"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Venerdì, 25 Gennaio 2019 00:00

Wilson: il gioco degli dèi oltre il dramma dell'uomo

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Il mito di Edipo re rivive tra scene altamente suggestive in una macchina teatrale impeccabile, precisa come un orologio svizzero, dove si alternano voci, attori, oggetti, giochi di luci che si richiamano a suoni, musiche, rumori, ombre che scorrono sul palcoscenico e corpi mascherati che si muovono in danze evocate dai testi ripetuti in varie lingue. Un complesso trambusto di linguaggi apparentemente caotici si richiamano via via in corrispondenze sempre più precise ed evidenti tra luce suono e corpo, che vanno a delineare quadri unitari molto espressivi.

La regia di Robert Wilson (riproposta al chiuso del teatro dopo la rappresentazione estiva a Pompei) tralascia quasi completamente il testo, soffermandosi solo su alcune parti, su poche frasi essenziali del dramma di Sofocle e dando per implicita la conoscenza della storia. Più che il suo racconto, la messa in scena appare una interpretazione immaginifica del mito, che utilizza ogni strumento spettacolare per stimolare lo spettatore a ‘leggere’ i diversi momenti della tragedia di Edipo, in un confronto in sala tra la memoria della storia e la visione estatica di scene caratterizzate da elementi dalla forte e ambigua valenza simbolica.  La scelta non solo di utilizzare greco, francese, inglese e tedesco, ma anche due traduzioni italiane poco moderne nel linguaggio (una addirittura del ‘500), sembra finalizzata allo straniamento dai significati verbali, per rimandare a un’esperienza sensoriale, ottica e acustica, evocativa più che narrativa o descrittiva.
Edipo, l’uomo che fa luce sull’arcano della Sfinge, è accecato infine egli stesso dalla luce di un destino tremendo, beffardo, cui ha cercato coraggiosamente quanto inutilmente di fuggire. Così, dal buio accompagnato da una musica malinconica, una luce dal fondo del palcoscenico comincia a crescere, mentre la sagoma nera di un attore si delinea sempre più, avvicinandosi lentamente al fondale, spalle al pubblico, come alla ricerca, se non a sfidare quella luce che diventa sempre più forte e abbagliante, accecando anche gli spettatori che guardano. Lo spettacolo assume una struttura circolare, terminando con un finale che riprende questa scena iniziale (dopo una evoluzione attraverso quadri che vanno dal rosso fino al blu/violetto) con un fondale in cui cresce il bianco, fino a eliminare ogni altro colore e cedere infine al buio della chiusura.
Tutti gli elementi scenici sembrano giocare tra loro: i diversi colori delle luci riprendono le diverse tonalità musicali che si susseguono; i personaggi – quasi nudi, coperti appena da un panno al ventre o viceversa agghindati con costumi/macchine da cui emergono appena le teste – si affacciano alla ribalta singolarmente; oppure i corpi degli attori sfilano e danzano in gruppo come contrappunto alle frasi che si ripetono in sala nelle varie lingue, seguite, coperte, amplificate da rumori, grida, stridii, risate, distorsioni; rami secchi, cespugli, lamiere, moderne sedie pieghevoli da sala d’attesa, da oggetti rappresentativi funzionali alla scena diventano strumenti espressivi, coreografie di danze, strumenti di ritmo o di fracasso, inseguiti da analoghi suoni di musica registrata o provenienti da un sax.
Un grande movimento che ogni volta, dal disordine, ricompone le tante parti di cui si compone, proprio come il destino di Edipo che ricompone i pezzi tra loro – apparentemente – sciolti, incomprensibili se presi isolatamente. Ma sembra che la tragedia si risolva in beffa, come suggerisce la risata di una donna che durante tutto lo spettacolo accompagna i momenti più drammatici: il ghigno del destino nei confronti di Edipo, un ghigno che si estende anche al pubblico, richiamato costantemente in quella luce frontale e accecante che va oltre gli attori e la scena. Le tante sedie vuote che nel penultimo quadro riempiono la scena, attorno all’unica donna seduta come in attesa, pensierosa, sembrano anch’esse un richiamo agli spettatori, a chi non fa parte del dramma ma solo assiste. Quelle sedie non soltanto rimarranno vuote ma, in un’ultima danza cadente e sgambettata, accompagnata da una musica stridente, saranno spazzate via dall’attore che incespica in esse e le fa cadere.
Uno spettacolo che rischia di essere estetizzante, e probabilmente lo è. La vicenda di Edipo, che in molti punti del dramma di Sofocle apre da secoli a significati profondi sul destino dell’uomo e il senso dell’esistenza, perde molto del suo pathos. Anche la reazione del pubblico è infatti fredda, con pochi (e poco convinti) applausi alla fine dello spettacolo. Siamo a una pomeridiana e tra il pubblico ci sono diverse scolaresche, che forse non conoscono la storia: in tal caso è difficile, forse impossibile, comprendere e apprezzare lo spettacolo. Ma pure tra chi la storia la conosce, tuttavia, serpeggia una fredda distanza.
È vero – e raramente nella storia della letteratura così come avviene nell’Edipo di Sofocle – che il destino sembri giocare e, dall’alto, gli dèi sembrino ridere beffandosi dell’uomo: questa distanza, questo gioco è ben rappresentato nella regia di Wilson. Tuttavia la vicenda di Edipo, il dramma dell’uomo – in cui ci riconosciamo – che non si rassegna, anzi si sforza – inutilmente – di opporsi al fato, sembra quasi perdere consistenza, ‘drammaticità’, sfumando nel vortice generale, e con essa probabilmente anche la partecipazione emotiva dello spettatore.

 

 

 


Oedipus
di Robert Wilson
da Oedipus Tyrannos 
di Sofocle
regia Robert Wilson
spazio e disegno luci Robert Wilson
co-regia Ann Christin Rommen
con Mariano Rigillo, Angela Winkler, Dickie Landry, Michalis Theophanous, Meg Harper, Casilda Madrazo, Kayije Kagame, Alexis Fousekis, Alessandro Anglani, Marcello Di Giacomo, Laila Gozzi, Emanuele D’Errico, Francesca Fedeli, Annabella Marotta, Gaetano Migliaccio, Dario Rea, Francesco Roccasecca, Beatrice Vento
voci di Robert Wilson, Lydia Koniordou, Carlos Soto
musiche originali Dickie Landry, Kinan Azmeh
costumi Carlos Soto
collaboratore alla scenografia Annick Lavallee – Benny
collaboratore al disegno luci Solomon Weisbard
drammaturgia Konrad Kuhn
coreografia della danza nuziale Whesley Enoch
assistente regista e direttore di scena Sara Thaiz Bozano
direttore tecnico Enrico Maso
supervisore luci Marcello Lumaca
sound design Dario Felli
foto di scena Lucie Jansch
un progetto di Change Performing Arts
commissionato e coprodotto da Conversazioni/Teatro Olimpico Vicenza, Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale
lingua inglese, greco, tedesco e francese, italiano (dalla traduzione in versi di Ettore Romagnoli e Orsatto Giustiniano)
durata 1h 10'
Napoli, Teatro Mercadante, 10 gennaio 2019
in scena dal 9 al 20 gennaio 2019

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