“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Mercoledì, 06 Marzo 2019 00:00

L’assoluzione

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L’ampia sala multimediale del Teatro La Giostra è buia: il nero domina le pareti, i vuoti, gli spazi. Solo una piccola, ma intensa luce, che piove dall’alto, illumina una croce alta poco più di due metri, costituita da una struttura in ferro su cui sono inchiodate delle piccole traverse in legno. La luce, insinuata tra gli spazi crea un chiaro segno di demarcazione tra il chiarore e l’oscurità.

Su questo piano ambivalente si costruisce Ecce Virgo, di Angela Di Maso con la sua regia essenziale, asciutta al punto da sembrare gelida, invece è misurata (la Di Maso è anche musicista) dalla disciplina di uno spartito musicale che racconta di passioni indicibili, estremamente umane. È il momento della compieta del giorno appena tramontato, in questa chiesa dominata dal Crocifisso, una clarissa monaca di clausura chiede ad un prete lì presente di poterla confessare. Il nero delle loro tonache si confonde nel buio che li circonda, buio metafisico, buio dell’anima che solo la luce può mondare. È questo che chiede con insistenza la monaca, un’assoluzione che la mantenga all’interno della vita che si è scelta, insistenza non dettata da un’urgenza passionale come sembrerebbe dalla drammaticità del racconto, ma da un’ineluttabilità razionalmente interiorizzata. Il prete è restio ad accontentare la consorella, ma qualcosa nel tono delle sue parole così definitive, certe, lo induce ad ascoltarla. La croce è ribaltata sul palcoscenico a divenire una panca su cui inizialmente si siederanno uno accanto all’altra. I loro gesti sono lenti, trattenuti, non mostrano timidezza o vergogna, quanto fatica a contenere atrocità che si stenta a verbalizzare. I silenzi iniziali sono infatti lunghi, carichi di attesa, e si esauriscono quando la narrazione della clarissa definisce con dovizia di particolari la perdita del voto di castità della donna, e non solo.
La sua storia somiglia a quella manzoniana della monaca di Monza, ma la clarissa non ha nulla della sua sventuratezza, quanto quella diabolica della pianificazione. Il prete oppone al dettaglio narrativo di lei continui rimandi alle Sacre Scritture, alla sincerità del pentimento, ricordandole assiduamente i voti che la legano allo stato monacale, appellandosi alle rigide regole della loro vita votata a Dio. Il suo atteggiamento è ieratico, incarna la rigida dottrina anche nella postura del corpo, nelle mascelle contratte e nello sguardo accusatorio. Tutto ciò si trasformerà nel corso della confessione della donna in un climax crescente che coinvolgerà il sacerdote fino alla condivisione che si manifesta ancora una volta nell’assunzione di posture precise. Si alzano dalla panca, inizieranno un lento gioco di posizioni che li metterà l’uno di fronte all’altro, riconoscendosi come in uno specchio. Chi è l’altro se non se stesso? Qual è la visione e qual è la realtà, così come chi è il peccatore, chi assolve e chi condanna? Questa confessione trascende l’elemento umano per incarnare tutti i mali secolari della Chiesa, che si ostina ad imporre, per scelta, la privazione della libertà che significa rinuncia all’amore concreto, necessario, vitale. È questo il punto debole in cui i due si riconoscono, in cui il prete abbandona le sicurezze date dal dogma per sciogliersi anche lui in una confessione tutta umana di questo insopprimibile bisogno di amore.
Nella pièce, così come recita anche il testo portato fedelmente sulla scena, è questo lo squarcio di pura poesia in cui l’uomo, abbandonando il suo ruolo che a fatica ha retto fino a quel momento, dice: “Troppi i giorni tra le notti. Un ossesso il desiderio che il corpo sia levigato da mani e non scolpito dall’abbandono. Che il sale si posi sulle labbra ora secche di saliva rappresa. Nei mie capelli, i suoi capelli, le mie mani, forma delle sue; ventri siamesi, gambe e piedi, un groviglio. Ma rido, piango e rido. Parlo e non ho da raccontare. La parola è una carta da gioco priva di simboli. Sulla luna è già calato il sipario. E troppi sono i giorni tra le notti”. Così si scivola verso la conclusione che significa tornare all’inizio, anche nelle posizioni iniziali. La croce ritorna al suo posto, l’incubo è finito, così la clarissa ripete le sue battute iniziali, il suo desiderio di confessarsi senza insistere troppo questa volta, mentre l’uomo la rinvia ad un momento diverso. Sembra non sia successo nulla. Forse non è successo nulla. Luce ed ombre slittano su piani diversi della coscienza e incatenano lo spettatore verso l’epilogo, ma il prete fa una domanda di troppo e la donna è lì, a ricordargli la sua realtà di peccatrice. La musica che conclude la scena sembra una lunga nota tragica che accompagna tutti al buio ancora una volta.
I due attori Gianni Lamagna e Francesca Rondinella sono noti più per il bel canto che per la recitazione, ma la scelta di far interpretare loro questa pièce, che ha vinto il Premio Franco Enriquez per la migliore drammaturgia italiana, sembra proprio puntare sulla possibilità che si possano trasformare in note musicali di una partitura drammatica. Musica interpretata e silenzi dissonanti, perfettamente calati in una dimensione che può essere tranquillamente atemporale. La Di Maso ha una scrittura breve, incisiva e tagliente come il foglio di carta che involontariamente lascia il segno sulle dita che lo sfogliano, non scevra da un’ironia pungente che solo chi è dotato di grande intelligenza e sensibilità si può permettere. I suoi testi sono una continua sorpresa come le sue messe in scena, quando acquistano corpo e calore anche quando raccontano il paradosso dell’esistenza.

 




Ecce Virgo, storia di una monaca di clausura
testo e regia Angela Di Maso
con Gianni Lamagna, Francesca Rondinella
costumi Francesca Loreto
disegno luci Cinzia Annunziata
scene Armando Aloisi
musiche Angela Di Maso, Arvo Pärt
trucco Silvia Manco
assistente alla regia Annachiara Pierleoni
produzione SoundFly srl Produzione
lingua italiano
durata 50’
Napoli, Teatro La Giostra, 1° marzo 2019
in scena dal 1° al 3 marzo 2019

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