“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Lunedì, 03 Dicembre 2018 00:00

Un “1984” classico e nero

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Prima a Napoli, 27 novembre. 1984 di George Orwell.
“Il regista scozzese, dunque, rilegge 1984 spostandolo in un’era caratterizzata dal controllo da parte dei Big-Data e degli algoritmi dei social media” si legge sul sito del Teatro Bellini.
Una sperimentazione su un classico della letteratura dunque, verrebbe da pensare. È sempre un azzardo, il più delle volte poco riuscito, ma la curiosità ha il sopravvento.

Con le luci ancora accese fanno il loro ingresso sul palco tre attori: Luca Carboni, Eleonora Giovanardi e Stefano Agostino Moretti che, in maniera quasi intimidita, spiegano che sono soliti far precedere allo spettacolo un dibattito tra loro e, volendo, il pubblico su alcune tematiche. Si siedono al tavolino posto al centro e inizia l’esibizione. Sembrava credibile all’inizio che si trattasse di un vero dialogo improvvisato, in realtà fa tutto parte della mente del regista Matthew Lenton. Nello schermo alle spalle degli attori scorrono immagini di Trump, della Siria e delle notizie che affollano oggi le nostre televisioni, mentre i tre, in particolare la Giovanardi che, da un inizio titubante, prende il sopravvento sugli altri due, sciorinano concetti su quanto ormai i social network ci controllino, di come sia difficile relazionarsi con gli altri e argomenti di cui si sente tanto parlare, ma senza approfondirli.
Poi il buio. Si inizia.
La trama è a tutti nota perché il testo che viene portato in scena è quello originale, senza deviazione alcuna.
Winston Smith (Luca Carboni), semplice funzionario del Partito Unico, è impiegato nel Ministero della Verità col compito di modificare articoli e libri per renderli in linea con il Partito, così come le vite dei dissidenti che vengono fatti sparire, perché non risultino mai esistiti. Ognuno è controllato attraverso dei teleschermi, posti sia negli uffici che in casa; nulla sfugge all'occhio del Grande Fratello, che nello schermo appare quanto mai "umano" e ordinario.
La società ha strette regole e lo scopo ultimo di questo controllo così serrato, come verrà espresso in una delle scene più di impatto, è semplicemente quello di avere il potere su tutto e tutti. Non interessano le vite degli essere umani, almeno non a livello umano, ma solo in quanto strumenti per il Partito affinché continui a governare.
La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza sono i tre capisaldi su cui regge tutto il sistema: perennemente in guerra contro le altre potenze, l'Oceania, superpotenza controllata dal Partito, accetta come forma di pensiero unicamente il bipensiero (secondo cui si accoglie per vero o falso qualsiasi cosa, anche se viene ribaltata un istante dopo dalla sua enunciazione). La libertà dell'individuo non è libertà in quanto da solo non è in grado di sopravvivere, mentre sottostando a qualcuno può essere felice e soprattutto ignorando la verità, perché non deve preoccuparsi di comprendere e decidere, quando qualcuno lo fa al posto suo.
L'interesse, dunque, del Partito è quello di controllare il pensiero anche attraverso il linguaggio, che viene notevolmente ridotto: non importano i peccatucci come quello “carnale” di Winston con Julia (Aurora Peres), ma quelli che vengono definiti psicoreati.
Il regista decide di soffermarsi su alcune scene importanti del testo, scegliendole in modo tale da ricreare perfettamente il quadro d'insieme del romanzo dando però più importanza al lato umano e non prettamente politico della storia. Sin dall'inizio si scopre che il protagonista non riesce a evitare di pensare e di ragionare, di rendersi conto che “i conti non tornano”; il bipensiero è praticamente inaccettabile e così inizia a tenere un diario di nascosto, in cui annotare quella che lui ritiene essere la verità. Seduto alla sua scrivania, prende dal cassetto senza farsi notare dall'occhio del Grande Fratello il quaderno e scrive. Si susseguono sul palco scene in ufficio e in altri ambienti. Fondamentali i cosiddetti due minuti di odio in cui ognuno deve guardare il televisore e offendere il nemico quando appare sullo schermo o essere felice quando si presenta nuovamente il Grande Fratello. Lavoro psicologico.
La ribellione di Winston passa a una fase successiva quando conosce Julia e con lei inizia una relazione d'amore clandestina fino alla decisione di aggregarsi a quello che crede essere un gruppo di dissidenti che, in realtà, si scoprirà essere stato creato proprio con lo scopo di smascherare i ribelli. Sarà questa la rovina di Winston, che verrà torturato purché si convinca che le sue verità non sono verità. Il dolore fisico come monito e strumento nelle mani del potere per piegare le menti.
Tutto si svolge al buio, in un nero intervallato da luci calde e fredde come quelle delle torce della psicopolizia o dei neon che vanno a formare degli schermi: uno che incornicia tutto il palco, uno gli interni e l'ultimo è quello del Grande Fratello. Luci che molti hanno definito quasi una violenza, e probabilmente la spiegazione sta propria qui: si voleva creare fastidio. Forse un po' troppo.
La storia ha una voce narrante che è quella di Nicole Guerzoni, che racconta seduta a uno scrittoio mentre fa finta di scrivere, quasi a voler prendere il posto dello stesso protagonista o di George Orwell, o seduta in poltrona; a volte si rivolge allo stesso Winston in un dialogo muto, racconta fatti o riporta battute e pensieri, a un certo punto però viene messa in disparte, soprattutto nei dialoghi tra i due innamorati ribelli o nel dialogo finale nella stanza 101, momento topico perché riesce a condensare ciò che è il Partito e come si muove oltre che per la carica emotiva di una tortura verosimile con tanto di squittii di topi che a non pochi hanno fatto storcere il naso.
Alla fine di tutto però, l'attualità tanto decantata dove si trova? Collegamenti tra la Storia e i nostri giorni sono chiari, tante volte si è portato a esempio quest'opera per ciò che concerne il linguaggio semplificato dei messaggi, o il tentativo di massificare gli uomini, o ancora di controllare l'informazione e il pensiero, mostrando ciò che si vuole e nel modo in cui si sceglie di farlo anche tempestandoci di pubblicità e promesse di benessere momentaneo ma che distoglie l'attenzione. Però il siparietto iniziale risulta ancora più forzato, cancellato dalla memoria alla fine della rappresentazione, tentativo maldestro di “giustificare” la messa in scena di un classico celebre.
Al di là di questa incongruenza, lo spettacolo risulta godibile nonostante le luci e qualche rallentamento che ha portato alcuni spettatori ad allontanarsi a metà rappresentazione. Si è percepito un certo fastidio in platea, qualche momento di noia e una fuga appena si sono riaccese le luci, colpa forse della lentezza di alcuni momenti. O di un Winston non proprio all'altezza del ruolo e di certo meno convincente degli altri?

 

 

1984
di George Orwell
adattamento e traduzione Matthew Lenton, Martina Folena
regia Matthew Lenton
con Luca Carboni, Eleonora Giovanardi, Nicole Guerzoni, Stefano Agostino Moretti, Aurora Peres, Mario Pirrello, Andrea Volpetti
scene Guia Buzzi
luci Orlando Bolognesi
composizione musicale e disegno sonoro Mark Melville
costumi Gianluca Sbicca
video Riccardo Frati
produzione Emilia Romagna Teatro, CSS Teatro stabile di innovazione del FVG
lingua italiano
durata 2h
Napoli, Teartro Bellini, 27 novembre 2018
in scena dal 27 novembre al 2 dicembre 2018

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