“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Martedì, 23 Aprile 2013 09:23

Carnalità, poesia e contraddizione

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Mio corpo: ma dimora mio letto d’ospedale mia cassa è lo spettacolo scritto e diretto da Salvatore Mattiello, colui che dal gruppo "Zoè" ha creato "Ichòs" e quel piccolo e prezioso spazio a San Giovanni a Teduccio dove proporre spettacoli originali ed interessanti.
Lo spettacolo fa parte del disegno pensato da Mattiello per la stagione teatrale di Sala Ichòs 2012/2013 per “Leggere discorsi. Rifletterli. Gettare ponti. Legare nessi” e continua la mappa concettuale in cui figurano Ferdinando e Le cinque rose di Jennifer di Annibale Ruccello.
In questo testo teatrale si fondono letteratura, poesia, corpo, sessualità. I personaggi, uomini e donne, appaiono in scena come se stessero al bagno turco: una situazione fumosa e rilassata e distensiva, dove i bianchi asciugamani, costumi di scena degli attori, rendono luminose le loro carni ed i ticchettii delle gocce d’acqua segnano un tempo sospeso, il tempo dei racconti.

Un riflettore su uno, un riflettore su di un altro: le storie sono crude, parlano di amori omosessuali, di delitti rabbiosi, donne che vivono e raccontano nel corpo di uomini e viceversa.
La carne, il desiderio dell’altro, l’altro come oggetto, l’erotismo sfrenato sono i sentimenti che animano il testo.
Il regista si è basato, infatti, su un’opera della letteratura italiana e francese come spunti e sottotesti della sua messa in scena. Mi riferisco a Un po’ di febbre di Sandro Penna e Tricks di Renaud Camus ed alle recensioni, prefazioni, considerazioni di Pier Paolo Pasolini e di Roland Barthes.
La forte e fondante impronta letteraria è mantenuta nella figura di un uomo anziano che vuole riproporre i personaggi dei due autori ed è intervistato da una donna, dall’altro lato del palco, ed i due sembrano fare da cornice e presentazione a ciò che intanto si sta sviluppando sul palcoscenico vero e proprio.
I “segni”, le denunce politiche e sociali, mantengono il legame con gli autori e le opere scelte.
“… la carne non è oscena ma ci vuole molta poesia per raccontarla…”, scrive Roland Barthes e infatti i personaggi si appellano al potere salvifico della poesia per tentare di arrivare ad uno stato di elevazione spirituale senza però riuscirci. Restano anime dannate, in un limbo dantesco, in preda alle pulsioni del corpo.
Il rumore in sottofondo dell’acqua sembra segnare il tempo della loro vita e dei loro discorsi. Parole ed azioni si alternano spesso in maniera enigmatica, per stimolare sempre riflessioni ed interrogativi interiori ed esistenziali.
Oltre all’erotismo, il testo vuole anche essere una riflessione sul ponte tra linguaggio e letteratura; verità teatrale ed autenticità dell’attore.
La letteratura “mette in scena” la lingua ed il linguaggio, ma quando ad essa si lega la ricerca di una verità teatrale, entra in gioco l’Attore (anagramma di Teatro). L’attore non in quanto materia grezza del teatro, tramite per esprimere il messaggio contenuto nel testo teatrale, messaggio del regista o di chi si voglia. L’attore deve essere riscattato per il suo essere materia umana, preziosa, carne, corpo, emozione e singolarità. Salvatore Mattiello, mettendo in scena corpi che parlano del corpo, di incontri fugaci, di eros, passione vuole riscoprire e riassaporare la poeticità e la sensibilità degli attori, anche se i testi e le parole sono crude e scandalose.
“E allora, si dia una bella mossa l’attore e di volta in volta si accolli la responsabilità di assumere su di sé tutta la verità del Teatro: di esserne la sintesi. Cosicché la maledizione di essere al contempo la forma e la materia prima e grezza di un’arte minore, divenga presupposto e punto di partenza per arrivare a raccontare una verità preziosa quale è e quale deve essere la verità dell’arte del Teatro” (Salvatore Mattiello).
Riscoprire, quindi, la preziosità dell’arte teatrale diventa un’audace missione artistica ed umana.
A Mattiello, inoltre, interessa mantenere una coerenza stilistica nelle sue scelte teatrali.
In Ferdinando di Annibale Ruccello, infatti, ci si trova tra le mani quattro diverse sessualità: quella di Donna Clotilde, tranquilla ed appagata; quelle di Don Catello e Gesualda, intricate e frammentate e quella di Ferdinando, quasi assente, in cui è il corpo ad essere frantumato, a perdere pezzi e non riconoscere più il sentimento della sua integrità.
Ne Le cinque rose di Jennifer ancora il corpo è il protagonista, un corpo equivoco, vissuto dagli altri, ma dimora fissa, patria.
Mio corpo: mia dimora mio letto d’ospedale mia cassa è il corpo che vive le fasi della vita, la dimora in cui l’uomo abita, l’offerta al desiderio di un altro, la malattia e la morte.
Nella scena finale l’uomo anziano, la cornice letteraria della messa in scena, rientra su una pedana con un gabinetto, quasi come un’istallazione artistica e recita la poesia composta da Salvatore Mattiello, arricchita da un inciso di Sandro Penna (in Un po’ di febbre):
“Entro nei bagni della stazione / nel pisciatoio un buco lascia vedere l’altro <cittadino> / non vorrei ma guardo la povera cosa solita / che ha smesso di pisciare / rimane lì sospesa dura e sola / smarrita nell’ovale del cesso / pezzo di carne pulsante / gonfio di sangue / supplichevole / lo prendo in mano / glielo faccio / viene subito / il cittadino ora è spaventato / è giovane / forse è la sua prima volta / forse crede che debba ricambiare / scappa / per lui penso sia stato importante / per me è stato solo un gesto di carità di attenzione di tenerezza / un modo per non impeciarmi in questo strano dolore che mi porto dentro / senza tuttavia schivarlo: / una bontà infedele / una saggezza insomma / … mi lavo la mano ma non vorrei / la annuso prima / in fondo questo sperma che c’è poteva essere il principio di una nuova vita / adesso piscio anch’io / un mozzicone di sigaretta affoga nell’orina / forse sono io!”.
Sembra una denuncia alla connotazione negativa dell’uomo in quanto “animale sociale”, che usa il corpo di un altro per egoismo, anche se, dall’altra parte, questo comportamento umano sicuramente biasimabile e disputabile potrebbe essere la spinta energica a nuove vite, situazioni, storie con la preservazione dell’istinto e della carne. 

 

 

 

Mio corpo: mia dimora mio letto d’ospedale mia bara
testo e regia
Salvatore Mattiello
con Antonella Abys, Rosalia Cuciniello, Francesco De Gennaro, Giorgia Dell’Aversano, Fabio Formisano, Giuseppe Giannelli, Rossella Sabatini, Simone Sannino, Federico Testa
scene e costumi Ciro Di Matteo, Gino Protano, Peppe Zinno
disegno luci Ciro Di Matteo, Gino Protano
Napoli, Sala Ichòs, 20 aprile 2013
in scena dall’11 al 14 e dal 19 al 21 aprile

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