe parlare di come la loro estinzione di colpo (tanto invocata ma solo strumentalmente, s’intende, a fini di propaganda politica) paralizzerebbe la nostra economia poco razzista ma sempre pragmatica (già è stato fatto in A Day Without a Mexican), di come stiano versando il loro sangue fresco da carne di cannone nello stantio sistema linfatico d’un Paese affetto da atrofia gerontifica, oltreché gentrificato, per tacere del peso economico delle loro rimesse. Di come sia assurdo che qualcuno, sempre in minuscolo (ma non c’è font per quanto lillipuziano, non esiste regione subatomica abbastanza striminzita a rendere giustizia della pochezza umana di questo moloch la cui ideologia è straniera a casa nostra, in aperto contrasto con la nostra tradizione umanistica spazzata via dall’olocausto valoriale dell’ideologia edonistica del benessere consumista americanisante che è riuscita a farci fottere e indurci a indurirci e vivere come bruti che perseguon sifilitici selfie e sconoscènza) mentre rinnova la strage degli innocenti del suo illustre precedente stringa nella mano il rosario che ricorda la fine che colse il figlio di due migranti costretti a espatriare perché perseguitati politici. Nello stesso momento in cui sequestra bambini, affoga madri al largo, rimanda in campi di concentramento libici (aveva ragione Doc Brown a mettercene in guardia) richiedenti asilo. Perché nella complicità sta la sua colpa. Ecco che mi chiedo se questo è un uomo, quindi mi confronto anche con la sua alterità, io cosa sono? Quale parte di me riesco a riconoscere col suo incontrarlo? Indubbiamente la più escrementizia, quella a cui fa puntualmente appello e che trae vantaggio dall’ignorare l’altro e dipingerlo come un nemico nel tentativo, in una società ferocemente individualista, di creare coesione consensuale contro qualcosa e mai insieme per qualcosa. Perché questo micronauta coprofago sa. Sa più che bene che gli immigrati clandestini non vengono coi barconi, ma vengono con gli aerei, con un visto turistico o di studio, e poi cominciano a lavorare. Sa più che bene che sta facendo macelli nel distruggere gli SPRAR e solo a fini propagandistici, facendo scempio del lavoro dei prefetti che lo hanno preceduto. Come sa più che bene, e se non lo sa glielo diciamo noi, che è colpevole di ogni nero linciato, di ogni arabo bullizzato, perché lui è l’immorale e immondo mandante della fatwa che ha lanciato e che ha attecchito nei più deboli e meno difesi, negli stanchi, negli oppressi che hanno trovato più coveniente farsi carnefici di chi è più vittima di loro e non di chi li angaria entrambi.
(...)
Potrei dire tutto questo (infatti l’ho scritto), ma che senso avrebbe? Sono cose che, come me, sanno tutti. E sanno anche loro. Lo sa per primo lui, l’idiota sociale, l’incapace morale, che predica il falso pur di far incetta di voti, come lo sa pure chi lo vota, i suoi follower, intelligenti come dei lemming. Ce lo hanno detto tutti e in tutte le salse, ma non è servito a niente.
E allora perché, carissimo Mario, farlo? Diccelo tu. Perché ostinarsi a provarci? Dovevi mettere a posto la tua coscienza? Giocare la carta del teatro civile ti è sembrato il modo migliore per ottenere visibilità? La giornata del rifugiato ti era occasione gradita da non farti scappare? Sapevi dello sbarco di Open Arms al porto di Napoli? Perché incaponirti? Al di fuori dell’élites borghesi, già sensibilizzate ma politicamente attive come un ciocco di legno, chi ti ascolterà? Pochi, ma tu questo lo sapevi già. Ma non importa, e anche questo lo sapevi già. A te ne bastava uno. Uno che scegliesse, quella sera, di venire ad ascoltarvi. Uno che facesse la fila, dietro la quinta nera sotto la bellissima arcata che dà su Piazza Plebiscito. Uno che entrasse nel cortile di Palazzo Reale, insieme agli altri pochi ammessi, accolto dai fischietti non dei parcheggiatori abusivi, ma degli attori che interpretavano i militari che fanno la guardia ai campi di prigionia, ops, pardon, di smistamento? Campi profughi? Un campo è un campo, come dice bene uno dei tuoi attori, anche quando non lo è, anche quando è solo un ex capannone in disuso, una scuola dismessa. Un campo è un luogo chiuso con qualcuno dentro che aspetta non si sa cosa e qualcuno fuori che non lo fa uscire. Un deserto morale dei tartari, un limbo voluto da uominicchi per coloro che hanno da espiare la sola colpa di non avere colpe, vittime dell’unico razzismo vigente, quello in cui si è sublimato l’odio di classe. Solo che qui i barbari non sono quelli che stanno dentro, ma quelli che li tengono dentro, i lanzichenecchi nei palazzi, sulle poltrone, microfonati da cortigiani seriali, leziosi diffusori di odio massivo. E allora Mario Gelardi fa una rivoluzione copernicana e nella gabbia chiude anche noi. Per farci provare cosa si sente. Noi che non ci compenetriamo più in nessuno. Noi il cui unico neurone rimasto è a specchio ma si autoriflette sullo schermo del videofonino e non negli occhi dell’altro. Noi la cui empatia è stata completamente asfaltata via dal disimpegno totalitario, brutalizzata dal narcisismo campale, violentata a sangue col manico di scopa dall’egoismo economicentrico sdoganato. Perché hai voluto farci questo? Lo sai che per un attimo gli spettatori sono stati attraversati dal cinebrivido nient’affatto rassicurante di trovarsi in un esperimento socioantropologico non richiesto, in un gioco di ruoli al massacro simile all’esperimento di Stanford del dott. Zimbardo? Ovvio che lo sai. Fortunatamente (ne siamo sicuri?) non è stato così. Per fortuna o per sfortuna le gabbie erano aperte, e i basoli della corte reale non erano il sottoponte di una guineaman, quelle navi di non troppo tempo fa, quando a quelli come lui di andarci a prendere gli schiavi in quella sacca di manovalanza disperata a buon mercato e senza diritti che è l’Africa, il lazaronitum marxista di questa nostra belle époque, non gli spiaceva affatto, anzi. Ma l’aria era la stessa. L’aria che risaliva da Nazario Sauro, su per Via Cesario Console, e ci schiaffeggiava con la sua salsedine, era la stessa. La stessa di allora, la stessa che quei corpi a cui ci hai mescolato, per quell’oretta e mezza, non abbandona più. Nella direzione degli attori, Mario Gelardi ha fatto un lavoro in grado di renderli trascendentali. Vincenzo Antonucci, che si rovescia al suolo dopo un monologo che l’ha vuotato. Ciro Burzo che ci trasmette il suo tremore attraversato da spasmi torcenti. Il monologo (tutti monologhi, scelta un po’ penalizzante) sfibrante di Mariano Coletti, con la ripetitività rituale del Telemaco supplice orfano di salma paterna. Chiarastella Sorrentino coi suoi patemi che incarna la forza della donna che non conosce sottomissione nemmeno da parte del primo nemico, che in un gioco fra ultimi, finisce per essere il prossimo stesso. Germana Di Marino che incanta col suo salmo cantato. Carlo Geltrude che regala un’interpretazione vibrante dello stress post-traumatico delle guardie, di quel che si portano a casa, dell’incapacità di non portarsi il lavoro a casa, quando il lavoro è salvare chi la casa ha dovuto lasciarla. Gennaro Maresca che porta in dote al suo personaggio tutte le nuance di cui è capace, per descrivere il ruolo contraddittorio dell’intellettuale borghesizzato, quello che ce l’ha fatta, ha trovato un pubblico ricettivo che ascolti la sua voce salvo scoprire che quel pubblico non è interessato a sentirsi dire quello che già sa e vuole ignorare, incapace di sentire le ingiustizie altrui come proprie, anestetitizzato come, sta scoprendo, sta cominciando a capitare anche a lui, vittima della stregoneria kafkiana operata dall’ideologia della classe dominante. Davide Mazzella dà voce, invece, all’omino bianco, il padre stanco, i nostri coetanei che non sanno come rispondere ai bambini che ci guardano, e il suo è quasi uno sketch comico in re minore. Enrico Pacini tira le fila finali, imbonitore e intrattenitore snaturato di questo reality in cui si gioca la nostra umanità. Alessandro Palladino è chiamato a incarnare le contraddizioni del fotoreporter che ha fatto del suo mestiere lo smottamento delle coscienze tramite i suoi scatti ma che finisce nel dilemma del prigioniero del labile confine fra non interventismo e reato di complicità. Chiara Vitiello che deve indossare le scomode vesti della borghese accogliente che scopre dentro sé il bacillo del razzismo stratificato che talvolta si rivela, nella sua natura paradossale, come un razzismo al contrario, moderna visione del mito del buon selvaggio, altrettanto invalidante nel suo precludere la reale consocenza dell’altro. E, infine, Riccarco Ciccarelli il loro capobanda, che passa disinvoltamente dalle vesti di capovillaggio d’una Valtour terzomondista a quelle di un uomo solo sulla barricata, a cavalcioni della gabbia, come uno Spartaco dei CTP, dalla bocca troppo sbavante dolente rabbia per esser cucita. Se un appunto può esser mosso, rincresce un po’ la scelta dei testi, alcuni vere occasioni sprecate che avrebbero potuto esser meglio utilizzate attingendo altrove, magari fra penne e talenti meno esterofili e più vicini ma ben più sensibili.
Lo spettacolo termina. Le gabbie si aprono, noi usciamo e ritorniamo nelle nostre case. E ci resta da chiederci se quell’uno che Mario Gelardi cercava, l’ha trovato. Se è riuscito a intercettarlo. Se fra tutti quegli occhi c’è stato qualcuno che è stato in grado di non abbassare lo sguardo davanti alle nostre vergogne. Quell’uno solo in grado di opporsi ai legionari dell’indifferenza. Ne basta uno, per redimerci tutti, qualcuno cui trasmettere uno scampolo di umanità. Un giusto che possa, un giorno, contrapporsi agli innominabili della terra, salvandoci. Io l’ho trovato. Sapevo dove guardare. L’ho riconosciuto perché alla Sanità mi è capitato di andarci ma non solo per abboffarmi di pagnottielli e fiocchi di neve da Poppella, o per le pizze gourmet di Oliva, o come turista della mia città (ma davvero questa espressione può essere uno sprone non dispregiativo?) durante l’incursione della Notte Bianca, una volta l’anno. L’ho riconosciuto perché ho sentito la storia della Cooperativa Sociale La Paranza (l’unica paranza che ci piace: decolinizziamo il nostro immaginario da questa gomorrizzazione pornografica del nostro malessere sociale, per pietà: ma ch’è, Debord non ci ha spiegato proprio niente?): me l’ha raccontata lui. L’ho visto seduto in un angolo della gabbia, le ginocchia abbracciate contro il petto, lo sguardo duro di chi il quartiere se lo vive addosso sulla pelle, e il prezzo della vita vera gli brucia nei polmoni come la prima sigaretta fumata da bambino. Ho visto la maschera di durezza anzitempo conquistata, cadere da quel volto. È stato frangente d’un attimo. Le palpebre sbattere per ricacciare l’umor vitreo indietro nei condotti lacrimali. Poi l’ombra è passata, e il volto è tornato al segno dell’abituale imperturbarbilità di sempre. È stato solo nube d’un attimo, ma chissà cosa potrà diventare.
Quindi usciamo dalla gabbia, sì, ma per andare dove? Per scoprirci dentro un’altra gabbia, solo più grande? La gabbia dorata che abbiamo lasciato ci costruissero intorno? La gabbia fatta del nostro spazio vitale intangibile, del nostro piccolo giardino, geolocalizzata dal nostro, privatissimo nel senso più di escludente che esclusivo, interesse? E a che vale vivere come in quelle gabbiette di legno dove muoiono i nostri cardellini? Spieghiamo le ali, come i gabbiani ipotetici di Gaber, smettiamo di strozzare in gola il canto del nostro uccellino azzurro interiore, e proviamoci. Si può fare. Non nel modo di Mario, o dei suoi attori, o dei cooperanti che salgono sulle navi. Torniamo a parlare fra di noi. Spezziamo il canto uniforme dei ripetitori d’odio, ovunque li incontriamo. Nei treni, in piazza, sulle spiagge, alle edicole. Rificchiamogli in gola la loro retorica dell’odio. Giuro che si può. Che qualcosa da fare ci è rimasto. Ognuno coi suoi tempi e i suoi modi. Basta uscire dalle case, scrivere, contattare e fare comunità (non rete, basta reti, per pietà!). Quelli che lo fanno ci chiedono solo questo: di incontrarli. E non è una cosa che va fatta per loro, quanto per noi, per la nostra salvaguardia. Per star bene noi per primi. Come hanno potuto farci credere che saremmo stati bene nel nostro pezzettino di giardino mentre a fianco ci muoiono le persone intorno? Come hanno potuto farci perseguire un modello di felicità insulare quando la forma stessa della terra che abbiamo in temporaneo usufrutto è peninsulare? Il nome stesso del mare nostrum sta a significare mare fra le terre. Come abbiamo potuto consentire che quel liquame oleoso a pestilenziale che questi untori ci riversano addosso (nello spettacolo non vengono mai nominati. Male, i nomi vanno fatti sempre, anche quando si sanno), ininterrottamente, da mattino a sera, scorresse, come lungo la dorsale appenninica, spaccandoci in due? Sicuramente hanno profittato del nostro grande rimosso, quel passato coloniale che non abbiamo mai veramente elaborato. Sì, si perdonerà, si spera, questo tentativo fuori tempo massimo d’una critica militante, ma è lo spettacolo stesso che lo richiede. Basta imparzialità, basta neutralità, velleità bipartisan, invocazioni di plulralismo (da che pulpito poi), la ragione sta da una parte sola, e sarebbe anche ora per noi di tornare a parteggiare (come diceva qualcuno, dobbiamo tornare a replicarlo proprio tutto il fascismo, prima di accorgerci che sono tornati/non se ne sono mai andati?). Per chi? Per l’altro. Perché, come si sa, perlomeno da Rimbaud in poi, “io sono l’altro”. Loro sono legione? Ebbene, noi saremo comunità. Eterogena. Intersessista. Intertnica. Multiculturale. Porosa e permeabile. 
Che giri, allora, questo spettacolo, che altri entrino in questa gabbia, la si scavi nel terreno, come le fosse libiche dove giacciono in attesa i prigionieri (dove vorremmo riportarli...!). Lo si porti nelle piazze e nelle città, vi entrino dentro studenti e farmacisti, idraulici e colletti bianchi, elettori e non, anarchici e camionisti, bottegai e metalmeccanici. Li guardino da vicino, questi attori velati da una patina di polvere che il vento alza via, come sfoglie di ceneri umane dai comignoli della Germania del Quarantatré. Viviamocelo sulla nostra pelle, una buona volta, il dolore che consentiamo ai nostri saprofagi politici e pennivendoli di infierire e chissà se non cambieremo un poco anche noi tanto da voler cambiare un poco anche gli altri. Se è riuscito di scatenarlo a uno, riuscirà di scatenarlo anche in altri.





Napoli Teatro Festival Italia
629 – Uomini in gabbia
progetto e regia Mario Gelardi
testi spagnoli di Marta Buchaca, Jordi Casanovas, Guillem Clua, Josep Maria Miró, Pau Mirò, Pere Riera, Mercè Sàrrias, Victoria Szpunberg, Joan Yago
traduzione Alessio Arena
testi greci di Yannis Papazoglou, Peny Fylaktatki,Tsimaras Tzanatos
traduzione Giorgia Karvunaki
testi italiani di Emanuele Aldrovandi, Alessio Arena, Tino Caspanello, Mario Gelardi, Domenico Loddo, Fabio Pisano
con Vincenzo Antonucci, Alessio Arena, Simone Borrelli, Ciro Burzo, Riccardo Ciccarelli, Mariano Coletti, Arianna Cozzi, Germana Di Marino, Carlo Geltrude, Anna De Stefano, Gennaro Maresca, Davide Mazzella, Enrico Pacini, Alessandro Palladino, Chiarastella Sorrentino, Chiara Vitiello
aiuto regia Davide Meraviglia
drammaturgia scenica Costantino Raimondi
musica Tommy Grieco
costumi Alessandra Gaudioso
luci Alessandro Messina
produzione Nuovo Teatro Sanità
si ringrazia Barcelona Playwrights
lingua italiano
durata 1h 30’
Napoli, Cortile d’Onore di Palazzo Reale, 21 giugno 2019
in scena 19 e 21 giugno 2019

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