"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Mercoledì, 29 Maggio 2019 00:00

Seme della tempesta, germoglio della vita

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Il Valdoca mette in scena, e su carta, un potente atto poetico. In un’epoca in cui non sono quasi più presenti il riconoscimento e la conseguente comprensione della bellezza, la cognizione della lentezza come valore, la capacità o la volontà di studiare, interpretare, andare oltre il semplice messaggio diretto di un dialogo, i magnifici artisti cesenati stravolgono ancora una volta il prevalente e inconsistente mordi e fuggi contemporaneo, l’immediatezza di uno spettacolo facilmente godibile come un passatempo, l’aspettativa di un teatro diretto e semplice che lasci sereni e contenti, e mettono in scena una trilogia lunga, varia, di non immediata metabolizzazione.

Il seme della tempesta, infatti, è molto più di uno spettacolo: è il titolo di un progetto iniziato tre anni fa che ha prodotto un’opera teatrale, un libro (anzi due, come ci tengono a precisare i “maestri” del Valdoca!), un film; è una creatura in movimento che esiste oltre lo “spettacolo” stesso.  Il seme della tempesta è una creazione complicata e articolata che ha bisogno di tempo e di grande spazio interiore per essere ospitata. Per la sua grandezza, per la sua complessità. Il teatro di poesia ha una particolarità, sopra le altre: proietta le parole in un territorio astratto, unisce la materia, cioè i corpi, con l’idealità, altri luoghi propri dello spirito, o di altri mondi. Il teatro di poesia agisce sul presente, ma porta con sé, attraverso la lirica, le tracce del passato.
Il presupposto filosofico, ontologico, del Valdoca è chiaro: mettere insieme parti dell’universo, riflettere sul senso della vita non tralasciando nulla di ciò che ne fa parte: la natura, i sentimenti, l’incontro dei corpi, il tempo nelle sue varie declinazioni e possibilità di reinventare il mondo, gli esseri viventi che popolano il mondo, vero, unico palcoscenico che ci ospita nel nostro finito viaggio. La parola, il corpo e le prospettive che il teatro crea rendono infinito quel finito e imperituro il messaggio. Il messaggio del Valdoca è, in una parola, la vita stessa, la sua celebrazione, la sua fisica e metafisica realtà, la sua estensione oltre le verticalità e le orizzontalità della scena teatrale.
La prima parte, Non ancora, eppure già, offre un’atmosfera ritmica, priva di parole, con suoni e percussioni che preparano all’ascolto; poi c’è una sorta di poetica preghiera; infine, il grido teatrale dei corpi alla vita e alla sua magnificenza: questo è Il seme della tempesta. Vi si trovano spiccati tratti della filosofia nietzschiana, indubbiamente: il dionisiaco e l’apollineo si uniscono e convivono. Probabilmente originano insieme, per poi prendere strade e linguaggi diversi, entrambi fondamentali per arrivare all’esaltazione della vita. I presupposti sembrano essere − da un lato − un (pre-)naturalismo quasi animista, simile ai primi rudimenti che la filosofia greca produsse, con gli elementi del creato a farla da padroni e una sorta di ápeiron indeterminato e privo di limiti e − dall’altro − la tragedia greca, cui oltretutto la disposizione del corpus costituito dai dodici attori protagonisti e altri venti attori, nonché il richiamo al mito, sembra ispirarsi. Se la prima parte è un “atto di adorazione e di ammutolimento che predispone all’ascolto”, la seconda parte, Discorso ai vivi e ai morti, è un testamento, un apollineo distanziarsi dal magma terreno, una stasi fisica ma armonica nel suo estrinsecarsi attraverso la parola che, dolce, scarnifica il senso fino all’elemento primo per poi giungere all’essenza e generare uno spazio bianco per l’affermazione della volontà totale e dell’esaltazione della vita infinita (la terza parte, Giuramenti). Mariangela Gualtieri è un’Antenata (come il titolo della sua prima raccolta lirica) che si chiede, come in un testamento recitato a bassa voce, quale sia la sua eredità, accudita in qualche modo da un silente Angelo che la accompagna nel suo percorso di memoria e abbandono della materialità. “Senza sosta qualcosa sempre è venuto a me in dono. Io l’ho chiamato luce, cielo mamma fiore. L’ho chiamato amico, gatto, mattino, minestra, albero libro casa pane sorella bambino. Parola. Parola l’ho chiamato. Veniva in dono, Prendeva tutte le forme. L’ho chiamato mare. Veniva in dono fino alla riva. Poi dolore l’ho chiamato. Estate o neve. Giardino, sonno, musica, poema. L’ho chiamato amore. Gli ho dato tutti i nomi”.
E poi c’è la terra, con il rimando del tutto congruo a quest’organica creatura che è l’affermazione di Zarathustra “Siate fedeli alla terra”. Recita ancora la Gualtieri: “Ma ascolta: è la terra che pilota. Lo so. È la terra che cuce con la sua strategia di pianeta. [...]. Terra che così tanto ha amato la parola da farsi bestia che parla, bestia che cammina. Terra che parla terra che cammina. Siamo quel punto in cui la terra sperimenta il pensiero. Si inchina al ragionamento, lascia l’irruenza del vulcano e si fa tocco che sfiora, mano che tiene un’altra mano”. Qui, proprio qui, a mio avviso, si compie l’unione dell’impulso con l’Arte che lo doma e modella. È come se la perfezione ellenica unisse le due facce del mondo. Elementi di filosofia, di estetica e di etica, di tragedia greca s’intrecciano a partire dal sapiente lavoro intellettuale (il pensiero teorico, come chiamato da Mariangela Gualtieri) di Lorella Barlaam, sottile mente in espansione la quale ha ricamato un tappeto su cui il lavoro registico e filmico, e quello poetico, si sono perfettamente e lievemente appoggiati.
Il trionfo di Dioniso, ne I Giuramenti, del dio dell’ebbrezza, della gioia, della musica, dell’entusiastica affermazione di ciò che riempie il cuore e il corpo reca in realtà tracce del precedente, primigenio e ultimativo testamento dell’Antenata. Si verifica un po’ un’inversione temporale: dall’addio maturo, consapevole e pieno di calmo amore si va verso un’affermazione fluttuante e imprevedibile della gioventù, della sua forza, della sua anarchica potenza. E quello di Nietzsche, così come quello del Valdoca, non è il messaggio di un ottimismo estetizzante, bensì la convinta adesione alla vita in tutti i suoi aspetti, una disposizione all’accoglimento dei lati positivi e negativi. C’è tanto di meta-filosofico, di artistico, di sublime, di lirico in Nietzsche e nell’opera (tutta) del Valdoca.
Cesare Ronconi durante la presentazione dei due testi componenti Il seme della tempesta − il primo, L’album dei giuramenti, contenente gli scritti, la stesura teatrale, il secondo, Le tavole dei giuramenti raffigurante fotografie scattate durante la permanenza all'Arboreto − ha ripreso una frase di Franco Scaldati: “Il teatro è un giardino incantato dove non si muore mai”, sostituendo, al giardino, il bosco. In questo progetto lungo tre anni, come all’economia del tempo e del denaro si è sostituita la poesia dell’isolamento e della lentezza, per una precisa scelta etica, al ben delimitato e razionale ordine del giardino si è avvicendato il bosco, luogo per eccellenza di mistero e possibilità di smarrimento, ma anche luogo in cui potere trovare tesori. “Questo spettacolo − continua il regista − è inesorabile: un meccanismo montato in una maniera precisa. Ha un’inerzia, un motore interno che lo trascina”. Tale motore interno, fisico e immateriale, lo trascina fino all’evaporazione del giuramento stesso, che si attende e accenna, ma mai si compie. Perché non ne ha bisogno, il giuramento è nel vissuto stesso.
Cosa, di così immaginativo ed eccezionale, unisce a doppio filo teatro e poesia (e musica)? L’immortalità. Il teatro non muore mai, perché il teatro esprime la vita nel suo essere visibile, udibile, immaginabile, movimentata e movimentabile. La poesia della Gualtieri dona la compiutezza a questo movimento, la profondità, il tremito, l’eleganza, la maestosa umanità della semplicità che si spoglia di tutto ciò che fa parte della vita terrena, tranne che del “dono” che la vita stessa ci dà, che è in fondo l’amore in tutte le sue forme e in tutte le manifestazioni possibili. La Gualtieri sussurra la potenza del silenzio, la sua necessità. Le parole, ci dice, non vengono se ci sono troppe parole. Il silenzio è la via alle parole, quelle irrinunciabili. E così, darsi alla natura e alla vita è il giuramento. Darsi al teatro, è il giuramento. Darsi alla poesia e alla fedeltà alla terra e a sé stessi, tramite l’amore, è il giuramento implicito che sottende i fili della creatura partorita da questi eccezionali artisti e determina una pullulante, ipnotica, salvifica palingenesi. “Ciò che tu sai amare rimane. Non sarà strappato da te. Ciò che tu sai amare è la tua eredità. Il resto è scoria”.





Il seme della tempesta
Trilogia dei Giuramenti
1. Non ancora, eppure già
2. Discorso ai vivi e ai morti
3. Giuramenti
progetto speciale per il Teatro Arena del Sole
scene, luci e regia Cesare Ronconi
testi Mariangela Gualtieri
con Mariangela Gualtieri per Discorso ai vivi e ai morti
con Arianna Aragno, Elena Bastogi, Silvia Curreli, Elena Griggio, Rossella Guidotti, Lucia Palladino, Alessandro Percuoco, Ondina Quadri, Piero Ramella, Marcus Richter, Gianfranco Scisci, Stefania Ventura e i 20 allievi dei laboratori Valdoca
in collaborazione con Centro La Soffitta − Dipartimento delle Arti, Università di Bologna
drammaturgia del movimento Lucia Palladino
guida al canto Elena Griggio
suono della prima parte ideato ed eseguito da Enrico Malatesta
in collaborazione con Attila Faravelli
costumi Cristiana Suriani/Cristiana Curreli – ReeDoLab
oggetti di scena Patrizia Izzo
proiezioni Cesare Ronconi
macchinerie Maurizio Bertoni
sculture in ferro Francesco Bocchini
collaborazione alle luci Stefano Cortesi
audio Andrea Zanella, Michele Bertoni
foto di scena Maurizio Bertoni
cura e ufficio stampa Lorella Barlaam
amministrazione Cronopios SAS
produzione Teatro Valdoca
in collaborazione con Emilia Romagna Teatro Fondazione
con il contributo di Regione Emilia-Romagna, Comune di Cesena, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna
per Giuramenti anche con la collaborazione di L’arboreto-Teatro Dimora di Mondaino, Teatro Petrella di Longiano
lingua italiano
durata 2h
Bologna, Arena del Sole, 16 maggio 2019
in scena dal 16 al 18 maggio 2019

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