“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Martedì, 27 Novembre 2018 00:00

Ma che bel castello!

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Un libro degli anni Venti del Novecento del tedesco Rudolf Stratz, un film muto del 1921 del tedesco Friedrich Murnau tratto da questo testo, Il castello di Vogelod, una band italiana di rock alternativo, i Marlene Kunz che, dalla fine degli anni Ottanta del Novecento, ha spaziato dall’indie al post grunge, al noise rock. Un attore italiano, Claudio Santamaria, dalla solida formazione artistica, che ha iniziato la carriera nel doppiaggio per passare al teatro, al cinema − dove ha raggiunto la notorietà − alla televisione, senza mai abbandonare nessuna di queste arti, anzi cimentandosi spesso anche come cantante e come fotografo (ultimo vernissage a Milano qualche settimana fa).

Sul palcoscenico del Teatro Nuovo di Napoli c’è tutto questo, in una scatola contenitore allestita con rigore creativo. Alla sinistra del palco ci sono Riccardo Tesio alla chitarra Gibson, Cristiano Godano al basso Fender, mentre a destra la possente batteria e percussioni di Luca Bergia, poco più avanti un tavolino pieno di oggetti quasi sul boccascena, a cui è seduto  Santamaria, camicia bianca con cravatta e giacca nera. La quarta parete è un velo che sigilla il palco su cui inizia la proiezione del film Il castello di Vogelod con un brevissimo prologo sul restauro della pellicolam di Murnau del 2013, per continuare la proiezione sul secondo schermo, bianco, più piccolo, sullo sfondo tra le chitarre e la batteria. La musica dei Marlene Kunz inizia sin dall’apertura del sipario, proseguendo fino alla fine, non svolgendo solo la funzione di colonna sonora restituita al film muto, ma soprattutto commenta, sussurra, patisce integrandosi sincronicamente con le azioni degli attori, con le loro espressioni, trasformando le note cupe, ossessive, narrative in un personaggio recitante vero e proprio. In alcuni momenti drammatici il batterista trasformava il suono in sonorità quasi tribali ancora più inquietanti con accorgimenti tecnici usando il rullante senza cordiera.
La sinossi del film rimanda al genere noir che nella Germania di Murnau vira al gotico più pieno, infatti il regista girerà nel 1922 il film Nosferatu il vampiro, un capostipite del genere horror. Il castello di Vogelod è il luogo dove si riuniscono alcuni uomini dell’alta società per la caccia, ma il maltempo li costringe a passare il tempo fumando, conversando e millantando gesta eroiche, tutti evitando un ospite non invitato, il conte Oetsch, perché creduto responsabile della morte del fratello. La tensione che si respira negli interni claustrofobici del castello si fa più spessa con l’arrivo della baronessa Safferstätt, vedova del fratello di Oetsch che si è risposata con il barone Safferstätt. La donna, dal viso sempre sconvolto e tremebondo, apparentemente per la presenza dell’ex cognato, rimane al castello per attendere l’arrivo del padre spirituale dell’ex marito, padre Faramund, con il quale anela confessarsi. I rapporti tra i tre aristocratici sono tesi allo spasimo, più volte sul punto di spezzarsi: si accusano a vicenda dell’omicidio del marito, rendendo evidente come ognuno covi dentro se stesso un’angoscia colpevole, un segreto più buio del buio castello descritto da Murnau da narratore onnisciente. Nemmeno l’arrivo, troppo repentino, del frate francescano Faramund riesce a calmare l’ansia della baronessa che a fatica e in più riprese gli confessa il fallimento del primo matrimonio, con il marito dapprima appassionato, poi, di ritorno da un viaggio, trasformatosi in un uomo dedito più agli affari celesti e alla purificazione che ai desideri terreni. La donna sempre più delusa e trascurata, si lascia sfuggire alla presenza dell’amico del marito, il barone Safferstätt che la ama segretamente, che era stanca di tanta celeste bontà coniugale, desiderando un gesto estremo malvagio, un omicidio. Il barone raccoglie quello che gli sembra un suggerimento e compie il delitto. La donna, sentendosi responsabile e complice, lo sposa custodendo dentro di sé il segreto che la consuma. Il vero padre Faramund, però, arriverà al castello solo alla fine della storia, ignaro di essere stato sostituito dal conte Oetsch che solo in questo modo è riuscito a conoscere la verità per ristabilire il suo onore e vendicare il fratello. Di fronte al peso della verità e allo svelamento del finto padre francescano, al barone non resterà che pareggiare i conti sparandosi un colpo di pistola.
Non mancano momenti comici e ironici sostenuti dai personaggi secondari, che alleggeriscono la tensione; nel complesso l’intreccio, in bilico tra melodramma ottocentesco e plot “giallo”, è enfatizzato ovviamente dalla gestualità tipica dei film muti, dalla mimica facciale a volte grottesca, intreccio che si dipana più negli interni che nei pochissimi esterni. Il regista della pièce Fabrizio Arcuri ha unito il linguaggio cinematografico d’antan a quello teatrale, insistendo sull’enfasi, moltiplicando le espressioni più intense dei personaggi sul pannello velato come in un gioco di specchi con il risultato di avere un’immersione nella tridimensionalità della storia, con l'accompagnamento sonoro dei Marlene Kunz, moderno e l'ambientazione della vicenda, antica. Il filo conduttore, l’integrazione perfetta tra sound, scena muta e scena teatrale, è stato Claudio Santamaria, che ha dato voce a tutti i personaggi intersecando i diversi registri e i diversi ruoli, non solo grazie alla sua esperienza e abilità di doppiatore, perfettamente in sincrono con la scena sullo schermo, ma interpretando sull’assito i momenti cruciali duplicati sullo schermo. Intensa è la scena del momento in cui il barone è scoperto e la sua disperazione si manifesta in singhiozzi soffocanti che preannunciano i rantoli della morte, con Santamaria che riproduce la stessa gestualità e intensità. L’attore fuma quando lo fa il personaggio, legge il giornale, non limitandosi nemmeno solo a questo, ma facendo anche il rumorista, live electronics: il tintinnio dei bicchieri, le chiavi che aprono il portone, il bussare alla porta, il colpo di pistola del barone. Pregevole è inoltre il doppiaggio del cuoco e dello sguattero in cucina impegnati in un duetto comico alla Stanlio e Ollio con il “Pussa via!” del cuoco che caccia il ragazzino con la stessa intonazione di Alberto Sordi, un tenero omaggio che scivola via tra i vari suoni.
Arcuri propone un viaggio nel cinema muto riuscendo pienamente negli intenti soprattutto grazie alla commistione di antico e moderno che sembrerebbe paradossale, invece riesce a fondere i vari linguaggi verbali e non verbali sulla scena creando una sorta di black-out catartico: la cupezza della storia, i colori scuri che hanno dominato sulla scena, le ombre, la pioggia, alla fine della pièce si sciolgono in una piacevolissima leggerezza, strappando anche sorrisi divertiti. 

 




Il castello di Vogelod
dal romanzo di Rudolf Stratz
e dal film di Friedrich Wilhelm Murnau
regia Fabrizio Arcuri
con Claudio Santamaria, Marlene Kunz: Cristiano Godano, Riccardo Tesio, Luca Bergia
colonna sonora e sonorizzazione live Marlene Kunz
live electronics Claudio Santamaria
produzione Nuovo Teatro
ringraziamenti Museo Nazionale del Cinema
lingua Italiano
durata 1h 15’
Napoli, Teatro Nuovo, 22 novembre 2018
in scena dal 22 al 25 novembre 2018

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