“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Martedì, 13 Novembre 2018 00:00

La verità fa male più di un colpo di pistola

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Napoli, anni ’80.
Siamo in un vicolo della città, sotto la finestra di una casa abitata da padre e due figli, Erica e Peppe: la famiglia Caruso. È una serata come tante quando Francesco Gargiulo si presenta sotto il palazzo per riportare il cardellino fuggito al suo amico. Pochi scambi e un tonfo. Peppe Caruso è a terra, inerme.
Arrivano gli amici, il padre e la sorella, arriva don Bartolomeo, il nuovo parroco. Pianti, urla, occhi bassi. Lo sanno tutti cosa è successo, chi è stato, ma nessuno parla. Peppe voleva fare l’eroe, voleva ribellarsi a un sistema che è così da anni e non può essere debellato. “L’eroe serve solo a morire. Io non volevo un leone ma un figlio dentro casa” sono le parole di un padre che non può nulla perché vendicarsi significherebbe morire, e significherebbe mettere in pericolo quella figlia che, a differenza loro, sta studiando dalle suore per diventare maestra. Ma quella figlia non è più una bambina che deve essere tenuta lontana dal centro di tutto e dalla verità.

Il centro di tutto è il porto di Napoli, che in quegli anni era fulcro di interessi legali e illegali, di traffici e soprusi. Qui gli stessi amici di Peppe, e il padre, ogni mattina si ritrovano a combattere per guadagnarsi “la fatica” del giorno sotto gli occhi divertiti di Michelone. Un giorno uno, un giorno l’altro. E in tasca poche lire, perché il dieci per cento va a Michelone, giacché è merito suo se qualcuno lavora.
La zona è “proprietà” di Giggino Compare, un personaggio quasi grottesco, vestito di tutto punto, che alterna momenti di rabbia a una calma glaciale; insieme a lui ci sono Michelone, l’uomo d’azione del gruppo, Carluccio il Galantuomo, fratello di Francesco e cugino del boss, e “l’Avvocato Agnelli”. E Francesco? Lui è poco interessato alla malavita ma è sottomesso, ingenuo, si lascia trasportare. Ama il fratello, ha un debito col cugino. “Io questo sono” dirà più volte “ma potevo essere meglio di così”: uno inutile, che non ha mai fatto niente. Solo una cosa sapeva fare e gli è stata strappata via per “motivi di soldi” da Giggino: sapeva boxare e pure bene. Ma era diventato una proprietà del cugino, era stato comprato e, dopo essere stato costretto a perdere un incontro, la sua carriera è finita. Gli sono rimasti i cardilli, quegli uccellini dal canto melodioso che si sono sistemati sul suo tetto, a cui dà da mangiare insieme a Gennaro: un tipo strambo che vive di fronte a lui ma di una dolcezza e saggezza particolari. I cardilli che amava tanto anche Peppe, cui adesso somigliava perché aveva cantato troppo, proprio come fanno gli uccelli, ed era un pericolo. 
Giggino è un burattinaio: tiene la vita degli altri, le loro scelte e il loro presente − perché di futuro è difficile parlare − nelle sue mani. Lui incarna il denaro, gli altri sono i poveri derelitti della società che hanno famiglie da sfamare. E non importa se la dignità viene calpestata, quando i morsi della fame si fanno sentire. Gli esseri umani sono trattati alla stregua di cose: sono importanti solo se hanno utilità per gli affari; muoiono e vivono in base all’umore di chi spadroneggia; non ci sono affetti e parentele che tengano se tradisci.
Ma la situazione inizia a ribaltarsi con la morte di Peppe: piccoli passi, tasselli, sguardi e parole fanno muovere il meccanismo inceppato. Motore di questo cambiamento è Erica, una donna. Una che si affaccia alla vita “di strada” soltanto ora: un’ingenua o un’eroina, proprio come il fratello? L’unica che la voce la alza, a conti fatti, e che lo sguardo non lo abbassa, neanche di fronte a Dio. Con un discorso a Padre Bartolomeo, il prete del quartiere, porterà in evidenza il dubbio che attanaglia tutti di fronte alla morte: “Ma Dio dove sta? È lui che l’ha buttato dal balcone?”. Il suo coraggio, la sua disperazione e l’amore che nascerà tra lei e Francesco daranno forza a tutti di reagire. Così padre Bartolomeo deciderà di essere al loro fianco in questa guerra e, con le armi della verità cercherà di convincere il gruppo a cantare, mentre Francesco, in un percorso di consapevolezza, dirà la verità a Erica su quella dannata sera. Ci vorranno altre due morti perché il finale arrivi. Morirà Scialatiello, il primo che aveva deciso di combattere, e verrà ucciso Carluccio, proprio dagli stessi “compagni” di malaffare perché non aveva avuto la forza di mettere a tacere il fratello. Altre due morti e la bomba esplode.
Francesco vuole mettere fine alla vita di Giggino ma il prete lo dissuade perché la verità fa più male, colpisce così tanto in profondità da non risparmiare nessuno, un colpo di pistola è più semplice. E allora lui parla, rivela tutto quello che sa durante un interrogatorio; va a ruota libera, sfoga la sua frustrazione, rivela particolari e mette da parte quella timidezza iniziale che in realtà è arrendevolezza.
Il giorno del confronto è arrivato. I due gruppi si fronteggiano, entrambi ammaccati e con qualche mancanza. Francesco viene picchiato dal cugino, ma sente che gli altri sono con lui, hanno bisogno che lui si rialzi. E lui si rialza.
Occhi negli occhi con Giggino, Francesco − senza dire una parola − si volta e si allontana, squarciando il velo dell’omert


Prendendo le mosse dal film Napoli... la camorra sfida, la città risponde di Alfonso Brescia, con protagonista Mario Merola, prima ancora che dallo stesso Fronte del porto, libro di Budd Schulberg trasposto al cinema da Elia Kazan, con protagonista Marlon Brando, Alessandro Gassmann ed Enrico Ianniello operano un interessante lavoro di rimaneggiamento e ibridazione con il cinema.
Servendosi un po’ dell’uno e molto dell’altro, rimane centrale il messaggio di riscatto sociale che permea tutte le opere prese in considerazione. La scenografia è tanto semplice quanto funzionale: pannelli che sono gli stessi attori a muovere per ricreare container, interni ed esterni, in momenti in cui lo stacco non è avvertito, ma tutto sembra parte dello stesso spettacolo grazie anche agli attori che condiscono questi istanti con parole, fischi e urla. Sullo sfondo uno schermo a dare l’idea del luogo: il porto, una chiesa, un vicolo o, semplicemente, il mare del golfo di Napoli. La musica è quella dell’epoca, presente in alcuni momenti precisi come nella scena di dolcezza tra i due.
La lingua è il napoletano, quello musicale e forte, che sa condensare il senso del dire in una sola parola o in un tono preciso, ma che va italianizzandosi.
Ottime interpretazioni degli attori, con una caratterizzazione dei personaggi ben riuscita, riconoscibile e identificativa, specialmente nella figura di Francesco Gargiulo, interpretato da Daniele Russo, che durante lo spettacolo compie una crescita interiore che ha le sue giuste tappe; emotivamente forzata in alcune parti la recitazione di Francesca De Nicolais, che interpreta Erica Caruso: quasi a volte a voler/a dover prevalere sul resto; Ernesto Lama rende il boss quasi grottesco coi suoi eccessivi movimenti delle mani, col suo cambio d'umore repentino; manifesta qualche fragilità il personaggio di padre Bartolomeo (Orlando Cinque), che fa sentire la propria voce, ponendosi come guida in quello che può essere visto come un primo nucleo di azione sindacale, solo in alcuni momenti, per esempio nella scena della morte di Scialatiello; parte importante la sua, ma che appare registicamente non sfruttata appieno.
Interessante, alla fine, la scelta di presentare attori e personaggi interpretati come se fossero i titoli di coda di un film, con l’interprete che sale sul palco e viene illuminato accanto al suo nome: caratteristica solita della cineteatralità di Gassmann, rimanda anche alle avvertibili suggestioni filmiche poste alla base del progetto. Non del tutto apprezzabile la voce fuori campo del regista, che funge da giudice durante l’interrogatorio di Francesco: un escamotage fin troppo usato oramai. Anche se un po’ lento nella sua prima parte Fronte del porto può essere detta un'operazione riuscita perché riesce a comunicare con la platea, parla al pubblico e ricrea una realtà non è ancora scomparsa e lo fa rendendola riconoscibile ed eticamente modificabile, grazie ai sentimenti, a partire dall’amore.
Resta dunque in mente la scena finale: Francesco che rompe il velo dell’omertà, rappresentato materialmente dal telo che funge da schermo,  così squarciando definitivamente ogni finzione.

 

 

 

 

Fronte del porto
di Budd Schulberg con Stan Silverman
traduzione e adattamento Enrico Ianniello
regia Alessandro Gassmann
con Daniele Russo, Antimo Casertano, Orlando Cinque, Sergio Del Prete, Francesca De Nicolais, Vincenzo Esposito, Ernesto Lama, Daniele Marino, Biagio Musella, Edoardo Sorgente, Pierluigi Tortora, Bruno Tràmice
scene Alessandro Gassmann
costumi Mariano Tufano
luci Marco Palmieri
videografie Marco Schiavoni
musiche Pivio e Aldo De Scalzi
sound designer Alessio Foglia
foto di scena Mario Spada
coproduzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Stabile di Catania
lingua italiano, napoletano
durata 1h 55'
Napoli, Teatro Bellini, 8 novembre 2018
in scena dal 6 al 25 novembre 2018

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