“A questo mondo, compagni, il peccato in grado di coprire la spese viaggia liberamente e senza passaporto; la Virtù, qualora squattrinata, la fermano a tutte le frontiere”

Herman Melville

Martedì, 26 Febbraio 2019 00:00

Danze per musica e vita di Rossini

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Rivive il genio di Gioacchino Rossini (1792-1868), attraverso uno spettacolo di danza che ne ripercorre l’arte e la personalità, a centocinquanta anni dalla morte, affidato dalla città di Pesaro alla Compagnia Spellbound per ricordare il suo ‘cigno’, diretta dal coreografo Mauro Astolfi, con un lungo calendario internazionale che ha fatto tappa anche nella nostra regione.

Lo sfondo scenografico, illuminato dalle luci che cambiano nel corso dello spettacolo, è costituito da un grande armadio, pieno di sportelli che si aprono e di cassettoni che fuoriescono, da cui spuntano o in cui si rifugiano i personaggi (che animano le sue opere o la sua vita?), ora calandosi su stoffe, ora trasportati da altri danzatori oppure ancora saltando con balzi sul palcoscenico. Anche Rossini è tra quelle figure, ora assistendo ai loro movimenti quasi come uno spettatore, oppure ricercandole mentre si nascondono e spariscono tra gli scaffali dell’armadio, spesso spuntando di soppiatto e travolgendolo nei loro vortici.
Le coreografie non sono didascaliche, non ‘raccontano’ gli aneddoti della vita del compositore quanto, piuttosto, evidenziate anche dalle luci, sembrano esprimere le tante tonalità della sua complessa e chiaroscurale personalità. Attraverso le sue geniali e famose ouvertures, le danze ripercorrono in primo luogo, più che i personaggi, la felice sensualità che la musica di Rossini riesce a trasmettere. I danzatori seguono il ritmo incalzante, elettrico e nervoso della musica, i suoi giochi e sberleffi, passando da pose da teatro a movimenti fortemente ritmici, gioiosi e spiritosi. I corpi si muovono sferzanti, come percorsi, talvolta spezzati da forze che poi li uniscono agli altri danzatori formando parapiglia di spinte, di tirate, di lanci di corpi che fuggono e si dibattono, si accostano e aggrovigliano, lottando oppure incrociandosi in amplessi, di nuovo tirati via in nuove spinte e lotte. Un giocoso erotismo ed una dinamica sensualità imprimono il leitmotiv, il tono fondamentale allo spettacolo. Tuttavia anche un altro, intermittente tono percorre sotterraneamente la scena: tra i danzatori, infatti, vi è una maschera nera, un personaggio che scorre defilato tra gli altri. Una sorta di ombra, di alter ego nero appare, contorcendosi a terra sul proscenio all’inizio dello spettacolo, quando il sipario è ancora chiuso, per ricomparire nella seconda parte dello spettacolo, quando il personaggio di Rossini è ormai nudo, senza altro vestito che una mutanda, per lo più risucchiato nel letto e avvolto da lenzuola, tra cui si insinuano le varie figure. Si tratta in particolare della rappresentazione di quella fase di vita in cui Rossini, non ancora quarantenne ma già affermatissimo in tutta Europa, comincia a rifugiarsi lontano dalle scene e persino dalla scrittura musicale, segnato sempre più da una profonda depressione. Ma più in generale è l’altro aspetto, oscuro ma presente, che pure caratterizza fortemente la figura del compositore. Nelle intenzioni del regista, si tratta dell’immagine della morte, la sua paura, la presenza inquietante di uno spleen che diventò patologica, una vera malattia per Rossini, lo stesso uomo che solitamente viene ritratto come estremamente comico, ironico e gaudente e cui persino Beethoven muoveva l'accusa di non cercare di “fare altro che opere buffe” – del resto subito smentito dalla scrittura del Guglielmo Tell.
“Datemi la lista della lavanderia e la metterò in musica”, affermava Rossini; e questo può significare sia la sua geniale abilità nel comporre, che la scarsa partecipazione ai ‘contenuti’ musicati. In effetti sembra che il ‘cigno di Pesaro’ non amasse i significati cervellotici dell’arte; eppure l’esplosione di forza gioiosa, folle e giocosa della sua musica (spontanea e irruente a vedere la velocità con cui componeva) riposa su una inquietudine velata, ne rappresenta una fuga, un tentativo estenuante di esagerata vitalità che fuggiva la morte: questa all’incirca la tesi anche di Augusto Benemeglio (Le mille maschere di Rossini) che ha ispirato la regia di Astolfi. Se questo è vero, allora la precedente frase va correlata all’altra: “Oh Dio come descrivere quel vuoto attorno a te stesso, quell’infinita solitudine, abissale senso di vuoto e di inutilità che ti dà la malattia nervosa?”. Non potendo (e volendo) descriverla, nella sua arte (finché riuscì a crearla) sembra essersi piuttosto condensato tutto ciò che attorno a quel vuoto si muove come un mulinello che gioca, finché gioca, finché appunto non è risucchiato in quel vuoto. Ma per fortuna, con l’arte, può sempre ritornare in scena.

 

 

 

 

 

Rossini Ouvertures 
di
Compagnia Spellbound Contemporary Ballet
coreografia e regia Mauro Astolfi
con Pablo Girolami, Alice Colombo, Maria Cossu, Lorenzo Capozzi, Mario Laterza, Giuliana Mele, Caterina Politi, Giacomo Todeschi, Aurora Stretti
musiche Gioachino Rossini
disegno luci Marco Policastro
set concept Mauro Astolfi, Marco Policastro
realizzazione scene Filippo Mancini/CHIEDISCENA
disegno costumi Mario Laterza, Verdiana Angelucci
realizzazione costumi Verdiana Angelucci
assistente coreografa Alessandra Chirulli
produzione Spellbound
con il contributo di
Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo, Regione Lazio
in collaborazione con Comune di Pesaro & AMAT
durata 1h 15'
Napoli, Teatro Bellini, 23 febbraio 2019
in scena 23 e 24 Febbraio 2019

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